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Full text of "Il principe"

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BAQCOLTA DI OPEßE INEDITE BABE 

OGNI SB.C!OLO DELLA LBTTERATURA ITAUANA 




PRINCIPE 



DI 



NICCOLÖ MACHIAVELLI 



TESTO CRITICO CON INTRODÜZIONE E NOTE 



A CURA 



DI 



GIUSEPPE LISIO 



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IN FIEENZE 

G. C. SANSONI, EDITOBE 
1899 



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RACCOLTA 



OPERE INEDITE RARE 



DI OGNI SECOLO 



ÜEILA LETTEEATÜfiA ITAIIAM 




4 



IN riBENZE 

Q. C. SANSONl, EDITOBE 4 



IL PRINCIPE 



DI 



NICCOLÖ MACHIAVELLI 



TESTO CRITICO CON INTRODUZIONE E NOTE 



* - * 



-.A^CÜRA 



DI 



GIUSEPPE LISIO 




IN PIRENZE 

G. C. SANSONI, EDITORE 
1899 



PROPBIETA LETTERARIA 



1 

Kirenze — Tip. G. Carnesecchi e Figli. 



r 



GIOSUE CARDÜCCI 



CHE PRIMO E SOLO MI FU GUIDA 
'^ A INTENDERE LO SPIRITO E LA FORMA 

DEGLI SCRITTORI ITALIANI 






-i 






AVVERTENZA 



Nel liberare per le stampe V opera presente , adempia 
a un dovere di gratitudine, venerazione, aflfettO; ringra- 
ziando tutti quelli che, ne' due anni durati in questa fa- 
tica, rhanno resa migliore e, per me, piü lieve. 

E, innanzi a tutti, si abbiano le mie grate parole Pia 
Bajna e Isidoro del Lungo. Liberalissimi ambedue, l'una 
mi e stato largo di quanto acume e sicura scienza critica- 
de' testi egli e fomito, Taltro di quanto gusto e conoscenza. 
di nostra lingua e del volgar fiorentino egli e ricco. 

Ricordo anohe e ringrazio Pasquale Villari, Girolamo- 
Vitelli, Guido Mazzoni, Guido Biagi, Giuseppe Cugnoni^ 
Mario Menghini: i quali tutti mi furono variamente utili 
o per consigli o libri o notizie o agevolazioni di mano- 
scritti. 

Firenze, Agosto 1898. 



INTßODUZIONE CRITICA AL TESTO 
■ DEL « PRINCIPE » 



r 



1 



A Chi abbia següito le vicende del testo di qualche 
opera famosa a traverso le sue molteplici trascrizioni 
ed edizioni, spesso accade di trovare alla fine che Tim- 
tnagine stilistica e filologica dell'opera nou ä piü quäle 
originalmente era balzata dalla mente dello scrittore. 
Questo, allorch^ il testo non si sia abbattuto in un co- 
scienziosissimo copista o tipografo, ö in chi lo abbia rico- 
stituito con sano intendimento critico e con paziente 
lavoro metodico: il che, a dir vero, avviene di rado. Ne 
io voglio dire degli errori, delle sviste, degli ammoder- 
namenti, della grafia e punteggiatura piü o meno arbi- 
traria; perchö tutto questo, se muta colore alla veste del 
pensiero, pure non la stinge cosl, che un occhio acute ed 
«sperto delle sembianze antiche non possa raffig urarla 
^ contemplarla quäl fu realmente. Bensi intendo di quel 
travestimentoj che e frutto del partito preso di modi- 
ficare, togliere o aggiungere, correggere piü o riieno lie- 
veraente o gravemente, e presentare al pubblico l'opera 
in tal forma che possa meglio piacere. II quäl partito 
preso e colpa grave, ne facilmente perdonabile, di pa- 
recchi tra gli editori del Cinquecento. Io credo ch'essi 
ragionassero su per giü come non pochi copisti del loro 



VIII INTEODUZIONE CRITICA 

tempo : de' quali si sa che si studiavano di rendere il 
senso, ma, per incuria della forma, lo falsa vano ; e nella 
fretta del copiare, dimentichi delle invettive scagliate 
a' loro predecessori da Francesco Petrarca, da Coluccio 
Salutati e da molti umanisti, ^ ora tralasciavano, ora 
trasponevano, ora, non comprendendor bene, aggiunge- 
vano o correggevano; ne si peritavano di latinizzare 
parole volgari, o al contrario di rendere piü italiane 
frasi e vocaboli latineggianti, o di adattare le desinenze 
al dialetto proprio^ in qiiel tempo in cui la lingua aveva 
ancora una grande mobilitk, e incertezza. Nel fatto poi, 
r editore poco scrupoloso procedeva con maggior disin- 
Yoltura; poiche, raflfazzonando Topera per il pubblico, 
agli errori e ai capricci dell' amanuense aggiungeva 
quelli del compositore, e alle correzioni sue quelle del 
pedante letterato, cui di solito aflfidava la revisione di 
ciö che piacesse poco o de' creduti sbaglidi lingua, di 
pensiero anche.^ 

Del quäl fatto comunissimo, oltre le mille edizioni 
cinquecentistiche emendate et corrette o ricorrette o du piü 
Vera et justa lettione ridotte, tra le molte prove, mi si 
oflfrouo, pid facili e piü accessibili a ognuno, quelle che 
ne apport9.rono lo Scherillo nell'edizione critica dell'^r- 
cadia di lacobo Sannazzaro, e il Rajna nell'ultima del 
De vulgari eloquentia di Dante Alighieri. II primo, di 
fatti, mettendo a confronto il manoscritto piü vicino 
all'originale con la prima stampa, scrive^:« Quanto alla 



1 Vedi Tarticolo di F. Novati nel Bibliofilo, Anno III, n. 1, p. 10-11» 

2 Vedi, ad esempio, il « Decamerone ricorretto per Antonio Bru- 
oioli, 1538 » e la « Fiammetta emendata da M. Lodovico Dolce, 1542 > 
in S. BoNQi, Annali di Gabriel Giolito de' Ferrari, vol. I, faso. I,. 
p. 6 e 37. 

3 Cfr. € L'Arcadia di lacobo Sannazzaro » ecc. Introduzione, XIV^ 
p, ccLXii. Torino, Loescher, 1888. 



INTRODUZIONE CRITICA ix 

« raateria, non ha vere differenze con la stampa del 
« Summonte: in tutto non- vi son mutati che una die- 
« cina di versi e una diecina di linee di prosa; ma quanto 
« alla forma idiomatica le differenze sono notevoli. • . . 
« II codice ci da TArcadia ricca di maggior nuinero di 
< forme dialettali che non la stampa.,.: nella stampa 
« Tortografia e classica costante, nel codice invece oscil- 
« lante ». E Pio Rajna, nel magistrale suo lavoro, che io 
non esito a chiamare modello del genere, paragonando 
la prima edizione del trattato dantesco, fatta dal Cor- 
binelli, con il codice di Grenoble, da cui l'aveva tratta, 
afferma che ^ « tra il testo, quäle ci sta davanti nel 
« manoscritto, tenuto conto di tutte le modificazioni ivi 
« proposte e introdotte, e la stampa, le differenze non 
« son poche ». 

Quanto venga a soffrire da ciö la conoscenza piena, 
sicura, reale della lingua, dello stile, del pensiero d'uno 
^crittore, ognun vede agevolmente: poichö, a voler am- 
modernare le parole o mutarle o disporle in modo di- 
verse, trälasciarne alcune, aggiungerne altre, e aggrup- 
pare con arbiträr ia o malintesa interpunzione i con- 
«etti altrui in modo tutto proprio, \h dove il genio con- 
cepi e volle che l'immagine del suo concetto fosse resa 
€on quelle parole, con quell'ordine e magari con quegli 
-errori suoi, a voler adattargli anche una sfumatura, un 
colorito minimamente piu chiaro o piü scuro, gli si rende 
lo stesso servigio che ad un capolavoro di pittura, quando 
:altri lo copia o lo ristaura. E di questo tradimento sof- 
frono, sopra tutti, quegli scrittori, quali il Machiavelli, 
•che, forniti da natura di una potente elasticitä di espres- 
sione adattabile e flessibile ad ogni nuovo movimento 



^ Cfr. « II trattato de Vulgari Eloquentia a cura di Pio Rajna » 
a p. Lxxx e segg. Firenze, Le Monnier, 1896. 



X INTRODUZIONE CRITICA 

e momento del pensiero, traggono dair intim o loro mille- 
forme nuove di stile: e questo or si restringe, or si al- 
larga, si colorisce, prende forma ora elegante, talvolta- 
rüde, corre via, si allenta, fluisce tranquillo o s'intor-^ 
bida, colpisce, secondo che si agita e si dispone quel 
cervello geniale. E tra le opere del Machiavelli, la piii 
pensata e sentita, la piii singolare di forma e di stile,. 
quella che risente ancora del moto della vita politica, 

« 

pur ora spenta per lui, e meno s' impronta di quel ri- 
flesso lavorio letterario che culmina nelle Istorie, il 
Trattato del Principe, ebbe a punto a soffrire piü delle^ 
altre per questo tradimento. 

Qih, il Polidori in un articolo del giornale « La Ve- 
nezia »,^ richiamando Tattenzione degli studiosi su due^ 
cento e piü errori comuni nelle opere del Machiavelli,. 
ebbe a lamentare che « gli editori, in ispezie dell'ultimo 
« secolo, empissero di loro frivole e pedantesche emen- 
« dazioni il dettato del gran Segretario; talche, quanto 
« a questa (l'Arte della Gruerra), come a piü altre fra \& 
« sue scritture, h vie meno da faticarsi nel raddrizzare 
« gli errori in cui quelli caddero, che. nello spazzare gü 
« arbitrl a cui, per nescienza o per la nullitä o falsitä? 
« del lor gusto, si abbandonarono ». Ma il Polidori non 
vide piü in Ih di questa sparsa opera di corruzione, ne 
risall piü indietro delle ultimo stampe. Ora io, discor- 
rendo in breve delle edizioni del Principe e delle copie 
manoscritte pervenuteci e che ho potuto vedere, intendo 
dimostrare propriamente che le stampe travestirono 
la forma dell'opera; e mi studierö di rintracciare e sta-^ 
bilire quäle possa essere, non tanto la migliore, quanto 
la piü sicura lezione del Principe. 

1 Numeri 194, 195, 198, 199, 201, 207, 208, 209, 213 e 214. (Siena, 
Tip. Mucci, 1862). 



INTRODUZIONE CRITICA XI 



II 



Una questione Machiavelli nella storia della critica 
de' testi non esiste; o, meglio, si giace inerte tra le 
molte edizioni, come vedremo appresso, e forse nella 
mente di qualche studioso; ma non h stata, fin'or.a, messa 
in rilievo. E pure, a que' raoltissimi che hanno ripro- 
dotto il Principe nel presente secolo, bastava un super- 
ficiale raffronto tra una delle prime stampe, Bladiana, 
Giuntina o Testina, da una parte, e quella ben nota, 
curata dal Tanzini e Tassi [Italia 1813], dalFaltra, per 
accorgersi dell'esistenza di un problema grave a risol- 
vere. Ne in quelle ultime stampe, che pur si riattac- 
cano, quantunqu^ poco fedelmente, a de' manoscritti, h 
fatta parola delle profonde divergenze formali tra testo 
e testo: par quasi che i loro.compilatori non se ne siano 
accorti. Solo Tinglese^ Burd, pochi anni or sono, po- 
nendo in fine al suo Principe commentato un'Appen- 
dice di varianti, non tutte, tra *r Ediz. Italia 1813 e la 
Testina prima, notö questa differenza: nient'altro. 

Premetto, anzi tutto, che Tautografo del Principe o 
non esiste piü o non fu trovato ancora, e che nessuna 
stampa pare sicuramente condotta su di esso; perche, 
nelFun caso, dimostrato prima che fu- quella e non di- 
' versa T ultima forma voluta daH'autore, e nell'altro, che 
la stampa segui con fedeltä il testo originale, poco ri- 
marrebbe a fare per aver sotto gli occhi nostri Tim- 
magine esatta e sicura dell'opera. 

Sarä quindi necessario ricorrere al solo mezzo che 
la critica ci offre in tal bisogno : la comparazione tra le 



* V. II Principe by N. M. edited by L. Arthur Burd, Oxford, 
1891; App. II, pp. 379-399. 



XII INTRODUZIONE CRITICA 

fonti diverse. Ma tra le stampe, tra i manoscritti, quali 
son degni d'esser tenute fouti sicure? 

E incominciandomi dalle stampe, converrä innanzi 
che io.apra come una parentesi per ricordare il noto 
rifacimento del Principe, Augüstini Niphi Medice | Philo- 
soPHi SuESSANi I De Regnandi peritia I AD Carolüm vi I Imper 
Oaesarem I SEMPER AuGusTüM | : uella cui chiusa si legge : 
Finis Suessae, die III Odohris M.D.XXJI. — Neapoli 
in aedibus dominae Catherinae de Silvestro — Anno a na- 
tivitate Domini M.D.XXJII. Die XVI Martii.^ 

Vivente il Machiavelli adunque, e dieci anni innanzi 
la prima stampa del Principe, il Nifo dovette averne 
avanti a se una copia manoscritta, su cüi condurre la 
falsificazione sua. Ma chi pensasse trarne elementi per 
la ricostituzione del testo, si apporrebbe male; poich^ 
' l'operetta mirabile vi h cosi allungata, spezzettata, rifusa, 
rimpinzata di esempi e sentenze e citazioni comuni, af- 
fogata in sproloqul senza fine, e tutto cosi mal rinvolto 
in un quasi maccheronico latino, che a fatica ne potresti 
liberare una sola serie di concetti del Machiavelli, netti 
e precisi. E non solo questo rifacimento nuUa giovö, se 
non altro, alla diffusione del pensiero machiavelhco, ma, 
indirettamente, gli nocque. Perche io credo che da esso 
i Giunta, primi a scorbacchiare il filosofo suessano, traes- 
sero, nella prefazione loro al Principe, la falsa interpre- 
tazione deUwleni e degli antidoti;^ e da esso, e dalle fre- 
quenti citazioni della Politica di Aristotile e deir Ora- 
zione a Nicocle di Isocrate, io penso che il TriantafiUis 



^ La copia esaminata h della Nazionale di Firenze, segnata M- 
1141-4. 

* Cfr. o. c. del Nifo, Dedica a Carlo V, c. 2 : « Invenies enim in 
his tum tyraimica, tum regia facinora- breviter explicata, veluti in 
medicorum literis venena et antidota, illa quidem ut fugias, haec 
vero nt persequaris ». 



INTRODUZIONE CRITICA XIII 

fosse indotto a levar tanto scalpore suUa conoscenza 
del greco e* su' plagi dal greco peipetrati da N. Machia- 
velli. ^ Ma, non ostante che il testo sia cosi travisato e 
deformato, pure la mia paziente ricerca ha fatto si, 
che anche il Nifo, se bene per pochissimi luoghi, possa 
metter la sua voce nel coro discorde, e ne giovi in 
qualche modo al resultamento finale. Ma di ciö piü in- 
nanzi. 

III 

La prima edizione e indubbiamente quella del Blado: 
Il Principe di Niccholo Machia | vello al Magnifico Loben | zo 
DI PiEBO de' Medici | (seguo la Vita di Castrüccio ecc.) Roma 
MDXXXIL* Depo il frontespizio h una carta con la ta- 
vola dei capitoli in italiano: a. c. 1, retto e verso, e 
una lettera in data 4 Gennaio 1532, con cui Antonio 
Blado di Asola offre il libro a Filippo Strozzi. A c. 2 e 
la dedica a Lorenzo De' Medici; e dalla c. 3 al verso 
della c ^5 va il Principe, 

Passarono dunque cinque anni dalla morte del Ma- 
chiavelli, e piü che diciotto da che Topera era stata 
composta, prima che essa venisse alla luce per le stampe. 

Deir edizione fatta dal Blado di alcune opere del 
Machiavelli affermarono il Fumagalli e il Belli, neP 
«Catalogo delle edizioni romane di A. B. A. », essere 
essa « edizione principe rarissima delle opere del Se- 
« gretario fiorentino, cavata fedelissimamente dagli ori- 



^ Anche il Botero, {DeWüffltio del Cardinale, Roma^ 1599, p. 63), 
affermö che il Principe sia an plagio della Politica di Aristotile ; ma 
10 non son certo, coihe per il TriantafiUis, ch'egli conoscesse Popera 
del Nifo. 

^ La copia esaminata h nella Marucelliana, segnata 2-C-VIII-73. 

3 N. XIV degP Indici e cataloghi pubblicati a cura del Minister© 
della Pubblica Istruzione, (vol. unico, fasc. I, Roma 1891, p. 9-10). 



XIV. INTRODUZIONE CRITICA 

« giüali di propria mauo dell' autore, e sulla quäle il 
« Griunti condusse linea per linea Taltra sua fatta negli 
« anni medesimi ». Nella quäle affermazione essi segui- 
rono quanto ne avevan detto gia Terudito Carlo Lozzi * 
e Domenico Bernoni.* E tale opinione si trasse da ciö 
che Antonio Blado, dedicando la stampa dei Discorsi 
sopra la prima Deca di Tito Livio (18 Ottobre 1631) a 
Monsignor Giovanni Gaddi, gli scriveva: « Quanto alla 
« scrittura io mi terrö sempre giustificato con V origi- 
« nale di propria mano dell' autore, donde per bene- 
« fizio di Mons. Reverendissimo de' Ridolfi, padron mio, 
« si sono fedelissimamente cavati ». Ma questo non ri- 
petö il Blado- ne del Principe ne delle Istorie; n6 se ne 
trova alcun cenno nelle prefazioni o dedicatorie premes- 
sevi. E, se pure si puö credere che il Blado ebbe del 
Principe o l'autografo o una copia sicura, io non oserei 
giurare su la ftdeltä, scrupolösa di chi stampava. Facile 
sorge il sospetto in chi legga, nella Dedica che Io stesso 
Blado fece delle Istorie, pure a Mons. Giovanni Gaddi, 
in data 25 Marzo 1532, o sia poco depo che i Giunta, 
in Firenze, gli avevano riprodotti i Discorsi, le seguenti 
parole : « Si degni accettare in protettione, questa mia 
« fatica et ... . favorirla, non dico contra gli calunnia- 

« tori de TAutore ma contro gli laceratori del po- 

« vero stampatore. La presuntione de' quali h tanta, che 
« non solo mi trafiggono de' falli, che io potrei non 
« havere avvertiti, ma ardiscono anchora di scorreg- 
« germi le correttioni, come nel mandar fuora li Discorsi 
« mi avvenne ». Ecco una duplice confessione, di sbagli 



^ Cfr. una nota di C. Lozzi a p. 34-35 del Bibliofilo, Anno III, 
N. 3. Marzo 1883. 

* Vedi p. 195-210 delPopera « Dei Torresani, Blado e Ragazzoni 
celebri stampatoi*i a Venezia e Roma ecc. Milano, Hoepli\ 1890 ». 



INTRODUZIONE CRITICA XV 

commessi e di correzioni fatte al testo del Machiavelli, 
pure in un'opera ch' egli aveva aflfermato di riprodurre 
dair originale. E il sospetto di poca fedeltk sarä mutato 
in certezza, quando, piü oltre, porremo a fronte un passo 
originale de' Discorsi con la stampa. Che sarä quindi 
avvenuto del testo del Principe, su la cui derivazione 
dairautografo, come apparirk piü innanzi, si puö forte- 
mente dubitare? 

Delle sviste tipografiche del testo biadiano, comuni 
per altro a molte stampe, se non cosi frequenti, e ge- 
neratrioi di parecchie false interpretazioni, mi limito a 
citare le piü gravi: Macchiavelli per MachiaveUi, veritä per 
varietä nella Dedica; sonno per sono tre volte nel cap. I; 
07'dinaria per straordinaria, lor^acquisterä per lo riacqui- 
sterä nel cap. II; delVor per del lor e si Eomani per i 
Romani nel cap. IlT; de che gli per che degli nel VI; con- 
cesse ^er concessi e questo per questa nel VII; manca 
celebrato nella fräse irdra li eccellentisshni homini cele- 
brato del cap. VIII; ossicurare per assicurare e tenergli 
per iemergli nel IX; contando per contado nel X; presor 
"pev p7'esono nel XII; venen per venne, fatta non tiitte unite 
per faUa, son tutteunife nel XIII; guadagnarsene inyece 
di guardarsi nel cap, XV; ti conduci per ti conduce nel 
XVI; e nel XIX tenuti per temuti, apace per rapace^ 
della guardia per dalla guardia; nel XX a riddere per 
a riper.dere; nel XXI cht per non invece di chi perde 
non e // modo tristo per il manco tristo; nel XXIII dove 
per deve; nel XXIV sua per suta, e nel XXVI disse, il- 
lustrarte, nuoi, per dissi^ illustrare, nuovi, e in fineZa 
pietä per 7a pietra. E questi sono i meno leggeri tra i 
molti en-ori fortuiti, talvolta corretti, talvolta ereditati 
dalle stampe seguenti, e pure nella maggior parte fa- 
cilmente correggibili : ma di quelli voluti, o meglio delle 
correzioni apportate al testo originario, non ci si pu6 



XVI INTRODÜZIONE CRITICA 

accorgere ne se ne puö discorrere, se non avvertendo 
prima che tra i manoscritti sincroni o di poco poste- 
riori, che abbiano una certa aiitoritä, non v' e alcuno 
che corrisponda a questa prima stampa. 

Lascio stare ora la questione, che riprenderö piü 
sotto, intorno al testo manoscritto, e quäle sia la lezione 
migliore, e se il Blado ebbe avanti a se una redazione 
sconosciuta finora a noi. Le dififerenze della lezione 
bladiana dalla comune de' manoscritti sono pur troppo 
e spesso non lievi. Qik, i titoli dei capitoli, che i piü dei 
mss. portano con unanime lezione in latino, sono qui 
liberamente e non sempre bene volgarizzati; e questi 
volgarizzamenti non corrispondono affatto ne a' titoli, 
pure italiani, dei ms. Parigino^ 709, ne a quelli dei Cor- 
siniano 440. Sono inoltre nel testo ms. quattro sentenze 
latine (Cfr. Cap. VI, 28, 9; XIII, 65, 13; XXI, 103, 1; 
XXVI, 117, 12),^ tolte da Tacito o da Livio,« quan- 
tunque lievemente modificate (poichö ognun sa che il 
Machiavelli citava sempre a memoria): il Blado e il 
ms. Parigino le riportano in volgare; ma non somi- 
gliano per nuUa. Si puö dubitare cha T unanime testo 
latiüo sia originale dei Machiavelli, e la discorde ver- 
sione italiana sia opera de' trascrittori ? 

Nel testo bladiano la grafia delle parole h sempre 
variabile e capricciosa, e medesimamente le desinenze 
de' verbi : ad esempio, mia e sua per miei e suoi che sono 
quasi sempre ne' mss., di rado si trovano qui, e cosi 



^ Noto, una volta per tutte, che nelle citazioni il primo nomero 
romano indica sempre il Capitolo, la prima cifra arabica la pagina 
dei testo, e Tultima o le ultime cifre arabiche le righe. 

^ Si osservi anche che queste sentenze, pure storpiate, ricorrono 
nelle Lettere, ne' Discorsif come vedremo a suo luogo; e dovevano 
occorrere spesso sulle labbra dei MacH^avelli e de' suoi amici dotta- 
mente conversanti sa materie politiche. 



INTRODUZIONE CKITICA XVII 

fermetteno in luogo di permedano, e soggetto in luogo di 
subiedo; e bastorno, furno^ posserno spesso adornano la 
bladiana, non i mss.; e tutti i verbi infiniti nella bla- 
diana sono sempre tronchi e infiorati di un apostrofo, 
Ih. dove ne' manoscritti raramente non sono per intero. 
Cosi la maggior parte de' suto h fatta stato; e tutti i 
nomi di popoli o potentati senz' articolo sono articolati. 
Ma questo, che pur non toglie poco alla figura reale 
dell'opera, h nulla in confronto delle diflferenze di parole 
e di collocazione di frasi intere e talvolta di periodo: 
le quali possono forse esser tratte da un teste ignoto ; 
ma, a chi ben guardi. e sottilmente osservi, hanno tutto 
il carattere di correzioni volute, di puliture limate, di 
leccature cercate. E di queste il Machiavelli non era 
capace ; e non fu di certo, piü che nelle altre, in questa 
opera: la quäle, non scritta certo con intendimenti let- 
terari di pura arte, ma fjfttta a sfogo di quel ribolli- 
mento di pensieri e meditazioni testimoniatoci dalle let'- 
tere al Vettori tra il 1513 e il '15, serba ancora le 
tracce della sua composizione quasi tumultuaria. 

Non pare, ad esempio, voluto, nella Dedica, 3, 6 piü 
delettarsi in corrispondenza Aipiücare contro delettarsi 
de' mss. ? e conosciuto et inteso [4, 4] non par tirato dal- 
Vintendere di sopra rispetto al splo conosciuto de' mss.? 
Cosi nel cap. II, 6, 4 et.andrb nel rit esser e queste orditure 
di sopra disputando come ecc. mi sembra correzione di 
et andrd ritexendo li orditi soprascritti et disputerb come 
ecc: tanto piü che il Blado venne a togliere al periodo 
la forza e la perspicuitä che gli viene dalle tre coordi- 
nate. E nello stesso capitolo [6, 8] il latino preterire 
Vordine h vulgato in trapassare Vordine) e lo riacquista 
[6, 12J, cosi semplice e vigoroso nella chiusa del periodo, 
stampandosi si trasformö in racquisterä, quasi a far con- 
trapposto al futuro manterrä, di sopra. AI cap. III, 8, 



XVni INTRODUZIONE CRITICA 

19, secondo i mss. gli eserciti sono spenti o fugati di 
Italia, ma seoondo il Blado soao spenti e cacciati di 
Italia; cosi Francia h dal Blado quasi commentato ia 
re di Francia^ lä dove il Machiavelli in tutte le s'ue 
lettere, con modo sbrigativo, comune allora, scrive sem- 
pre Francia, Spagna o InghiÜen^a in luogo dei loro re 
o governi. E poco appresso [10, 10], delle colonie il Ma- 
chiavelli affermö essere quasi compedi delle province in 
cui si mandano; ma il Blado interpetrö, e male, sono 
quasi le chiavi. Poco sotto [10, 12] si legge ne' mss.: nelle* 
colonie nan si spende möltOj e sqnza sua spesa o poca ve 
le manda e tiene. Cosl forse aveva scritto il Machiavelli 
con quella sua libertk di stile che talvolta pare una 
continua anacolutia; ma il Blado volle aggiungere il 
soggetto e unificarlo, quasi non si capisse, e stampö: 
nelh colonie non spende molto il principe, e senza sua 
^pesa ecc. Piü giü [12, 1] tutti insieme fanno gloho si tra- 
sforma in tutti insieme fanno massa, che pare un brutto 
neologismo, e obviare [12, 22] si muta in riparare, e i 
fisici in medici [13, 1], il progresso del tempo nel cor so 
del tempo [13, 2]. E, saltando, cosl ä Capriccio, nel capi- 
tolo VII 29, 14 e 30, 14 le harhe fiorentine son trasfor- 
mate in radici piü italiane, e preporlo imitahile [37, 18] 
h fatto piü volgare in preporlo ad imitar. E nel cap. VIII 
39,' 20 ßgulo non h ripulito in orciolaio per mera avver- 
sione al nobile latino ? e tra avendo deliberato e diventare 
[40, 4] non fu interposto voler per una stupida voglia 
di mlsiggior chiarezza ? e il volgare raund [40, 8] nou 6 
nobilitato in congregb? e alla difesa della obsidione [40, 
15], che pareva ostico, non fu sostituito la difesa di 
quella (cittk)? E seguitando a spigolare: al cap. XIII, 
due volte aliene h mutato in altrui e d^altri; al XIV, 66, 
8 per avverso in per contrario, e negligere [66, 11] in 
disprezzar. N6 con diverse sistema al XIV, 66, 15, le 



INTßODUZIONE CRITICA XIX 

parole liberamente e irregolarmentö coUocate intna le al- 
tre cagioni che ii arreca di male son fatte rigar dritto cosi : 
intra le altre cagioni di male che ti arreca. AI cap. XVII, 
75, 25 i mss. hanno la forma latina e converso, che dal 
Duecffento al Cinquecento, da Dante al Guicciardini, fu 
sempre adoperata: ma il Blado stampö: o temuto che 
amato. Nel cap. XVIII, 80, 23-24 si legge co' mss.: 
Alexandra VI non fece mai altro, non pensö mai ad altra 
che ad ingamiare homini, et sempre trovb suhiecto da po- 
terlo fare : ma la stampa : Alessandro VI non fece mai dl- 
tro che ingannar üomini, ne mai pensö ad altro e trovb sug- 
getto da poterlo fare. Nel cap. XIX, 90, 24 e 91, 1 secondo 
i mss. si legge: si querelb in Senafo'come Albino^ poco co- 
noscenie de^ benefitii ricevuti da lui, haveva dolosamente 
cerco di amazzarlo; ma nel Blado: si querelb in Senato 
di Albino che come poco conoscente de' beneficii ricevuti da 
lui aveva a tradimento cerco di ammazzarlo; e mi pare 
tutta una correzione per studio di maggiore regolaritk 
per paura che altri capisse poco; nella stessa guisa 
che in fondo al cap. XXI, 105, 4-5, dove i mss. portano 
perche questo non vuol mancare in cosa alcuna, il Blado 
stampö questo non si vuole mai che manchi in cosa alcuna- 
Nella fine del cap. XXIV, 111, 12 dove il Machiavelli 
calcö sul suo concetto scrivendo: quelle difese solamente 
sono buone, sono certe^ sono durabili ecc, il Blado, soppri- 
mendo i due verbi, trasse fuori la sbiadita affermazione : 
sono buone, certe e durabili. Nella stampa romana al cap. 
XXV, 113, 10, si legge: credo ancora che sia felice xfuello 
il modo del cui procedere si riscontra con la qualitä de" 
tempi, e similmente sia infelice quello dal cui procedere si 
discordono e' tempi. Kegolare, composto, chiaro, non e 
vero? salvo forse quella differenza di soggetto, il modo 
che si riscontra co' tempi, e i tempi che si discordano 
dal p7'ocede7'e: anche un chiasmo C'h, ma non un sog- 



XX INTRODUZIONE CRITICA 

getto logico,.. E i mss. con piü di spontaneitk, e di logica 
forsG; portano: credo ancora che sia felice quello che ri- 
scontra el modo del procedere suo con le qualitä de^ tempiy 
e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si 
discordano e' tem'pi. Gli dava a' nervi l'anacoluto all'one- 
sto revisore! 

E lascio stare: una piü lunga enumerazione riusci- 
rebbe inutile ; tanto piü che le varianti saranno ripor- 
tate a pie di pagina neltesto critico; che sommano a 
piü d'un migliaio; e ognuno vi poti^ esaminare a suo 
agio le diflferenze tutte. A me questo carattere di ri- 
facimento, di volgarizzamento, di pulitura piü lette- 
raria e regolare, che ha la lezione del Blado, fa pen- 
sare appunto a un'opera di correzione voluta. 

II quäl pensiero mi viene luminosamente provato 
dal fatto seguente. 

I Discorsi, aflfermö il Blado, soao fidelissimamente 
cavati dairoriginale. Or bene, ecco la minuta del Proe- 
mio di mano del Machiavelli,^ e di sotto, in nota, le 
diflferenze dalla stampa romana e tiorentina de' Giunta, 
e, chiuse tra parentesi, le diflferenze proprie e sole della 
Giuntina. 

«Anchorache per la invida natura degli huomini 
« sia sempre suto non altrimenti periculoso trovare 
« modi et ordini nuovi che sia cercare acque et terre 
« incognite per esser quelli piü prompti ad biasimare 
«che ad laudare le actioni d'altri: non di mancho 
« spinto da quel naturale desiderio che fu sempre in 
« me : di operare sanza alcuno respecto quelle cose che 
« io creda rechino comune benifitio ad ciascuno: ho de- 



^ fe riprodotta tale e qnale, salvo i nessi che sono sempre sciolti, 
di SU Pantografo conservato nella Nazionale di Firenze, tra le Carte 
Machiavelli, vol. I, n. 74. 



INTRODUZIONE CRITICA XXI 

« liberato entrare per una via : la quäle non esseudo 
« suta anchora da alcuno pesta : se la mi arrecherk fa- 
« stidio et dificultk mi potrebbe anchora adrecare pre- 
« mio mediante quelli che humanamente di queste mia 
« fatiche el fine considerassino : Et se lo ingegno povero s 
« la poca experienza delle presenti cose: et la debole 
« notitia delle antique faranno questo mio conato de- 
«fectivo et di non molta utilitä: daranno almeno la 
« via ad alcuno che con piü virtü piü discorso et iudi- 
«tio: potrk ad questa mia intentione satisfare: Che se lo 
« non mi adrecherä laude non mi doverrebbe partorire 
« biasimo: Considerando adunque quanto honore si ad- 
« tribuisca ad la antiquitä : et come molte volte la- 
« sciando andare infiniti altri exempli uno fragmento: 
« d'una antiqua statua: sia suto comperato gran prezo: i» 
« per haverlo ad presso di se honorarne la sua casa : 
«poterlo fare imitare ad coloro che di quella arte si 
« delectono et quegli di poi con ogni industria si sfor- 
«zono: in tucte le loro opere rappresentarlo : et veg- 
« giendo da l'altro canto le virtuosissime operationi che «> 
« le storie ci mostrono che sono state operate : da regni 
« et repubbliche antique : da i re capitani cittadini la- 
« tori di leggi et altri che si sono per la loro pratica 
« affaticati essere piü tosto admirate che imitate : anzi 
« intanto da ciascuno in ogni minima cosa fuggite: che « 
« di quella antiqua virtü non ci fe rimasto alcuno segno: 
« non posso fare che insieme non me ne maravigli et 
« dolga: et tanto piü quanto io veggo: nelle diflferentie 

Qui incomineia il Blado. 

12-13. Considerando io quanto honore si attribuisca alla antichitä U. an- 
dare molti altri essempi 15. antica sia stato comperato 17. da coloro 18. 
si delettano 18<-19. et quelli poi... si sforzano 20. dall'altro 21. le historie 
21-22. da Regni, da Rep. antiche 22. Datori 24. esser piü presto ammirate 
<G. piü tosto con meraviglia lodate che) 25. in ogni parte fuggite 26. antica 
rimaso alcun 27. maravigli 28. veggio 



XXH INTEODUZIONE CRITICA 

• 

« che intra cittadini civilmente naschano o nelle ma- 
« lattie nelle quali li huomini incorrono essersi sernpre 
« ricorso ad quelli iuditii o ad quelli remedi che dagli 
« antiqui sono stati iudicati o ordinati: perch^ le leggie 

5 « civile non sono altro che sentenze date dagli antiqui 
« iureconsulti e' quali riducti in ordine a molti presenti 
« iureconsulti iudicare insegnano: Ne anchora la medi- . 
« cina fe altro: che experienze facte dagli antiqui me- 
« dici sopra le quali fondano : e' medici presenti elloro 

w « iuditii : Non di mancho: nello ordinäre le repnbbliche 
« nel mautenere li stati nel govemare e' regni: nello 
« ordinäre la militia et administrare la guerra nel iiidi- 
« care e' subditi : nello adcrescere V imperio : non si 
« truova principe n6 repubblica n6 capitano che ad gli 

15 « exempli delli antiqui ricorra: 

«II che credo che nasca non tanto da la deboleza: 
« nella quäle la presente religione ha condotto el mondo 
« da quel male che ha facto ad molte provincie et 
« cittä cristiane uno ambitioso otio quanto : da non 

«0 « havere vera cognitione delle storie per non trame 
« leggendole quel senso n6 gustare di loro quel sapore 
«che le hanno in se: donde nasce che infiniti che le 
« leggono piglono piacere di udire quella varietk degli 
« accidenti che in epse si contengono: sanza pensare 

85 « altrimenti di imitarle giudicando la imitatione non 
«solo difficile ma impossibile: Come seil cielo: il sole, 

1. intra i (G. tra i) nascono 2. gli 3. a quelli giudicii o a quelli ri- 
medii (G. a quelli rimedii o a quelli giudicii) 4. antidii giudicati 4-5. leggi 
civili 5. sentenzie antichi 6. le quali ridotte in ordine a presenti nostri 
7. giudicare 8. esperienza fatta (G. sperienza) antichi 9. la quäle i 
9-10. li loro giudicii (G. i loro) 10. Nou di meno 11. gli i 11-18. nelPor- 
dinar 12. amministrar (G. amministrare) 12-13. giudicare i 13. accrescere 
lo 14-15. n^ principi ni Repu. nö capitani n^ cittadini che egli essempi de- 
gli antichi ricorra. (G. u^ prencipe, ne Rep. n^ capitano, ne cittadino) 16. II 
che mi persuado che dalla 17. educatione 11 18. che uno ambitioso otio 
ha fatto a molte 19. dal 20. (G. cognitione vera) historie 23. che leg- 
gano pigUano d* udire delli (G.dagli) 24. esse contengano senza 
25. (G. ad imitarle) 



INTRODUZIONE CRITICA XXIII 

«li elementi: li huomini fussino variati di moti d'or- 
« dine et di potenza da quello che gli erono antiiqua- 
« mente : volendo per tanto trarre gli huomini di questo 
«errore: ho giudicato necessario: scrivere sopra tutti ' 
« quelli libri di tito livio che da la malignifch, de' tempi 5 
« non ci sono stati inteiTopti quello che io secondo la 
« cognitione delle antique et moderne cose iudicherö 
< essere necessario per maggiore intelligentia d'essi: ad 
« ciö che coloro che leggieranno queste mia declara- 
« tioni possino piü facilmente trarne quella utilitk: per 10 
« la quäle si debbe cercare la cognitione delle storie et 
« bench^ questa impresa sia difficile non di mancho 
-« aiutato da coloro che mi hanno ad entrare sobto 
« questo peso confortato : credp portarlo in modo che 
« ad un altro resterä breve cammino ad condurlo ad 15 
« loco destinato » : 

L opera di correzione, di rifacimento, e la medesima 
<jhe nel Principe. I dialettalismi e i latinismi troppo forti, 
i costrutti poco regolari o comuni, gli articoli, le desi- 
nenziö de' verbi, per fino up concetto, quello della reit- 20 
^ione causa del presente ozio^ tutto e rimaneggiato ar- 
bitrariamente dall'editore. 

Si poträ obiettare che questa e una minuta, e che 
il Blado abbia avuto la lezione definitiva, tutta ripulita, 
del Machiavelli stesso. Voglio concedere che la prima 25 
parte sia stata soppr essa dal Machiavelli stesso : che a 
me non pare, e per l'altezza e nobili^ de' concetti, e 
perche la nostra mente in que' pensieri d' introduzione 
si adagia meglio che non subito entrando in materia. 
Ma non posso concedere che egli, esagerato sempre 30 

1. gli gli fussero moto 2-3. erano anticamente 5. dalla 6. in- 
terrotti 7. secondo rantiche et moderne cose (G. secondo rantiche et cose mo- 
derne) 7-8. giudicherö esser 8-9. accioche 9-10. questi miei Discorsi leg" 
geranno 10. possin o trarne 11. (G. debba) ricercare della historia 12 
non di meno 13-14. sotto a questo 15-16. a luogo (G. alluogo) 



XXIV INTßODUZIONE CRITICA 

neir espressione, abbia pensato ad attenuare infiniti \n 
molti; che egli, fiorentino, abbia reso piü italiani i dia- 
lettali suto^ mia, leggie civile, non di manco, sanza, e per 
i; che egli, nutrito di latino, nel sangue, abbia sostituita 
• datori a latori^ discorsi a declarationi ; ne in fine che egli, 
scrittore de' piü liberi e vivaci, abbia corretto e' quali 
ridticti in ordine in le quali ridotte in ordine. Non puö es- 
sere, insomma, che il Machiavelli stesso abbia, con tanta 
accanita persecuzione, cacciati via i dialettalismi, i lati- 
nismi, gli anacoluti, le libertä di costrtrtto, cose tutte 
che perdurano vivaci e vigorose e copiose per fino nelle 
Istorie, Tultima e piü letteraria delle sue opere. Ed h pos- 
sibile che il Machiavelli si sia fatto inquisitor di se stesso, 
mutando destramente r^ligione in educazione,\ egli che 
ben piü liberamente della religione corruttrice della 
vita civile parlö poi ne' cap. IX e X dell'opera? E, per 
poco che ci aflPacciamo sul principio dell'opera, ecco che 
ci si offrono prove novelle. De' Discorsi non si conosce 
alcun buon ras. intero: tanto che gli editori d' Italia 1813, 
dovettero fermarsi alle prime stampe. Ma in ün volume 
delle Legazioni (autografe) dell'Archivio di Stato in 
Firenze, (del fondo Rinuccini, di buona provenienza 
quindi),* tra Scriüi vart e frammenti, si giace nascosto 
un quinternetto, non autografo, dove sono frammenti 
de' Discorsi E precisamente al Cap. I del Lib. I, s'in- 
contrano queste differenze. 11 ms. legge: quäle principio 
fu quello; datori di legge; unitä; dopo; nati de luoghi; 
alli impeti; bisognerebbe loro lasciare molti de' loro ri- 
doiti; mossi da questi pericoli o da loro medesimi: ma 
la stampa porta: quäl principio fosse quello; legislatori; 
viiitl ; dipoi ; » natu del luogo ; allo impefo; converrebbe 

^ Si noti che educazione non fa che ripetere, in sostanza, Vam- 
bitioso otio con cui e in relazione disgiuntiva. 
« Classe X, Dist. 4, n. XI. 



1 



INTRODUZIONE CRITICA xxv 

io7'o lasciare abbandonati molti de* loro ridotti; per fuggire 
questi pericoli, mossi o da loro medesimij ecc. ecc. 

Ne, credo, mette conto che io mi dilunghi tanto 
Ä citare, quanto io mi sono allargato a ricercare e raf- 
frontare stampe e manoscritti delle opere machiavel- 
liche. Mi sembra che il fin qui detto basti. 

Ho insistito alquanto su resame di questa prima 
^dizione, perch^ essa, Uevemente modificata, corretta a 
volte ammodernata, servl a costituire la lezione vul- 
gata del Principe, quäle i piü avranno letto, meditando, 
<Jon la mente piü ai pensieri profondi che alla forma in 
cui erano espressi. 

IV 



A distanza di poco piü che quattro mesi dal Blado, 
i Qiunta di Firenze diedero alla luce il Principe. Nel 
frontespizio di questa seconda edizione si legge: Il Prin- 
cipe DI NiCCOLÖ Ma I CHUVELLI AL MaGNIFICO | LoRENZO DI PlERO 

I de' Medici I (segue la Vita di Castruccio ecc.);^ nel mezzo 
della pagina fe il solito giglio sorretto da due puttini 
con il motte Nil candidius, e in fondo m.d.xxxii. Segue, 
per alcune carte non numerate, una lettera di Ber- 
nardo di Giunta di Firenze, Tottavo giorno di Maggio 
delFanno MDXXXII, al molto Rev. Mens. Giovanni 
Gaddi, a cui dedicando la stampa, egli accenna non solo 
alla versione o rifacimento latino perpetrato e messe 

• 

fuori dal Nifo, ma ancora alle prime avversitä, suscitate 
da quell'opera, troppo grave di veritä, nude e crude. E 
appresso e la tavola de' capitoli, quindi la dedica a Lo- 
renzo de' Medici, e da p. 1 a 41, retto e verso, il Principe. 



^ La copia esaminata e nella Nazionale di Firenze, segnata C. 
4-2-10. 



XXVI INTRODUZIONE CRITICA 

La febbre d' interessi, che moveva a gareggiare i 
Blado e i Giunta nel dare alla luce le opere del Ma- 
chiavelli, fece si che questi aflfrettassero, aflfannassero 
quasi l'edizione ; la quäle riusci spropositata anche que- 
sta volta, ma non cosi gravemente come la prima. 1 
Giunta, con gli errori del primo esemplare sotto gli 
occhi, potettero certo aver agio di evitarli; ma non 
sempre riuscf loro; tal volta anzi ne aggiunsero di pro- 
pra; come, ad esempio, provedersi si, e cht vi sarä per 
ehe vi sarä nel cap. IIT, tante per tanti nel V, V attoni per 
le attioni e a tiepidi per e tiepidi nel VI, i pregressi nel 
VII, e face per fece^ etice per etiche, e ttdte Valtre che non 
sono in luogo di tutte Valtre sono nel XIII. Cosi nella 
fine del cap. XIV si legge parata risesterla invece di 
parata a resistere ai suoi colpi, nel XVII nelV insolentia 
per ne V insolentia; e sul finire del XVIII cap. fe omessa 
e delVuna e delValtra h inimicissimo ; e nel XIX Antonino 
diviene Antonio^ nel XXI Bernahb h mutato in Bernardo, 
e gli eserciti si trasformano negli esercitii. E basti degli 
errori tipografici. 

Ma sono volute certe differenze di grafia e di forma^ 
come torgliele per torgnene^ uffitiali per ufficiali, devea per 
deveva e ricognoscere per riconoscere, nimico per inimico, e 
Franzesi pev Francesi; nelle quali varietä la Giuntina pare 
accostarsi piü alla parlata fiorentina, come si accostö piü 
al buon senso togliendo quel continuo troncamento fi- 
nale de' verbi infiniti, tanto fastidioso neH'edizione ro- 
mana. II Giunta, del resto, al primato della lingua ci 
teneva, e gik nella Frefazione a' Discorsi in data 10 No- 
vembre 1531 avea dichiarato esser bene che vedessero 
la luce nella sua patria « si per essere piü atta a man- 
« tenergli nella sua prima puritk, e si perche si deve 
« credere Tautore molto piu contentarsi vedere i suoi 
« diletti figliuoli uscire fuori custoditi et puliti per mano 



INTRODUZIONE CRITICA XXYir 

« della sua prima et piü veneranda madre che per al- 
« trui ». E confessava cosl anche di pulirli ! Altre diffe- 
renze dalla stampa romana di lezione vera e propria, 
che portano senso o fräse diversa, e dalle quali appari- 
rebbe avere il Giunta guardato a qualche manoscritto, 
vi sono certamente; poche si, ma singolari. E trasce- 
gliendone alcune, al cap. III, ad esempio, dove la Giun- 
tina porta Conchiudo queste colonie che non costono, il 
Blado e i mss. leggono Concludo che queste colonie non 
costono; cosi nel cap. IV, si ritruova per si truova, e 
facilitä ci ebbe, per facilitä cKebbe. Nel cap. XI il Giunta 
e i mss. hanno acquistarli e tenerli in luogo del sem- 
plice acquistarli, e nel XU veruno fia che nieghi invece 
di nessuno sarä che nieghi, e liberissime per liberalis- 
sime. La sentenza del cap. XIII, 62, 24, che secondo la 
Giuntina e i mss. si dovrebbe leggere: In somma nelle 
mercennarie h piü pericolosa la ignavia, nelle ausiliarie 
la virtü, e allungata dal Blado con le parole et pigrizia 
al conbatere interposte tra ignavia e nelle. E l'altra sen- 
tenza del cap. XIX, che il Giunta e i mss. portano; li 
principi debbono le cose di carico fare subministrare ad 
altri, et quelle di gratia a loro medesimi, h per intero 
trasformata dal Blado, che stampö: li principi debbono 
le cose di carico metter sopra d'^altri et le cose di gratia 
a se medesimi. Ne mi riesce in fine di spiegare in al- 
tra maniera, se non che il Giunta ebbe sott'occhio un 
manoscritto e il Blado corresse per voglia di miglio- 
rare, il divario che passa tra Tuna e l'altra lezione nel 
Cap. XXVI, 117, 3; poiche il Giunta e i mss. leggono: 
N4 ci si vede al presente in quäle lei (la) possa piü spe- 
rare che nella Illustre casa Vostra (la) quäle con la sua 
fortuna et virtü, favorita da Dio et dalla chiesa, della 
quäle h ora principe^ possa farsi capo di questa redem- 
ptione: ma il Blado, o chi correggeva per lui, infastidito 



XXVIII INTßODUZIONE CRITICA 

delle tre relative mutö, forse .in meglio, per il rispetto 
letterario, e scrisse : ^ NS st vede al presente che ella possa 
sperare altra che la illustre casa vostra potersi fare capo 
di questa redentione, sendo questa dalla sua virtü e fortuna 

m 

tanto suta esaltata, e da Dio e dalla Chiesa, della quäle 
tiene ora il principato , favorita. Con il quäl mutamento 
tutto corre piano e liscio: ma come ne rimane morti- 
ficato quel farsi capo di questa redemptione, cosi solen- 
nemente e splendidamente proclamato e rilevato su la 
chiusa del periodo! 

Raccogliendo in breve Tanalisi del testo giuntino, vi 
si possono distingüere tre gruppi diversi : il primo, non 
molto numeroso, di differenze grafiche o lievi muta- 
menti di parole non comuni ne al Blado, ne a' mss. : 
il secondo, scarsissimo, ma di lezioni importanti, comuni 
a' mss. , che non poterono esser tratte se non da uno 
di questi: il terzo, numerosissimo, nella proporzione di 
npvantanove a cento, di lezioni comuni solo col Blado. 
Da che sorge naturale ladomanda: se le poche lezioni 
del secondo gruppo furon tratte da un ms., perche i 
Giunta non lo seguironö in tutto ? Ma si puö anche do- 
mandare : perche i Giunta seguironö nella massim a 
parte il Blado? perche ne copiarono anche errori ma- 
teriali, quali, ad esemipio, tutti ipev suti XI, 52, 11, vivere 
per vincere XVIII ,82, 7,? occasioni per occisioni XIX, 91, 
18, catii per corti XXIII, 107, 10, la pietä per la pietra 
XXVI, 118, 1? ' 

La chiave che risolve questi dubbi credo si trovi nel- 
r Introduzione a' Discorsi e nelle differenze della stampa 
riportate di sopra. Si osservino quelle varianti rispetto 



^ II Bonghi nel noto libro Per Chi la letteratura ecc, xii, p. 140 
se la prese maledettamente con questo periodo; ma il Mach, non ne 
avea colpa. 



INTRODUZIONE CRITICA XXIX 

alla Giuntina: vi si distingueraano appunto tre gruppi. 
II primo e della maggior parte delle lezioni comuni al 
Blado ; il secondo, assai meuo numeroso, di raffazzona - 
menti e correzioni proprie; il terzo, scarsissimo (una sola), 
di lezione simile alFautografo. Questi fatti non portano 
che una sola conclusione : che ciofe i Giunta, seguendo 
come ne' Discorsi cosi nel Principe passo passo i fogli 
di stampa del Blado (e questo comodo rubarsi e corrersi 
dietro h un fatto ben noto nella storia della tipografia 
cinquecentistica), ne copiarono la lezione, che pareva, 
e certo era, piü adatta al pubblico, mescolandovi qual- 
che elemento proprio di racconciatura ; e, dove non 
capissero, o troppo brutta o contro al senso sembrasse 
la versione stampata, ricorrevano a un ms., tanto per 
darsi Taria di far cosa nuova e originale. A che vera- 
mente, come gli editori di tutti i tempi, cosi anche i 
Giunta, tenevano molto. 

La Giuntina, adunque, non segxxi linea per linea, come 
altri affermö,^ la Bladiana, la corresse anzi, o se ne 
allontanö, le rare volte che volle, e rimase scorretta 
di errori propri e d' altrui; e cosi incerta tra la le- 
zione manoscritta e quella stampata, alla quäle per 
altro rimase piü che mai stretta, essa non puö servire 
di fondamento a una lezione buona e sicura. 

A questo punto, io voglio rincalzare con un piü forte 
argomento di fatto su la infedeltä, verso lo stesso ms. 
adoperato, degli editori cinquecentisti in genere e de' 
Giunta in ispecie. Sanno gli studiosi che esiste nella 
Nazionale di Firenze un preziosissimo codice, non nu- 
merato, che tra le altre cose contiene un Libro intero, 
il quinto, e parecchi altri frammenti autografi deirj.r^^ 
della Guerra di N. Machiavelli. La lezione manoscritta 

^ V. sopra a p. xiv. 



XXX INTßODUZIONE CRITICA 

corrisponde in sostanza a quella stampata da' Uiunta 

• 

«nelli anni del Signore M.D.XXI a di XVI d'Agosto- 
« Leone X pontefice » ; ^ TJna mano sacrilega, che si stu- 
dia di riuscire identica a quella deirautore, ma si rivela 
troppo spesso nelle lettere sforzate e neir inchiostro piü 
recente e di nn nero piü vigoroso, apportö qua e Ih al 
teste correzioni semplici di grafia, di desinenze, o di 
volgarizzazione di parole troppo latine, dando cosi un 
carattere uniforme, sistematico, alla lingua del Machia- 
velli ; che nel testo poi apparisce sempre incerto, inco- 
stante e rozzo, ma assai meno che nel Principe e nelle 
Lettere Familiari. E, sl come non una di queste corre- 
zioni h trascurata dalla Giuntina, n^ d'altra parte si pu6 
pensare che sia quelle un ritocco fatto depo la stampa 
per uniformarsi a questa, perche in tal caso sarebbero 
State modificate certe altre differenze, che noterö or ora, 
per questo io son venuto, depo lungo esame, nella con- 
vinzione, che gli eredi Giunta si siano serviti di quel ms. 
di cui ci h rimasto solo una parte. Non importa fermarsi 
SU le correzioni e su chi le pote apportare al testo ms., 
ma si bene su le differenze. Tra le quali citerö per il 
Libro primo nelle c. 7 ed 8 del ms. le forme licentioy. 
mia, da le, sopra che, sendo, lo exercito, particulare, dua, 
che gli, con i Bomani, usato, sappino, furno dua, con mag- 
giore, usare questo exercito, in luogo delle stampate, li- 
cenza, miei, dalle, sopra a che, essendo, VesercitOj partico- 
lare, due, cKegli, co^ Bomani, usata, sappiano, furono due^ 
con maggior, esercitare questo esercito; e nel principio del 
Libro quinto, dove la stampa legge, nimico, rimanente, 
constringe, il ms. a c. 35 ha inimico, restante, costrigne; 

^ La copia esaminata h nella Nazionale di Firenze, segnata: 4- 
5-299. II Contini e il Bongi dubitano che la data di questa ed. sia 
la Vera. Lascio ad altri approfondire e decidere la importante que' 
stione. 



r 



INTRODUZIONE CRITICA XXXI 

e si teme che non ti assalti, si trova nel codice st teme 
non ti assaltiy e dalla virtü piü che da niuno altro bene- 
ficio e scritto da la virtü piü che da nessuno altro bene- 
fitio. E questö h assai poco a paragone delle nume- 
rose differenze che s' incontrano a ogni passo, quantun- 
que V Arte della guerra, per quello che io ho visto, e 
certo tra le opere del Machiavelli la piü fortunata e la 
meno guasta dagli editori. 

Puö dunque la Giuntina meritare tanta autoritk da 
servire di fondamento a un testo critico del Principe ? 
Io credo di no : ne mi sarei fermato a lungo su di essa, 
se da questa stampa, assai piü che dalla prima Romana, 
la maggior parte degli altri editori non avesser tratto 
la lezione vulgata, piü comune, e se certe differenze 
dairedizioue del Blado e certe comunanze con i mss. 
nola le conferissero quasi il vanto di stampa originale. 



Queste due prime edizioni, famose e ormai rarissime^ 
bastarono alla prima diffusione del Principe. Ma, cre- 
scendo sempre piü la fama e Io studio delle opere del 
Machiavelli, in quelVorgia di stampe a cui si abbandono 
ritalia intorno alla metk del secolo, quasi presentisse 
la tempesta della nuova Inquisizione, logicamente ne- 
mica e spietata a' libri profani ne troppo innocenti, il 
Principe, tra il 1538 e il 1554, ebbe ancora parecchie 
altre edizioni; ma le piü neU'ancor libera e grande Ve- 
nezia. II Gamba, il Brunet, il Graesse citano una ri- 
stampa de'Giunta, ma chi la pone nel 154:0, chi nel 155L 
Ne ho visto una copia nella Nazionale di Firenze, e 
porta la data 1551. E in 4% e non e che una semplice 
ristampa di quella del '32. E au che il Graesse asse- 
risce esisterne edizioni del 1535, '37 e '39, in Venezia^ma 



XXXII INTßODUZIONE CRITICA 

senza alcuna indicazione di stämpatore. A me non e 
riuscito trovarle qui in Firenze; ma non saranno certa- 
mente assai diverse dalle altre che ho vedute ed esa- 
minate, e delle quali i bibliografi parlano. Prima di 
queste per antichita h la seguente: II Principe di Ni- 
€OLö I Machiayelli ecc. In Vinegu m.d.xxxviii.^ II vohimetto 
h di carte 84; il Principe va da c. 1 a 51. Segne la Ginn- 
tina, con qualche sbaglio.e correzione tntta propria. 

Rarissima h la edizione Aldina:* Il Prencipe di Nicolq 
Ma ! cHiAVELLi ecc. ecc. Nel mezzo del frontespizio ha Tän- 
cora con il delfino, e in fondo m.d.xl e in fine al vo- 
lumetto, In Vinegia, nell'Anno m.d.xl. In casa de' Fi- 
oLiüOLi DI Aldo. E di c. 84; e il Principe va da c. 2 a 49. 
La lezione non ha pregio di sorta, poiche segne or la 
Romana or la Fiorentina, e pin spesso qnesta che quella; 
or correggendo or aggiungendo qnalche sproposito, pun- 
teggiando orribilmente, tanto da fare della Dedica un 
periodo solo, e cosf del Capitolo primo, e modiflcando le 
parole secondo il costume invalso nelle stamperie ve- 
neziane d'allora, come principe, viHü, rovina in prencipe^ 
vertu, roina, e scrivendo disaggi dehbolezza, trappassare e 
cosi via. Non diverse valore, se non per la minore o 
maggior raritk, hanno TAldina seconda del 1546, Tedi- 
zione di Comin da Trino 1541 (che ha per altro Täncora 
aldina) e quella, rarissima e bellissima, di Giolito de' 
Ferrari, 1550, e Tultima italiana, del secolo, di Domenico 
Giglio, 1554. Le quali tutte, edite in Venezia, seguirono 
sempre la lezione fiorentina; non senza le modificazioni 
che sembravano a ciascuno opportune, e alle quali ho 



^ La copia esaminata e nella Nazionale di Firenze, numerata 
XIX-6-132. Appartenne ad Amerigo Strozzi, ed e tutta segnata, tal- 
Tolta corretta e annotata ne' margini, di sua mano. 

* Una copia e nella nota collezione Aldina del conte d' Elci, pos- 
sedtita dalla Medicea-Laurenziana. IE segnata G. 3-234. 



INTRODUZIONE CRITICA XXXIII 

accennato parlando delPAldina prima. Nel 1550 erano 
giä incominciate le edizioni straniere, che si moltiplica- 
rono con Tirrigidirsi del costume e del Santo UflScio in 
Italia. Le piü portanö falsa data o nessuna, come la 
cosi detta Testina nelle sue cinque, e forse piü, forme 
differenti, ma di lezione sempre uguale, salvo in parti- 
colari insignificanti.^ 

Su questa Testina, di cui si pensa fosse fattura di 
fuorusciti italiani in Ginevra, riprodotta poi, non certo 
sempre Tanne 1550, come reca il frontespizio, ma du- 
rante il primo Seiceüto, bisognerk che io mi fermi al- 
quanto. Essa ebbe un tempo gran fama, tanto che la 
Crusca non sdegnö farsene teste ; nö ha perduto ancora^ 
di stima nelTopinione di molti; eppure, per il rispetto 
critico, non c' e edizione peggio eseguita e piü arbitraria. 
E ben vero ch'essa corregge, spesso assai opportuna- 
mente, e migliora il teste giä vulgato in parecchi punti^ 
e giustamente ; ma e anche vero che essa, costituita sul 
teste bladiano e giuntino, preferendo or questo or quello 
senz'altra ragione che nn'ombra di estetica, rifk, a sua 
volta, liberamente le parole e le frasi al Machiavelli- 
Gik, le desinenze de'verbi e de' possessivi dal dialetto 
sono foggiate a forma di lingua; e per il resto, poche 
citazioni basteranno a prövare quantö afifermö. Nel cap. 
IV, tirarsi dietro e^ popidi e corretto in trarsi dietro i 
popoli, e considerrete in considererete ; nel cap. VI tutti 
qiielli de che gli ordini nuavi farebhon oene della bladiana 
e corretto in tutti quellt che gli ordini nuovi farebbero bene; 
ma la giuntina e i mss. hanno che delli ordini; nel prin- 
cipio del cap, VII da poi che vi son posti, legge la Te- 



^ La copia esaminata da me, corrispondente al n. 1 del Gamba,. 
mi fu gentilmente prestata dal suo possessore, 1* illustre prof. G. Y. 
Ciaccio. II Principe h nella parte II, da p. 1 a 68. 



XXXIV INTEODUZIONE CRITICA 

stina invece del fiorentino e piü svelto da poi vi son 
poste; e onde per onde che^ e a Magione in vece di alla 
Magione; iiel cap. IX, vi si fondi e corretto in vi st 
fonda; nel X raffreddi in raffrediti, tutti tanto potenti e 
di qualitä, in ttdti potenti ecc; al cap. XII dtirare poca 
faiica de' piü h mutato in dare poca fatica e Onde che 
a Carlo in Ond" ^ che a Carlo. Peggio ancora: nel cap. 
XIV {ti fa) contennendo si trasforraa in {ti fa) disprez- 
zare, e piü giü in vile e appresso in disprezzato; come nel 
XIX di nuovo in vile e poi in abietto : i quali mutamenti, 
del resto, erano gik incominciati nell'Aldina e nella 
Giuntina seconda. A me par troppo evidente che cor- 
ressero credendo, sciocchü, di migliorare il Machiavelli. 
Del resto la Testina segne assai piü fedelmente la 
Giuntina, che h di poco piü vicina al ms., anzi che la 
Bladiana; anche negli errori, aggiungendone spesso di 
propri, come uhbidirono per ubbidiscono nel cap. IV; e 
nel V h omesso maggior vita^ e nel VI volgendosi a tor 
quel della Chiesa, parole necessarie al senso; nel IX e 
stampato per esser eguali invece di par esser eguali; e 
nel XII h il grosso errore di lezione, che guasta anche 
qualche edizione modernissima; «giudicarono non potere 
piü vincerCj percM non volevano nS potevano licenziarlo », 
in luogo della piü razionale lezione delle prime stampe 

e de' ms percM non voleva, ne potevano ecc. E basti 

di questa famosa edizione. 

VI 

Dal 1532 al 1554 vi furono dunque dodici edizioni 
del Principe. La loro raritk attesta la diffusione e la 
persecuzione dell'opera; e il trovarsene le poche copie 
quasi sempre segnate o annotate ne' margini ci prova 
quanto essa abbia esercitato le menti a meditarla. Giä 



INTRODUZIONE CRITICA XXXV 

fin dal 1549, il Busini in una lettera al Varchi, da Roma, 
scriveva ^ « Qui son vietate e proibite a vendersi tutte 
« le opere del nostro Machiavelli, e vogliono fare sco- 
« munica a chi le tiene in casa; .... Dio aiuti il Boccaccio, 
« Dante e Morgante e Burchiello! ». E il Ca valier Muzio 
nella 99"* delle Lettere Cattoliche, da Milano, l'anno 
1550, opinava doversi proibire il Machiavelli. Ma questi 
non fu compreso ne'primi due Indici de'libri proibiti; 
e le sue opere, solo nel 1559, furono da Paolo IV messe 
al bando del mondo cattolico. Ora, non potendosi esse 
stampare piü in Italia,^ e sentendosi pur vivo il desi- 
derio di leggerle e raeditarle, incominciö il contrabbando 
straniero. Cosl, oltre le Testine, avemmo, tra le altre 
opere, il Principe stampato in Palermo — appresso gli 
heredi di Antoniello degli Antonielli — XXVIII di 
Qennaio, 1584 — ma in realtk uscito dall'officina di Gio- 
vanni WolflF, in Londra. Per la lezione esso non differisce 
punto dall'Aldina e dalla Giolitina. Scarse ad ogni modo 
furono le edizioni machiavellesche del Seicento e del 
primo Settecento, e tutte straniere, tra le quali mette 
conto ricordare quella di La Haye 1726, e di Londra 
1747, che ebbero sempre a modello la Testina, elimi- 
nandone a gara le anticaglie. 

Ma, sul finire del secolo decimottavo, in quel certo 
commovimento di spiriti, in quel fervore di studi, che 
indusse i principi italiani alle prime riforme e i lette- 
rati condusse al neo-classicismo, e appresso durante la 
rivoluzione e il risorgimento politico, le opere del 
grande prosatore ebbero in Italia nuovi onori di stampe 
e eure amorose di dotti e diligenti editori. Vi si dedi- 



^ Cfr. Lettere del Basini, Firenze, Le Monnier, p. 241. 

* Cfr. neWÄrchivio storico italiano — Serie V, Tomo XES.. Di- 
spensa I, del 1897, pp. 126-186 — c Un aneddoto di Bibliografia Ma- 
chiavellesca » di S. Bongi. 



XXXVI INTKODUZIONE CRITICA 

carono in di versa misura e con intendimenti diversi, chi 
a ristampare e illustrare, chi a rifare ii testo di su' ma- 
noscritti, il Baretti, il Foscolo, il Poggiali, il Tanzini e 
il Tassi, il Polidori, il Guerrazzi: e da quasi tütte le of- 
ticine tipografiche dell'alta e della media Italia torna- 
rono alla luce quelle opere. Solo il mezzogiorno d'Italia 
non se ne curö; e piü in giü di Arno, meno la prima 
Romana del Blado e T ultima a cura del Perino, non ne 
troveresti alcuna edizione. 

Nöminare tutte queste edizioni non importa: souo 
in tutto una trentina ; e, tra queste, pochissime avreb- 
bero veramente contribuito al miglioramento del testo 
e al riavvicinamento della lezione alla primitiva, se 
colpevole incuriositk e mancanza di metodo non aves- 
sero prevalso in chi si curö di reimprimere. Perö nuUa 
meritano le edizioni di Amsterdam 1763, Londra 1760 
e 1768, Parigi 1768, e pure di Londra 1772, e 1777, 
le due ultimo curate dal Baretti; ma tutte seguono 
piü meno liberamente la Testina. TJn vero e pro- 
prio lavoro critico sul testo del Principe e delle al- 
tre opere fu intrapreso e proseguito solo in Firenze, 
ma non con quella sicurezza e precisione di metodo, 
nö con quella scrupolositä di esecuzione, che solo ci 
avrebbe soddisfatto. La magnifica edizione del 1782, 
Firenze, Cambiagi, fu condotta per la muniflcenza e 
sotto gli auspicl del granduca Leopolde. A' quattro 
volumi precede una Notizia, dove si afferma di aver 
corretto il testo del Principe sul creduto apografo del 
Buonaccorsi, ms. Mediceo-Laurenziano, XLIV, 32: ma 
daU'esser corretto all'esser fondato sul manoscritto ci 
corre ; e di fatti se ne discosta moltissimo. Questa edi- 
zione fu riprodotta nel 1796 in Firenze; ma tosto si 
tomö alla lezione antica con la stampa di Filadelfia 
(Livomo). 1792 e 1796-97, che il Poggiali curö e che 



INTRODUZIONE CRITICA XXXVII 

le edizioni di Milano, Classici, 1804, e di Milano, Mussi, 
1811, fedelmente seguirono/ 

AI tempo deirimpero Napoleonico, Reginaldo Tan- 
zini e Francesco Tassi prepararono un' edizione vera- 
mente splendida di tutte le opere del Machiavelli: e su 
questa, che servi di fondamento ad alcune edizioni e 
agli studi recenti, converrk che mi soflfermi, almeno 
per quanto riguarda il Principe. Nel frontespizio si 
legge: Opere | di | Niccolö Machiavelli I cittadino e segre- 
tario I fiorentino lltalia, MDCCCXIIL E in 8 volumi; il 
Principe h nel IV.** Tanto nella Notizia premessa, quanto 
in tutta r edizione, si segne, si allarga, si corregge la 
fiorentina del 1782; se non che i rass. furono meglio 
esaminati. Oltre il ms. Laurenziano XLIV, 32, fu tenuto 
a riscontro anche il Riccardiano 2603; su la scorta dei 
quali (preferendo pure talvolta nelle minutaglie il Ric- 
cardiano) * il Tanzini e il Tassi « cogliendo il piü bei 
fiore » e « senza seguire scrupolosamente il Machiavelli 
nella irregolaritä, della sua ortografia » e pur serven- 
dosi delle stampe piu antiche, misero fuori un testo del 
Principe, che certamente h lontano da quello vulgato 
del Blado, de' Giunta, della Testina, ma che non h n6 
anche quello di alcun manoscritto. Di fatti, i titoli e le 
sentenze latine son tutte volgarizzgite, ma non diver- 
samente dalla prima comune lezione del Blado. E ci- 
tando a caso, tra le tante, molte varianti da me rac- 
colte, e lasciando indietro le diflterenze ortografiche, 
nella Dedica si legge, piü düettarsi, V onori, le permet- 



^ Ho visto del Principe (ed. di Filadelfia, 1792) V esemplare unica 
in pergamena che il Poggiali fece imprimere per suo uso. E nella 
Nazionale, segnata D. 10, 4, 15. La lezione sta tra la Bladiana e la 
Ginntina: a pi& di pagina son riportate pochissime varianti dal ms. 
laurenziano. 

2 Cfr. p. civ e cxv del vol. I. 

III 



XXXVm INTRODUZIONE CRITICA 

tono in luogo di delectarsU la honorig li permectano ; e nel 
Cap. II trapassare^ st mantei^rä sempre, per esempio, da' 
suoiy in vece di preterire, sempre si manterrä, in exemplis, 
da' sua; e nel Cap. III che gli uomini per le quali sono 
che gli uomini, ti trovi avere inimici per tu hai inimiciy 
spenti e cacciati per spenti e fugati, il re di Francia per 
Francia, acquista per acquistano, non ispende molto, da 
una parte non offesi per non si spe^tde moltOy da uno canto 
inoffesi; lo acquistato gli torna in perdita invece di lo 
acquisto li torna perdita ecc. ecc. 

E, lasciando stare, ora, V errore critico fondamen- 
tale di essersi senz'altro fidato ad im ms., che non h 
n6 r originale ne l'apografö piü sicuro, bastino queste 
poche citazioni per dimostrare quanto poca fedeltk ser- 
barono essi al manoscritto, e quanto piü sf fidarono 
delle stampe, e per mettere su V avviso gli studiosi che 
troppo ciecamente seguissero questa edizione, o vi si 
fondassero. La quäle, del resto, diede una lezione assai 
piü vicina che le altre all' originale ; e fu segufta nella 
ristampa di Firenze, Parenti, 1843, e pure di Firenze, 
Cardinali, 1853. Da un' opera di strano connubio fra le 
tre edizioni del Blado, Testina e Italia 1813 uscl fuori 
r edizione di Capolago, Tip. Elvetica 1849. Su questa, 
npn so perch^, ne con quäle criterio, fu riprodotta T ul- 
tima curata dal Burd, Oxford, Clarendon press, 1891. 
Ma la tradizione della vulgata non si diede giä per 
vinta, e seguitö per le altre stampe di Parigi, Desprez, 
1837, di Firenze, Polidori, 1853, Milano, Sonzogno, 1877, 
e Guigoni, 1878 e di Firenze, Barbara (ed. diamante) 
1868, flno air ultima di Roma, Perino, 1889 : nelle quali 
tutte il testo andö peggiorando; perche ad errori tra- 
dizionali, o nati qua e Ik e non saputi eliminare, stag- 
giunsero non pochi errori generati da s6 nelle oflBcine 
diverse. Ne rimasero meno attaccati alla tradizione 



INTRODÜZIONE CßlTICA XXXIX 

coloro che in antologie generali o special! scelsero qual- 
che passo delle opere del Machiavelli; n6 meno T ultimo 
di essi, il Finzi/ nella cui Crestomazia machiavellica 
si puö leggere, ad esempio, nel cap. III del Principe: e 
sarehheli riuscito il pensiero ben presto, dove si dovrebbe 
avere : e sarebbeli riuscito il pensiero bene preso ; e nella 
lettera famosa al Vettori si pnö leggere: cosi rinvoUo 
in questa viltä e mi spoglio da quella veste contadina dove 
TAlvisi* ha: cosi rinvdto tra questi pidocchi, e 7ni spoglio 
quella .vesta cotidiana ecc. ecc. Bisogna perö riconoscere 
che la tradizione fii rafforzata, ed errori vecchi e nuovi 
furon ribaditi, da un letterato ed erudito di fama, F. 
L. Polidori : * il quäle, comö scrisse egli stesso, nel con- 
dürre la edizione Le Monnier delle opere del nostro, 
edizione stimata e segulta da moltissimi, si fondö su la 
Bladiana, e tenne a riscontro con quella la Testina, la 
edizione Poggiali e quella del Tanzini e Tassi. Cosi ac- 
crebbe la confusione, mescolando tra se cose diversissime. 
Da questa Atta selva di criteri differenti, di errori 
e varianti, rampollate qua e lä, il testo del Principe non 
poteva che uscirne guasto e contraflfatto. E pure esso 
non avea sofferto T ultimo oltraggio, che su la fine del 
Cinquecento gli preparava il Santo Uffioio. Di che si 
hanno parecchie prove. Giä il Muzio, fin dal 1562, pre- 
parava una correzione ed espurgazione di tutte le opere : 
e piu tardi, adoperandosi i nipoti Machiavelli perch^ 
fbssero ripubblicate, il Vescovo di ßeggio * ne scriveva 

^ Toriao, Clausen, 1897. 

* Lettere familiari di N. M. (ediz. integra). Firenze, Sansoni, 
1883. Sono stampate di su gli autograü o di su' buoni apografi dl 
Giuliano de' Ricci. 

3 n Principe e i Discorsi ecc. Firenze, Feiice Le Monnier, 1857, 
cfr. Avvertimentp delV editore, p. iv. 

* V. a p. 59 della Notizia premessa all' edizione Cambiagi, 1782, 
e tra le carte Machiavelli del fondo Palatino. 



XL INTRODUZIONE CRITICA 

da Roma a Lodovico Martelli in Firenze, in data 22 
febbraio 1572: « Ora si dark un'altra rivista alle sue 
« opere, e poi si penserk a pregare le SS. VV. che le 
« voglino correggere nella lingua, come avranno fatto 
« il Boccaccio, acciö il mondo abbi le fatiche di questo 
« valentuomo ». Oh Sant' Ufficio correttor di lingua ! Di 
quest'opera di correzione e di castrazione la Biblio- 
teca Ambrosiana di Milaüo possiede un argom.ento vi- 
sibile in una copia delle Historie fiorentine del Blado, 
che ha molte cancoUature a mano ed estesi tratti co- 
perti con striscie di carta; e una postilla spiega. «E 
« stato corretto conforme allo esemplare sottoscritto dal 
« M. K Padre Inquisitore ». Tale opera di distruzione 
non vide la luce, perche i nuovi Aristarchi della lingua, 
del costume, del pensiero, pretesero che il nome di Nic- 
colö Machiavelli fosse cancellato dalle stampe: a che 
i nipoti nobilmente si rifiutarono. 



VII 



Da quanto si h venuto dicendo fin qui su le edizioni 
del Machiavelli, se appare chiaro che la fortuna del 
grande prosatore segui di pari passo le sorti dell'Italia 
e della sua vita civile e letteraria, non risulta meno 
evidente che n6 le prime stampe e piü famose hanno 
autoritä, sufficiente, o concordano in tutto tra loro, n6 
quelle riportate a buoni manoscritti vi furono fedeli, 
n^ quelle che pur vollere ridurre il teste alla primi- 
genia lezione servendosi delle une e delle altre, vi riu- 
scirono: ond'fe che nessuna ci oflfre una lezione che la 
critica possa accettare. Se dunque il teste del Principe 
fu sempre pubblicato o con arbitrio o senza metodo, 
sorge naturale la necessitö, di una nuova edizione. 



INTRODUZIONE CRITICA XLI 

Ma bastä, a tale scopo, attenersi semplicemente al 
ms. provato migliorel 

Come ho detto giä, le mie ricerche non son riuscite 
a scovare n^ V originale, nö un sicuro apografo : poich^, 
in tal caso, basterebbe una intelligente fedeltö,. Qua- 
lunque altro ras., per se solo, non potrebbe mai soddi- 
sfare alla ragione critica, perche non avviene mai che 
nna serie di trascrittori, attraverso i quali dev'esser 
passato un testo, non tolga o aggiunga o involontaria- 
mente sbagli, o non modifichi per false interpretazioni 
o malinteso amor di chiarezza. Conviene dunque ricor- 
rere allo strumento di che la moderna critica de' testi 
si arma, per giungere a risultati sicuri : ossia air esame 
•comparativo de' manoscritti, compresa la prima stampa, 
-che pur sempre, toltane Topera personale deH'editore, 
ha valore di manoscritto.. 

E, per sgombrare il terreno, distinguo subito due 
-categorie di mss. : Tuna derivata dalle stampe (e basterk 
-accennarli), l'altra indipendente. 

S'intende bene: gli uni e gli altri non son tutti* 
Chi h esperto di tali ricerche, sa per prova dolorosa 
come a mala pena si riesca a vedere e sapere di una 
parte de' mss. sparsi per le biblioteche italiane ed eu- 
ropee. Non di meno, io son persuaso fermamente che 
^quelli rinvenuti da me bastino a ricostituire critica- 
mente il testo. 

I manoscritti copiati dalle stampe, poco meno d'una 
decina, sono: 

il Magliabechiano XXX, 7, 42 (carte 132-157), del 
sec. XVII, e il Palatino 604^ (carte 7-98), del sec. xyiii, 
tutt' e due della Biblioteca Nazionale di Firenze : 

^ Appartenne al Poggiali, e forse fu preparato per l'ediz. di 
JFüadelfia, 1792. 



SLtt INTE0DU2I0Nfi CRITICA . 

il Riccardiano 2U2 (pag. 1-179), tra il sec xtii e^ 
XVIII, e il ßiccardiano 3214 (pag. 1-626), del sec, xvnti 
(dalla p. 128 alla 135 sd ne ripete una parte): 

il Barberiniano LVI, 136 (carte 1-80), del sec. xvii t 
il ^higiano 0, It, 21, del sec. xni: 
.il Marciano, cl. II, CLXlI, del sec, xni: 
il cod. 613-614 della Biblioteca Comunale di Ve- 
rona (carte 1-92), del sec. xvil 

Non mi dilungherö a provare che questi derivatio 
dalle stampe. Quando tütta Topera Bladiana di rifttci-* 
mento, le lezioni sbagliate, le interpretaeioni false, vi 
si trovano accettate pienamente e a chiusi occhi, fe na-^ 
turale che sien copiate, e non si debba tenere nessun 
conto di loro, n6 degli spropositi ne' quali incorre la 
cieca fretta de' trascrittori. Piü toste, sarä opportune 
osservare, a chi non trovasse naturale l'esistenxa di 
tanti mss. (e certo non son tutti) depo le stampe, che 
la raritä di queste, e 1' impossibilitä o la difficoltä dl 
procurarsene copia, per i rigori del Santo Uffizio, do- 
veTano di necessitä portare queste trascrizioni. 

I manoscritti, indipendenti dalle stampe, che io ho- 
potuto esaminare, sono sei/ 

Primo e piü degno di tutti, per 1' autoritä del nome 
che porta, .fe il Mediceo-Laurenziano, pluteo XLIV, co- 
dice XXXII, che Biagio Buonaccorsi donö a Pandolfo 
Bellacci, lontaho parente per parte della moglie, E un 
bei volumetto di cm. 20 x 10, legato in marocchina 
rosso rabescato; con dieci borchie agli angoli e in mesEo,. 
che tutte hanno le palle medicee% Senza contare le 
guardie, le carte sono 108, secondo la moderna nume- 
razione, a pi^ di pagina; ma i numeri antichi in alta 
vanno da I a V, e ripigliano e chiudono con il Principe 
da I a C, a cui seguono tre carte blanche non segnate. 
Ogni facciata contiene 22 linee di scritto, in carattere 



INTKODÜZIONE CRITICA XLHI 

regolare, quasi calligrafico; che molti pensano sia di 
mano del Buonaccorsi; ma io non oserei aflfermarlo. 

La carta prima (retto e verso) contiene la lettera 
con che Biagio Buonaccorsi presenta e raccomanda Tope- 
retta a Pandolfo Bellacci, e che fu riprodotta piü volte. 
Notevoli sono in essa le frasi « ti mando Toperetta 
« composta nuovamente de' principati dal nostro Niccolo 
« Machiavelli » e « prepdrati acerrimo defensore con- 
« tro a tucti quelli che per malignitk et invidia lo vo- 
« lessino secondo V uso di questi tempi mordere et la- 
« cerare ». 

Le carte II e III contengono la Dedica del Machia- 
velli a Lorenzo de' Medici, e dal verso della c. IIl al 
verso della c V fe 1' indice de' capitoli co' titoli in latino. 
A c. P** comincia il Principe, ma senza alcuna inte- 
stazione, e solo con il titolo del primo capitolo in la- 
tino : finisce al verso della c. C. Leggiere miniature ador- 
nano e abbelliscono la prima lettera di ciascun capitolo; 
e a pife della c. I fe, pure miniato, lo stemma de' Bel- 
lacci. Note raarginali richiamano i nomi storici e geo- 
grafici del teste, ovvero accanto a una graflfa h scritto 
nota\bile\^ o nota distinctio\nem\ ^ o altro. 

Quanto all' etä, del codice, non puö riportarsi piü in 
qua del 1522 o '23, in uno de' quali anni morl certa- 
mente Biagio Buonaccorsi; ch^ di Pandolfo Bellacci non 
ho potuto saper altro se non ch'egli fu de' priori nel 1485. 
E, se si considera da un lato, come s' h detto di sopra, 
ch'egli chiama Voperetta nuovamente composta, e dall'altro 
che accenna gik a quelli che volevan mordere e lacerare 
il libro, e dovea quindi essere trascorso alquanto tempo 
dal decembre del 1513, aller che il Machiavelli ripuliva 
e ingrassava ^ il Principe; se in fine si ponga mente che 

^ Cfr. la lettera famosa a F. Vettori in Alvisi, op. cit. p. 809. 



XLIV INTRODUZIONE CRITICA 

esso e giä dedicato a Lorenzo de' Medici, non a Giu- 
liano, com' era prima in tenzione delFautore (etal mu- 
tamento ^ avveiine forse alla morte di Giuliano nel 1516); 
non si stenterk a coUocare Tepoca di questo mano- 
scritto tra il 1516 e il '20, con maggior probabilitö, per 
la data piü antica. 

Segue il Riccardiano 2603, di cm. 20 X 15, legato an- 
ch'esso in marocchino rosso, rabescato. Ogni pagina e 
di linee 21. II volumetto h di carte 98; la prima bianca; 
a c. 2 fe la dedica a Lorenzo de' Medici, e nel verso 
della c. 3 e nella c. 4 1' indice de' capitoli in latino ; 
da c. 5 a 98 va il Principe. La scrittura pare identica a 
quella del Laurenziano ; non ha miniature, ma si le note 
marginali. Nell'interno della legatura si trova scritto 
con carattere diflferente. « Questo libro h di Marco di 
« Tinoro Bellacci Chi l'accattassi lo renda per caritk ». 

Questo Marco si trova priore nel 1506; e il padre 
suo, Tinorus Marci Belli de Bellaccis, fu priore nel 1502, 
come nel 1485 Pandulphus Marci Belli de Bellaccis. 11 
possessore di questo codice era dunque nipote di Pan- 
dolfo, a cui Biagio Buonaccorsi avea giä, donato il Prin- 
cipe. Per questo, e come indicherebbe il carattere, il 
ms. non dev' esser.lontano assai d'etä, dal precedente. 

Singolare e il ms. di Parigi. Appartieue a quella Bi- 
blioteca Nazionale, ed fe segnato col n. 709 tra i mss. 
italiani. E un bei volumetto, legato pure in marrocchino 
rosso, con fregi dorati, e nel mezzo delle due facce e 
agli angoli vi e ripetuta una Corona comitale con le 
iniziali P.P. intrecciate, pure in oro. Misura cm. 16 X 11 , 
ed ha righe 18 per pagina. Dopo la copertina, in prin- 
cipio e in fine, una striscia di pergamena rimane del- 



* Cfr. Villari, N, M, e i suoi tempij (ed. seconda, Hoepli, 1895) 
vol. II, pp. 382-383. 



INTKODUZIONE CRITICA XLV 

Tantica guardia del codice, che fe di c. 118. Nel margine 
superiore della c. 1, fe scritto 6r. B. Q(uaratesi)^ 8287 y 
che starebbe a testimoniare non solo il possessore primo 
del codice, ma anche Tesistenza di una ricca biblioteca 
presso questa famiglia fioreatina, antica e nobile per 
molti priori e gonfalonieri. Nella c. 1 e 2 fe la Dedica 
a Lorenzo con il titolo « Niccolo Machia.Ivelli al Ma- 
gnlifico Lorenzo | de Medici| ». AUa c. 3 « Opera di Nic- 
colo Malchiavelli de Priincipati » e poscia il testo che 
va fino alla c. 118, cui seguono le ultime 5 carte bianche. 
Vi sono le note marginali, ma piü frequenti nelle prime 
carte, e diverse dagli altri mss. E la prima lettera di 
ciascun capitolo e sempre tralasciata, in attesa forse 
deli'opera del miniatore. 

Aflferma il Mazzatinti ^ che tutti i manoscritti pro- 
venienti dalla Biblioteca del conte Filippo di Bethune 
sono legati in marocchino rosso, e portano la Corona 
comitale con un doppio P.P. intrecciato, che sta per 
Philippe. Ora il conte Philippe de Bethune, di antica e 
nobilissima famiglia francese, fratello al celebre SuUy, 
visse dal 1561 al 1649; fu ambasciatore in Scozia, in 
Alemagna, a Eoma e presso il Duca di Savoja, e scrisse 
nn opuscolo « Observations et maximes politiques pou- 
« vants servir au maniement des affaires publiques » dove 
mise a profitto il Principe del Machiavelli. Ne mi pare 
improbabile che, intorno al '600, il conte di Bethune, 
dimorando in Italia per le sue ambascerie, trovasse 
modo di acquistare il manoscritto delFopera famosa. II 
quäle h di carattere somigliante al Laurenziano e al 



^ Un Giovan Battista di Bartolomeo Quaratesi visse nella prima 
metit del Cinquecento. 

^ y. « I manoscritti italiani delle Biblioteche di Francia » p. 
cxxvn. 



XliVI INTRODUZIONE CRITICA 

Riccardiano citato. Ma h da notare che i titoli noQ sono 
piü in latino, ma in italiano, e pure non hanno nuUa 
che 'vedere con quelli dell'edizione bladiana copiati poi 
dalle altre. Ad esempio, il Parigino legge al cap. I : Di 
quante ragioni sieno e'- Principati^ e in che fnodo si acqui- 
stinOj dove il Blado porta: Quante siano le spetie M 
principati, et con quali modi si acquisiino; al cap. IV: 
per quäl cagione el regno di Dario il quäle da Alexandro 
fu occupatOy non si rehellb da sua subcessori dopo la morte 
di Alexandro j ma presso il Blado: FerchS il regno di 
Dario, da Alessandro occupato, non si rebellb da li suc- 
cessori di Alessandro doppo la moHe sua; al cap. XVI: 
della libertä et della parsimonia: ma nel Blado della li- 
beralüä et miseria; al cap. XXIV: exhortatione ad pigliare 
la difesa di Italia et liberarla dalle mani de' barbari, ma 
presso il Blado: esortatione a liberare la Italia da i bar- 
bari. A questi pochi esempi basterä contrapporrela le- 
zione latina del Laurenziano, perche ognuno si persuada 
che non sempre il Blado tradusse con precisione come 
il trascrittore del Parigino : di fatti al cap. I si legge : 
Quot sint genera principatuum et quibus modis acquiran- 
tur, al cap. IV Cur Darii regnum, quod Alexander occu- 
paverat, a successoribus suis post Alexandri mortem non 
defecit, al XIV De liberalitate et parsimonia, e al XXVI 
Exhortatio ad capessendam Italiam in libertatemque a bar- 
baris vindicandam. Medesimamente sono volgarizzate 
alcune sentenze latine del contesto, ma sempre in modo 
diverso dal Blado; cosi nel cap. XXVI, dove il Lauren- 
ziano legge, iustum est bellum quibus necessarium etc.^ il 
Parigino traduce: et la guerra ^ iusta a chi e necessaria; 
ma il Blado : quella guerra e giusta che gli d necessaria : 
e a dir vero la sentenza di Livio h meglio rispettata, in 
latino e in volgare, da' manoscritti. Nel cap. XXI, il 
Laurenziano riferisce, lievemente storpiate, le parole 



INTRODUZIONE dtmOi. XLVII 

mefise da Tito Livio in bocca al legato romano: quod 
rnttem isti dicunt non interponendi vos hello^ nihil magis^ 
alienum rebus vestris esU (nam) sine graiia sine dignitate 
premiutn victoris eritis; le quali sono dal Parigino tra- 
dotte : quello che costoro dicono di non vi travagliare della 
guerra, non puö essere n4 piü contro ni piü dannoso alle 
cose vostre^ perche sanza gratia sanza dignitä sarete preda 
di Chi vincerä; ma il Blado con notevole diversitä e con 
troppe piü parole stampö : quanto alla pmie che si dice 
essere ottimo et ulilissimo a lo stafo vostro il non vHntrO" 
metter e nella guerra nostra, niente vi h piü contrario, im- 
perd che non vi d intromettendo, senza grazia e senza ri- 
putazione alcuna resterete premio del vincitore. 

Ora^ scartaudo Tipotesi che la peggior traduzione 
sia deirautore, sorge naturale la domanda: chi volga- 
rizzö? il trascrittore o il Machiavelli? A che nö io n^ 
altri credo possa rispondere; perchö si puö tanto so- 
steuere che al Machiavelli piacesse conservarsi piii 
latinO) specie in un^opera dotta^ quanto che airautore 
medesimo fosse un giorno garbato di farsi piü italiauo; 
se pure non h lecito e piü consentaneo alla natura delle 
cose credere che un qualunque copista, per rendere 
piü agevole la lettura dell'opera a qualche poco lette- 
rato che glie ne aveva chiesto copia, ne togliesse via 
da s6 ogni difficoltä latina» Certo fe che la interpreta- 
zione sua h sempre piü logica e piü italiana che non sia 
nelle stampe : e questp divario riesce tutto a scapito del 
Blado e della sua autoritk. 

Splendide codice b il Barberiniano LVI-7. Esso h 
legato in pelle rossa con dorature, membranaceo, di 
c. 87; delle quali le prime tre non numerate contengono 
la Dedica a Lorenzo de' Medici e V indice de' capitoli 
in latino. II carattere appare elegantissimo, del primo 
Cinquecento. La prima lettera fe superbamente miniata; 



XLVITI INTRODUZIONE CRITICA 

e pure miniate sono le prime lettere de' capitoli;^ e tutto 
fa pensare che il voluinetto fosse donato e preseiitato 
a qualcuno. Le sollte note marginali in rosso richiamano 
i soggetti trattati e i nomi propri. Si potrk forse pen- 
sare che il ms. sia dono del Machiavelli stesso a qual- 
cuno di ' que' Tanfani, suoi vicini di villa, che egli rac- 
comandö una volta^ al Vettori, e che poi diedero ori- 
gine a' ßarberini di Roma. Ma le troppe lacune non 
mi fanno credere che il Machiavelli Tabbia donato lui, 
senza pur guardare se 1' opera del copista sia stata 
bene o male eseguita. I titoli son tutti in latino. 

II codice Corsiniano 440 (coUocazione 43, B, 35) e 
un volumetto legato in pelle color nocciuola, di c. 88, 
di linee 20 per pagina. Depo la prima carta bianca, nella 
€. 2, di mano moderna, h il frontespizio : «II Principe 
I di I Niccolö Machiavelli | cittadino fiorentino | al Mag.®^ 
Sig." Lorenzo de' Medici | dedicato | Ms. | da Teofilo Mo- 
chio Senese». Ma alla c. 3, del vecchio carattere, si 
trova scritto : « Libro de' Principati di Niccolö Ma|chia- 
velli cittadino fiorentino: al Mag.**^ Lorenzo de' Medici 
giovane ». Nel verso della c. 3 si legge : « Teophilo 
Mochio Senese a li lettori ». 

« Non sperate lettori di leggere : n6 piü grata n6 piü 
« degna et necessaria lettione di questa operetta che 
« vi si da : Se volete sapere quelle che hanno ad teuere 
«li signori che reggono: et quelli che di farsi signori 
« et di reggere hanno loro anima: Per ciö che qui ve- 
« drete con li exempli antiqui et nuovi tutte quelle cose 
« descripte che convenghano ai Principi : che quante et 
« quali sieno non e veruno che non le debbia et pensar 
« et sapere. Valete ». 

Ricomincia la numerazione: nelle c. 1 e 2 fe la De- 



} V. Lett. fam., o. c. CLII, p. 364. 



INTRODUZIONE CRITICA XLIX 

dica ; nella c 3 e T indice de' capitoli in latino e in ita- 
liano, che va fino a tutto il retto della c. 4 ; e dal verso 
della c. 4 alla c. 88 va il Principe. 

Questo Senese trascrittore dev'essere certo Teofilo 
di Ser Jacomo di Pietro di Moco, battezzato il 12 ot- 
tobre del 1474.^ Se la copia corsiniana sia proprio quella 
di mano sua o un'altra derivatane, non saprei affermare. 
Certo le volgarizzazioni de' titoli, piü tosto goflfe, e certe 
ginnte e correzioni che tradiscono e rivelano lo scrittore 
del discorsino a' lettori riferito, mostrano un'opera per- 
sonale di ritocco, infinitamente minore che quella del 
Blado, ma sempre nociva e atta piü che altro a ingar- 
bugliare la matassa. Si tenga perö sempre presente che 
i titoli latini dell' indice sono eguali. a quelli del Lau- 
renziano, Riccardiano e Barberiniano; ma i titoli volgari 
non hanno che fare.ne con quelli del Blado n^ con 
quelli del ms. Parigino. 

Altro ms., che i titoli latini e la lezione in generale 
identica agli altri dimostrano indipendente dalle stampe, 
h il codice Marciano della Biblioteca di Venezia, segnato 
Classe II, LXXVII, 41. E legato in pelle bianca: misura 
cm. 21x13. E di carte 79; ma i numeri dall' 1 al 6 
sono ripetuti. II carattere difficilissimo, tutto a ghiri- 
gori, parrebbe coUocarlo nel primo seicento, quantunque 
una certa regolare disposizione delle righe e delle pa- 
role lo abbia fatto nel Catalogo attribuire al sec. xvi. 
Certe particolaritä;, come risceva per riceva e lescito per 
lecito, fanno pensare che il trascrittore sia toscano. 

^ Debbo la notizia alla cortesia del ch.mo sig. A. Lisini : e lo 
ringrazio. 



INTRODUZIONE CEITICA 



VIII 



Solo dairesame comparativo dei manoscritti e della 
prima stampa, che, pure corretta; e rifatta, ha sempre 
valore di manoscritto, si puö trarre certa regola per la 
ricostituzione critica del testo. 

Indico con B il ms. Barberiniano LVI, 7; con C il 
Corsiniano MO; con L il Laurenziano XLIV, 32; con M 
il Marciano, classe II, LXXVII, 41; con P il Parigino 
709 ; con R il Riccardiano 2603, e con b la stampa del 
Blado, Roma 1532. 

E prima di tutto : nessuna di questQ fonti fe derivata 
da una delle altre ? Per rispondere, si puö semplificare 
Targomentazione, fondandola su le lacune e le giunte. 

Le principali lacune di B sono:^ III, 17, 7-9; VI, 28, 
4-5; IX, 46, 17-18; XI, 54, 23-25; XII, 56, 4-6; XIX, 
88, 4-5; tutte d'un rigo: d'una parola o due: VIII, 40, 
15 alla; XVI, 74, 4-5 e quello che; XIX, 86, 9 parte; 
9il^ 4-5 d'animo nondimeno; 94, 14 di loro; XX, 95, 4 
tenuto; 95, 14 trovati; 96, 4 principe nuovo. Le giunte 
sono: III, 10, 21 et di piü; XIV, 69, 6 sopy^adicto. Nes- 
suno degli altri mss. ne la stampa hanno queste giunte : 
tutti i mss. e la stampa riempiono le lacune ugualmente. 
Dunque B non h la fönte di C, . L, M, P, R, b. 

C h solitario in pgcbe lacune: I, 5, .3 tutti\ VI, 25, 
3 cose; XXII, 107, 1-2 li assai carichi li fnccino temer e 
le mutazioni. Assai piü forti e numerose sono le giunte : 
di periodi interi talvolta: di cui vedi, III, 13, 25; IV, 19, 
•9; VIII, 41, 21; XXI, 104, 16-17: di semplici parole: 
III, 17, 14 ^ stata; IV, 20, 1 tutto; VII, 32, 22 capi; 38, 

1 II primo numero romano indica il capitolo, la priiha cifra ara- 
bica la pagina, l'altima o le ultime la riga o le righe. 



INTEODUZIONE CBITICA LI 

7 forzare: X, 51, 12 l'amore ecc. ecc. Nessuna di que- 
ste h portata da stampa o mss., Dunque non h la 
fönte di B, L, M, P, R, b. 

L xion ha giunte o lacune proprio, e lievissime dif- 
ferenze da tutti gli altri mss.: dunque L pub esser la 
fönte di qualche altro ms., e ;md anche esserne derivato, 
eccetto che da b, stampato nel 1532, dieci anni circa 
depo la morte del Buonaccorsi. 

M si trova solo in lacune di righe intete: VI, 9, 12; 
IX, 45, 9-10; XTI, 55, 13; XVII, 75, 19-20; XIX, 85, 5- 
€; 88, 10-11; XXIII, 108, 21-22; di una o piü parole 
VII, 31, 14; 32, 27-28; X, 51, 5-6; 51, 9; XII, 55, 4-5 
XIII, 61, 15-16; XV, 70, 7-8; XVI, 71, 13; 73, 22-23 
XVII, 75, 12-13; 75, 19-20; XVIII, 79, 18; XIX, 83, 5 
S7, 22-24; 90, 17; XX, 95, 21-23; 96, 4-5; XXI, 102, 21 
103, 3-4; XXIII, 107, 19; 109, 7; XXVI, 119, 1. 

Forti giunte si riscontrano, solitarie, al VI, 28, 14 ; 
VII, 36, 6; 38, 11; 39, 5; IX, 48, 1; X, 52, 5; Xni, 65, 
6; XVIII, 81, 15-16. Dal che si puö trarre che anche M 
non pot^ esser fönte ne a B, n^ a C, o L, P, R, b. 

P ha lacvine di righe intere al III, 11, 15-16; 12, 9- 
11; XVI, 73, 20-22; XXI, 104, 19-20; di una o piü parole 
al III, 9, 7; 12, 16; 14, 16; VII, 36, 14; VIII, 41, 13; 41, 
16; XI, 54, 28; 55, 1-2; XII, 60, 23; XIII, 64, 12; 65, 18; 
XIX, 83, 26; 91, 13; 91, 24; 93,21-22; XX, 98, 15; 99, 
22; XXI, 101, 5; 101, 18; XXII, 106, 11; XXIV, 109, 
20; 110, 19-20; XXV, 115, 2; XXVI, 116, 11. Le giunte 
son lievi, n6 possono dar materia ad alcun ragiona- 

• 

mento; ina le lacune son numerose e gravi. E perö 
anche da P non possono esser derivati B, C, L, M, R, b. 
R si -trova solitario in sei lacune di seraplici pa- 
role: III, 17, 3 ordinario; V, 23, 10-12 dimenticano; VII, 
29, 15 awerso; VIII, 43, 1-2 loco; XIII, 61, 21 sono; 
XXI, 102, 1 uomo. Ma, quantunque sien poche, se tutti 



LH INTRODUZIONE CRITICA 

i mss. e la stampa le riempiono unanimente ed egual« 
mente, se in nessun altro testo h avvenuto alcun turba- 
mento di lezione nel posto di quelle lacune, h naturale 
che nessuno sia derivato da R. AI Cap. VIII, 41, 7 R 
interpreta: periculi si mantenessi; ma tutti gli altri: 
periculosi mantenessi. AI C. XX, 98, 28 aggiunge, solo, 
potere, Dunque, ne anche R puö aver dato luogo a B^ 
C, L, M, P, b. 

b, in fine, non puö esser stata fönte ad alcuno degli 
altri testi, perchö, se solo di alcuno si puö affermare 
sia anteriore al 1532, nessuno certo gli si accorda ne pure 
nella decima parte di quel migliaio circa di diflferenze, 
dovute a un'opera di correzione vera e propria del Blado 
di Chi per lui curö la stampa. Naturalm ente, non ri- 
porto qui le prove che sono tutte sparse a pie di pagina 
sotto il testo'; e sono frequentissime. 

La prima conchiusione sicura a cui si perviene, fe che 
de'sette testi nessuno puö aver dato luogo alPaltro, 
eccetto L. 

Ma, per stabilire la posizione di L neU'albero genea- 
logico de'mss., bisognerk prima esaminare gli aggrup- 
pamenti diversi. 

II primo e piü importante gruppo h quello di B M 
b contro C L P R. B M b si accordano in una trentina 
di lezioni, e in sei ginnte, contro C L P R. Le ginnte 
sono: IV, 18, 20 di queste due diversitä di governo contro 
di questi dua governi; V, 23, 14 che era suta posta con- 
tro che era posta; VII, 31, 2-3 lo esemplo delle azioni sua 
contro le azioni sua; e 31, 7 non vedeva via di potetio 
contro non vedeva di poterlo; IX, 46, 24 ma che etiam 
loro contro ma che loro ; e 45, 1 7 comandato nA oppresso 
dd grandi contro comandato da' grandi. Ora non puö 
essere che B M b abbiano egualmente riempito le la- 
cune di C L P R, se alcuno di essi fosse derivato da L- 



• • 



INTRODUZIONE CRITICA lIH 

Cosicch^ il gruppo C L P R e il gruppo B M b si 
riattaccanö all' originale, ciascuno per via propria; ed 
L non paiö aver dato luogo n6 a B ne ad M n^ ab: 
nö puö esserne derivato. Resta a vedere se da L puö 
esser derivato C o P o R ; o vice versa. 

Anche C R formano un gruppo a se, poich^ s'accor- 
dano contro B L M P b in una lacuna: XVIII, 82, 10 
et li pochi ci hanno luogo; e in molte ginnte, II, 6, 6 ad 
vivere soüo; III, 8, 18 volta; VIII, 44, 19 mai; XI, 54, 
7 non; XII, 56 di questo ecc. ecc. 

E di piü C R hanno in comune una quindicina di 
trasposizioni, e una ventina di lezioni e interpretazioni 
proprie. Da che si deduce che C R hanno un comune 
prototipo, che indicheremo con n. Puö questo essere 
L ? No , per certo ; chö non h ammissibile un cosi gran 
numero di combinazioni in due trascrittori diversi, ne 
anche in un medesimo trascrittore che in due volte di- 
verse copiasse il teste. Ne L puö dal canto suo derivare 
dal prototipo di C R, perchö non ne ha preso alcuna 
delle lezioni del gruppo C R, o, mutandole, non avrebbe 
potuto tutte indovinarle tali e quali sono in B M P b. 

Dunque nö B ne C ne M ne R ne b possono avere 
per fönte L, nö L puö venire da alcuno di essi. E sie- 
come s' ä diniostrato che P non h fönte di alcuno degli 
altri sei testi, resta a vedere se esso derivi da L. 

P volgarizza tutti i titoli de' Capi e i passi latini del 
teste: non sempre le particelle latine di tutti gli al- 
tri mss. Ma come si spiega, se h derivato da L, che 
al C. VIII, 40, 14 M e P hanno non solum (che dev'es- 
sere la lezione originale), e B C L R b non solamente? 
Cosi, al C. XV, 71, 3-4 P, d'accordo con B, ha la lezione 
buona Vinfamia di quelle ^ ma C L M R hanno Vinfamia 
di quelli. AI C. XII, 59, 10 L porta, solo, hattuto che loro 
ebbono: ma tutti gli altri hanno battuto che ebbono; lo 

IV 



LIV INTRODUZIONE CRITICA 

stesso avviene al XVI, 72, 1; Lporta ella si debbe; gli 
altri la si debbe; e al XXI, 101, 6 B ed L oltra dt qiiesto, 
e gli altri oltre a questo. Se P copiö da L, perchö in 
queste, sian pure, minuzie non si accorda con L, ma 
con gli altri? 

Certo L e P hanno grande affinitä tra loro; ma non 
si puö in nessun modo affennare che V uno sia derivato 
dall'altro. Piü tosto, si puö pensare a un comune pro- 
totipo : ma troppo spesso L si accorda con gli altri con- 
tro P; e il gruppo L P fe di cosf lieve importanza, che 
non porta di necessitk l'esistenza di un altro interme- 
diario. I loro incontri, per me, son sempre casuali. 

Ogni testo dunque rimane indipendente dair altro. 



IX 



Si h parlato di un gruppo CLPR, BMb, edi 
un altro C R, e quindi di tre intermediarl, che indi- 
chiamo con o', o", n. Ma v' fe un altro gruppo formato 
da B b: i quali s'accordano piü di sessanta volte in 
giunte, lacune, trasposizioni, mutamenti forti. Basterk 
che io citi le giunte: et come b detto, VII, 35, 19; di Na- 
poli VII, 36, 7 ; d'altri, XVII, 78, 13; e i forti muta- 
menti : sanza dependere dalla fortuna e forze d* altri contro 
e non sarebbe piü dependuto dalla fortuna e forze d'altri, 
VII, 36, 15; a ritornarvi contro a rinnovare VHI, 44, 16; 
Como contro Conio, XII, 60, 17; incorrere per necessitä 
contro necessitato incorrere^ XVI, 74, 12-13; si fa d'uno si- 
gnore e del cervello suo contro si fa del cervello d'uno si- 
gnore, XXII, 105, 9-10. E ognuno converrk che B b 
hanno un comune prototipo, che indicherö con ß. 

Abbiamö dunque determinato due gruppi e due sotto- 
gruppi, due prototipi maggiori e due minori: ossia 



I 



INTRODUZIONE CRITICA 



LV 



€LPReBMb:BbeCß:e quindi o', o", ß, n. E im 
primo albero ipotetico, indicando con T originale, po- 
trebbe esser questo: 





M 



ß 



L P 



K 



B b 



R 



Ma e proprio necessario che ciascuno di questi mss. 
-e la stampa, e ciascuno de'prototipi minori abbia do- 
vuto cogliere le lezioni comuni dell' originale attraverso 
o' ed o" ? E non puö essere, ad esempio, che M o L o P 
venga ciascuno per conto suo dair originale ? 

Per sbrogliare la matassa, in che c'involge questa 
domanda, sark prima di tutto da stabilire il valore che 
si deve attribuire a ciascun testo e a ciascun gruppo. 
II che servirk anche a dar la ragione della nessuna im- 
portanza che attribuisco, per la ricostituzione critica del 
iesto, ad altri aggruppamenti minori, ad altre combi- 
nazioni binarie, a cui accennerö da ultimo. S'intende 
bene che, rispondendo, mi limiterö alla sintesi di quanto 
ho osservato da rae; ne io potrö qui rifare l'analisi mi- 
nuta di ciaacuna Variante, che ognuno puö seguire da 
so, sotto il teste. Le ragioni facili, per cui tante lezioni, 
o solitarie o binarie o di gruppi maggiori, sono senz' al- 
tro escluse, balzano agli occhi di ognuno che legga : 
-quelle piü difficili, o meno evidenti, e le piü importanti 
a stabilire il valore de' gruppi e di qualche teste, sono 
sparse per le note; con sufficiente chiarezza, credo. E 
chiedendo, a chi legge, un po' di fiducia nello studio po- 
sto per due anni attorno al presente testo, vengo senz' al- 
tro a conchiudere. 11 manoscritto migliore h L, eccetto 
nelle lezioni in cui si accorda con C P R contro B M b, 



LVI INTRODUZIONE CRITICA 

o solo contro B M : ma, in generale, h il meno lacunosa 
e il piü corretto e, forse, il piü diligentemente trascritto* 
Seguono per correttezza, in ordine di merito, P e B, salva 
dove questo si accorda con b; poi R, salvo dove s'ac- 
corda con C: ma i due Ultimi (B ed R) hanno lacune, 
ginnte, molti mutainenti per maggior chiarezza di sensOy 
per false interpretazioni. Vengono poi M e C, tutti e 
due molto lacunosi, con molte ginnte, con molti errori : 
C anzi rivela spesso, nelle ginnte, il carattere perso- 
nale di Teofilo Mochio; tanto in esse h di goffa pedan- 
teria, non dissimile da quella dimostrata nel discorsino 
a' lettori riprodotto. ^ Ultimo, peggiore di tutti, b : falso 
non solo nelle lezioni che ha comuni con B, ma in 
tutte le altre mille arbitrarie, le quali, solo, egli 
oppone a'testi mss. 

Quanto al valore de' gruppi B b e C R, meglio che 
dalle inutili ginnte e dalle lacune, credo si debba de- 
terminare dalle differenze. E chi le esamini una ad una, 
troverk che queste son sempre causate o da falsa inter- 
pretazione del teste, o da vogUa di renderlo piü chiaro 
di evitare le frasi e i costrutti e le collocazioni o ri- 
petute o difficili. Questo sarebbe necessario dimostrare,. 
se non me ne dispensasse quanto son per dire. Poiche, se 
io dimostro che il gruppo C L P R sbaglia sempre, 
quasi sempre, quando si trovi contro B M b, siccome 
una certa quantitä di errori simili non puö esistere senza 
che tra V originale e i testi vi sia un comune interme- 
diario, ne viene di naturale conseguenza che C R ab- 
biano verso T originale un intermediario comune ad L P; 
e siccome C R, formando gruppo a se, hanno un pro- 
totipo, questo sark per necessitk inferiore al prototipa 

C L P R. 11 gruppo C R dunque, rappresentando un 

— - -■ ■ --- ■ -■ *- - - — ■-_■ — - ... 

^ Cfr. a pag. XLvni, 



INTRODUZIONE CRITICA LVH 

testo che deriva da o\ non ha valore di sorta contro 
L P, che rappresentano due voci contro una: e molto 
meno contro B L M P b, che rappresentano piü proto- 
tipi. E a que'due mss. rimane il valore coUettivo in- 
sieme con tutti gli altri o con la maggior parte degli 
altri, e il valore che ciascun ms. puö avere per s6, nelle 
questioni complesse e complicate di varia lezione. 

Che B M b abbiano sempre ragione contro C L P R, 
e talvolta solo B M, e dimostrato via via nelle note: 
confronti chi ha pazienza: II, 6, 8; III, 11, 16; III, 14, 6; 
III, 16, 3; IV, 18, 19 e 20; IV, 19, 9; IV, 21, 1; V, 23, 
14; VI, 26, 5; VII, 31, 2-3 e 7; VII, 34, 13 e 14-15; VIII, 
42, 23; IX, 45, 17; IX, 47, 7 e 11 ecc. ecc. 

Ma, se dalla comunanza delle non buone lezioni in 
O L P ß si puö trarre V esistenza di un comune inter- 
mediario tra essi e T originale, non si puö altrettanto 
per B M b; poiche h chiaro che le buone lezioni si pos- 
^ono cogliere da so o per via propria nell' originale. Ora 
B ed M hanno poche lezioni false comuni, e queste sono, 
per me, incontri casuali, non dissimili ne piü numerosi 
degli incontri con alcuno degli altri mss.: ne sono le- 
zioni vere e proprio, piü tosto modificazioni lievi, che 
•ciaacuno puö aver portato da so al testo. 

M non si accorda con B in nessuna delle vere e pro- 
prio lezioni, ma sempre sbagliate, in cui questo e con 
b ; dunque neppure il supposto ß de v' essere stato fönte 
^d M. Resta a vedere se /9 M abbiano avuto un comune 
intermediario. Si h gik detto che questo non h neces- 
«ario: osservando poi le tante volte che M si accorda 
con C L P R contro ß (risultante da B o da B b), e le 
tante che B si accorda con C L P ß contro M, scema 
la probabilitä di questo intermediario. E in fine, se ß 
^d M avessero una fönte comune, proveniente dall' ori- 
:ginale, com'fe possibile che essa fönte B b (o /S) ed M 



LVIII 



INTRODUZIONE CRITICA 



non abbiano ereditato nessuna falsa lezione? Perche 
gli esperti di copie manoscritte sanno bene che non 
v'e trascrizione che non porti seco una serie piü a 
meno nümerosa di errori. E piü sicuro dunque con-^ 
chiudere per la indipendenza di M e /S. 

E indicando con fx il ms. o la serie di mss. a tra-^ 
verso cui h passato M, e con la lunghezza delle linee 
la maggiore o minore distanza di ciascun ms. dal testa 
originale, ne vieiie che Talbero genealogico piü sicuro- 
h il seguente: 







ß 



/* 



B 


b 


L 
M 


P 


R 



c 



Dal quäle albero risulta evidente il valore del gruppo- 
B b, il quäle da solo rappresenta un solo prototipo, /?, 
contro due, ß ed o'. II gruppo B b, dunque, a priori 
non ha valore di sorta ; e di fatti porta sempre lezioni 
errate o arbitrarie correzioni: confronta, ad esempio, 
III, 10, 1 e 21; III, 15, 20 e 21; III, 17, 3 e 9; IV, 21, 
8; VIII, 44, 16; XIV, 68, 15 ecc. ecc 



X 



Ho lungamente pensato, se la serie di buone lezioni 
portate da B M b, o da B M solo, possa esser derivata 
da una seconda stesura originale del Machiavelli stesso- 



INTBODUZIONE CRITICA LIX 

Ma il Machiavelli, se veramente avesse, non dico rifatto, 
ma soltanto scritto una seconda volta, il Principe, non 
si sarebbe raai limitato a lievi mutamenti di forma. Uno 
scrittore, insomma, Ja cui energia e tutta di pensiero e 
scar^a la cura della forma, non puö aver ripreso Topera 
sua piü meditata, senza modificare qualche concetto o 
esempio errato (e ve ne sono), o che sembrasse tale al 
suo cervello, nel continiio lavorio evolutivo delle idee. 

Questa ragione, da sola, basterebbe anche a dimo- 
strare la falsitk di b ; il cui rifacimento h tutto di for- 
ma; se contro la stampa non fosse piü che sufficiente 
rinferioritä e a volte l'insensatezza della sua lezi'one: 
intorno a che si confronti almeno: Dedica, 3, 6 e 14; 
4, 4 e 9; II, 6, 13; HI, 7, 12; III, 10, 10 e 18; III, 12, 
1 e 22; III, 14, 3 e 8 ecc. ecc. e tutte le varianti di b, e 
le molte note apposte a rilevame alcune delle peggiori. 

Vi sono poi altrettanti gruppetti minori quante sono 
possibili combinazioni tra sette numeri: ma gli accordi 
tra mss. di famiglie diverse avvengono sempre in lievi 
modificazioni al testo, presumibilmente originale, ma 
non sompre tra i mss. medesimi : e sono certo incontri 
casuali. Ne motte conto parlarne; e a suo luogo, se- 
condo la necessitä e T opportunitä», ne sark ragionato 
nelle note. 

Di queste perö, un gruppa non si puö trascurare: 
ed e delle lezioni di C R b contro B L M P. Le piü 
importanti sono : VII, 30, 4 questi modi contro questi modi 
detti; VIII, 40, 15, alla difesa di quella contro alla di- 
fesa della obsidione; XII, 58, 24 et tenendolo contro et se 
lo tenevano; XIll, 64, 7 Insomma contro In fine ecc. Con- 
cesso pure che tutte sieno naturali e casuali corre- 
zioni di K e b, non si potrk mai credere perö che sia 
casuale la giunta che al Cap. XIV, 67, 6 fanno C ß e 
b contro gli altri, i quali portano solo mai levare dalla 



LX INTRODÜZIONE CRITICA 

guerra, laddove essi aggiungono e nella pace vi si dehha 
piü esercitare che nella guerra. lo credo (cfr. la nota a 
p. 67) che la giunta non sia del Machiavelli: ma, se 
essa nacque o in b o in »^, prototipo di C R, non pote 
nascere in tutte e due. E vero che in ß fe giunta mar- 
ginale e di carattere differente dal testo, mi sembra; 
ma in C fe nel testo. Se R e C furono trascritti depo 
la stampa, si potrebbe sospettare che dalla stampa la 
giunta sia entrata ne' mss.; ma, perchö solo quella ,e 
non alcun' altra delle importanti lezioni diverse? La 
contaminazione di due testi non h facile n6 solita nelle 
trascrizioni ; ma in una edizione preparata h piü pro- 
babile. E perö sono inclinato a credere che il Blado, o 
Chi per lui, preparando per il pubblico il Principe, avesse 
innanzi due testi, uno derivato da ^5 o lo stesso ß^ e un 
altro derivato da «, o lo stesso «, ma per ragioni di 
provenienza, forse, attribuisse piü importanza a ß che 
a w. Questa ipotesi mi diventa quasi una realtä, allor- 
che osservo altri due gruppi minori : ossia di B M con- 
tro C L P R b, e di C b contro BLMPR. 

B M si accordano contro C L P R b al cap. III, 1 1 , 
16: e potenti contro e piü potenti : al VII, 32, 19 et hono- 
rolli secondo le loro qualitä contro li honorö secondo le 
qualitä loro; 37, 4: che si aveva contro che in si poco 
tempo si aveva; IX, 45, 14 o con quello de' grandi contro 
con il favore de' grandi; 47, 7 si possono contro si 
debhono ; 47, 1 1 examinare contro considerare ecc. 

C b portano nella Dedica, 2, 3 piti delectarsi contro 
delectarsi e 4, 1, che da me contro come da me; XVII, 
76, 22 da le donne contro delle donne; XXIV, 110, 5 di 
huoni amici contro di buone arme e 110, 15 teuere contro 
trarre; XXVI, 117, 8 surga contro si vegga e 119, 20 
che redimirno (b redimerono) contro e redimere ecc. 

Le molte discordanze da B, e quindi da ß^ confer- 



INTRODUZIONE CRITICA LXI 

mano, io credo, quanto ho accennato: e Taccordo so- 
litario con C parrebbe determinare questo secondo testo 
del Blado, come derivato da « e comune a C. 

Cosi il valore di b si vien fermando con maggior 
precisione. Siccome ogni ms. e ogni intermediario , di 
solito, rappresenta una serie di mss. intermediari, piü 
o meno lunga, non diversamente sark de' nostri testi. 
Ora h certo che il gruppo il quäle presenta meno dif- 
ferenze, complessivamente, dagli altri gruppi presi in- 
sieme, deve rappresentare im intermediario piü vicino 
degli altri all' originale. Si deve quindi conchiudere dal- 
Tanalisi fatta di sopra, che o' sia piü accosto all' ori- 
ginale che non f^ o ß, discordando ciascuno di questi 
due gruppi treppe volte, e sempre in peggio, dagli altri 
insieme: e in ordine di merito verrebbe primo o', se- 
condo ß, terzo i". E b si sai*ebbe servito di ß, testo gik 
scorretto in non pochi luoghi, poi di w, testo secondario, 
che alle non molte scorrezioni di o avrk aggiunto non 
poche di proprio. A che si e aggiunta un'opera di mo- 
dificazione profonda alla forma dello stesso testo ms. 
che si -aveva innanzi.^ 



XI 



Tutto questo risonare di voci discordi, a chi per poco 
abbia pratica di mss., non reca certo meraviglia: poiche 
il trascrittore, specie se intelligente e di comune cul- 
tura, le piü delle volte dh al testo un'impronta sua, 

^ TJn altro ms. indipendente dalle stampe, del sec. xvi, h nella 
Biblioteca Conranale di Perugia. (V. la descrizione nel vol. V degli 
Inventarii ecc. del Mazzatinti^ 425, G. 14). Me ne diede giä notizia 
il Comm. 0. Tommasini, che ringrazio;'ma solo da poco mi ^ stato . 
possibile aveme de' passi trascritti. Da* quali mi risulta che esso 



LXn INTßODUZIONE CRITICA 

di grafia, d' interpretazione, di errori, di mutamenti 
nobili yolgari. Ma piü profondo ci colpisce la dif- 
ferenza di forma, che spesso va oltre la superficie, in 
UQ migliaio circa di lezioni, tra la prima stampa e i ma- 
noscritti. 

Ed h facile che altri pensi e domandi: non potö il 
Machiavelli stesso aver corretto da cima a fondo l'opera, 
per suo piacere o per darla alle stampe? Kagioni 
esterne ed interne negano cotesto originale rifacimento» 
Dopo la lettera al Vettori del 10 dicembre 1513, in cui 
scriveva d'aver eompiuta Fopera (ed ora la ripuliva e 
V ingrassava), egli non-tornö mai a parlare del Prin- 
cipe ; pare, anzi, che nel fervore de' nuovi studi e de' 
nuovi incarichi medicei dimenticasse 1' opera sua profe- 
tica. La copia dal Buonaccorsi donata al Bellacci, por- 
tando la dedica a Lorenzo de' Medici, dopo la morte di 
Giuliano (1516) quindi, non pote esser trascritta avanti 
che il Machiavelü la ripulisse e 1' ingrassasse. Neil' opera 
si parla, come di personaggi viventi, di Leon X (XJ, 55, 
1-2) morto nel 1521, di Massimiliano (XXIII, 108, 6) 
morto il 15 gennaio 1519, di Ferdinando il Cattolico 
(XVIII, 82, 11 e XXI, 100, 12) morto il 23 gennaio 1516. 
AI Cap. XXVI, citando le battaglie fatte da Italiani 
soli, ne^passati venti anni, incomincia da quella del Taro, 
(ForDovo, 1495) e finisce con quella di Mestri (Ibll) : il 
ventennio, approssimativo , termina dunque al 1513, 
quando compose il Principe. Perche dunque, se Cor- 
resse, egli ci conservö anacronismi, a togliere i quali 
bastava sopprimere un presente o de'nostri tempi? 

ms. appartiene alla famiglia ß» Basti, a prova, che, solo nel Cap. II, 
si accorda con BCLPR contro M in ritexendo, con EM contro CLR 
in orditi, con B contro L e M in minori necessith, e cosi via. Forme 
. grafiche e desinenze son gnaste non poco. In sostanza, questo ms. 
nulla muta a quanto son venuto dimostrando. 



INTRODUZIONE CRITICA LXIII 

E, passando alle ragioni di ordine interno, io non posso 
rassegnarmi a credere, ripeto e insisto, che la mente del 
Machiavelli, nel continuö infaticabile lavorio, proprietär 
del genio, con che nuove idee creava, o le rinnovellava^ 
äbbia, rifacendo un'opera, prefisso a s6 medesimo un 
limite formale: non piü in \k della scorza. Ed egli, il 
Machiavelli, fiorentino e latino nel sangue, scrittore di 
impeto vivace e libero, avrebbe dato accanita caccia 
a'latinismi, a' dialettalismi, alle sentenze e a'titoli latini, 
alle anacolutie naturali e vigorose, agV iperbati, a' liberi 
costrutti e riferimenti, alle audaci cpstruzioni di pen- 
siero. Le heitere e i Discorsi ne abbondano, e ci offrono 
rimmagine stessa del teste manoscritto : n6 assai dis- 
simili, meno per le parole e sentenze latine, ci si presen- 
tano VArte della giierra e le Istorie, se bene di fattura piii 
letteraria. II Machiavelli, dunque, avrebbe corretto solo 
la forma, sempre in peggio, come s' h in parte dimo- 
Strato e per intero si dimostrerä, nel teste critico e nelle 
note ; e sempre contro l'uso delle altre sue opere. Tutti 
i mss., non derivati dalla stampa, le si accordano contro : 
e contro di essa anche il Nifo per quattro luoghi (V^, 
23, 14; VIII, 39, 21; XIII, 62, 24; XIV, 67, 6), fatico- 
samente trovati da me nello slavato rifacimento, pro- 
testa d' accordo con i mss. E tra la stampa postuma e 
i mss., alcuM de' quali certamente sincroni, non pu6 
essere dubbia la scelta. 

Chi copia, oltre gli sbagli casuali, se modifica, non 
puö avere altro interesse che la chiarezza, o, rare volte, 
r affermazione di un'opinione propria: e questo pu6 
portare sino al firanno di Siena sostituito al principe 
nel G, alle ginnte esplicative del C, o alle volgariz- 
zazioni che il P e il C fanno de' titoli e il P delle sen- 
tenze latine. 

Ma Chi stampa puö avere un interesse piü generale 



XXIV INTRODUZIONE CRITICA 

e piü vivo: quello di presentare al pubblico un' opera 
che si venda, che piaccia quindi al pubblico e sia di 
facile e chiara lezione. Di qui il superficiale rifacimento, 
che contenta li per li chi legge, ma guasta non di rado 
il senso e contradicQ spesso al contesto. Nel caso parti- 
volare poi, non lieve spinta pote essere l'opinione d' il- 
letterato che il florido verboso Cinquecento appiccö al 
Segretario fiorentino. 

Se, dunque, il nodo della questione si riduce qui: 
— corresse o no il Machiavelli V opera sua quäle dal 
Blado fu stampata? — io non temo di tagliar netto, 
rispondendo di no. — 

XII 

Come si deve e si puö, dunque, criticamente, ricosti- 
tuire il teste? 

Eliminando la Giuntina e la Testina, per ciö che s' h 
affermato innanzi, salvo dove o confermano la lezione 
ms. dove h questione d' interpretare, n^ curando le 
stampe che ne derivano, perche inutili ripetiziöni di 
errori, e attenendoci a' mss., non riporremo certo in pra- 
tica la teoria del « piü bei fior ne coglie ». Seguendola 
il Tanzini e il Tassi riprodussero un manoscritto solo, 
il Laurenziano: ma, oltre che ne accettarono gli errori, 
in moltissimi luoghi se ne allontanarono : e seguendola 
il Polidori riprodusse il Blado, a cui aggiunse non po- 
€hi suoi spropositi. La quäl contradiziofie sarä sempre 
r effetto piü sicuro di ogni teoria puramente soggettiva. 

Oodesto canone critico del « piü bei fior ne coglie », 
buono forse quando le fonti non sono per nuUa sicure 
^ autorevoli, e quando siamo certi che lo scrittore era 
perfettissimo, e aveva precisamente i nostri gusti, non 
solo non ha valore scientifico di sorta, ma, applicato 
al Machiavelli, a nuUa giova. II Machiavelli h tale scrit- 



INTRODUZIONE CEITICA LXV 

tore, la cui forma n6 si puö fissare n6 fe delle piü li- 
mate e pure; e questo suo carattere sark sempre sco- 
glio, insormontabile, a ricostruire la immagine filologica 
di una sua opera. Egli fe troppo libero e vivo e vario* 
Ma, dove si tratti di lezione, non di forma grafica, 
a ricostituire il testo, ci varrä sicuramente il criterio 
oggettivo di servirci delle voci che risuonano ancora, 
comparandole tra loro. E, ricordando Talbero genealo- 
gico fissato di sopra, e come ciascuna fönte, non essendo 
derivata dall'altra, puö scientificamente servire, io verrö 
via via fermando il testo coli' escludere, innanzi tutto, 
ogni lezione di ciascun ms, o della stampa, contro cui 
tutti gli altri si accordino. In secondo luogo, quando 
due gruppi si accordano contro la lezione del terzo, 
questa sarä da escludere : e perö OLPE e B b preval- 
gono contro M ; e cosl B b e M contro C L P R, o solo 
B ed M contro CLPßb. Cosi, quando si accordino buoni 
mss. delle tre diverse famiglie, p, e. M, B, L, o anche 
di due, p. e. B, L, P L ed M ecc, h facile escludere le 
lezioni degli altri, specie considerando che L fe il meno 
guasto dei mss. e i piü guasti sono M e C R. 1 gruppi B b 
c C R, secondari, si rifiutano senz'altro; ma il primo, 
perch^ rappresenta /S, che puö esser derivato diretta- 
mente dair originale, si deve, talvolta, discutere. S'in- 
tende bene che queste, come tutte le regole, soffronb 
eccezioni : ma quando la logica le imponga. E occorrono 
anche dei luoghi, in cui fe necessario correggere stampe 
e mss. ; ma questo solo tre volte, e dove il mutamento 
h di un da in un di (III, 8, 9), di un o in e (XVI, 74, 
7), e di un delle in dalle (XVII, 76, 22). Ma di tutto, 
dove occorre, sark data ragione, e ne sark discusso, ^ 



* Forse anclie al C. XVHI, 82, 11, aggiungendo un non^ secondo 
l'ipotesi riferita in nota, il testo verrebbe piii chiaro: ma non mi 
par necessario. La proposta e del prof. R. Fomaciari. 



LXVI INTK0DU2I0NE CßlTICA 

Difficilissimo riesce fissare la grafiadelle parole, nelle 
quali non solo discordano i testi mauoscritti e stampati, 
ma il Machiavelli con s6 stesso, e non nelle oper6 di- 
verse, ma nella pagina, nella riga medesima. E, volendo 
far cosa leggibile, mi fe sembrato meglio seguire il buon 
senso, dando alle parole tal forma che rendano solo il 
suono antico : poiche, se il Machiavelli e i suoi trascrittori 
scrivevano tudOy re.specto, observare, epso ecc, essi cer- 
tamente non pronunziavano se non tutto, respetto, os- 
servare, esso ecc. Ma V ammodernamento grafico non 
va piü in Ik: e chi vuol persuadersene, paragoni il passo 
autografo AeW Introduzione d Discorsi^ riportato, con il 
testo del Principe. 

Quanto alle desinenze, ano e onOy orno, orono e arono 
ecc, a' troncamenti, all' interpunzione, alle forme diffe- 
renti d' una parola medesima, io mi sono aiutato con 
uno studio paziente, diligentissimo, degli autografi nu- 
merosi del Machiavelli, specie delle Legazioni e dei 
frammenti AeW Arte della Guerra, e con quella cono- 
scenza, che ho potuto acquistarmi, dello stile e del perio- 
dare suo. Ma qui si erge sempre, jie sempre superabile, 
lo scoglio della natura variabile dello scrittore. Chi puö 
pretendere di fissare il momento grafico, filologico, sti- 
listico del Machiavelli? Di cui non credo esista tra gli 
scrittori italiani indole artistica, piü liberamente e va- 
riamente mossa e atteggiata. Si abbiano presenti al- 
cune delle meravigliose Lettere familiarL 

E anche qui Tindagine paziente, la comparazione 
degli autografi, V accordo di questi con alcuno de' mss., 
specie con L, o 1' accordo tra tutte le fonti, in fine 
l'amorosa meditazione su la genesi di ciascuna fräse, 
di ciascun concetto del Machiavelli, (ma ciö, per 1' inter- 
punzione e il periodo, sarä meglio spiegato nell' edi- 



^ INTRODUZIONE CRITICA LXVH 

zione scolastica), mi fanno sperare di essermi accostato 
alla forma del Principe, quaV egli la creö. 

Sotto il testo ho riportato le varianti di lezione, e 
le varianti grafiche che mutano fisonomia alle parole. 
I troncamenti e le desinenze non ho riferiti tutti, 
perche inutili. Avverto, per quelle volte che la Va- 
riante non h riferita, che b, per sistema, a mia, tua, 
suüy sutOy sendo, avere a sostituisce sempre miei o mie, 
tuoi tue ecc. e stato, essendo, avere da. Non ho curato 
mai di ricordare quali testi portino hämo, homini, dicto, 
e quali huomo, huomini, decto, avendo sempre trovato le 
seconde forme negli autografi: ed ho quindi adottato 
dettOy uominiy uomo. E in fine ho aggiunto delle note 
critiche, dove alle discussioni delle varianti dubbie e 
alle ragioni, non sempre facili a intuire, della lezione 
preferita, si mescolano spesso osservazioni , che met- 
tono in rilievo le piü importanti e le piü guaste e 
insensate correzioni della stampa. Ne ho trascurato, 
quand'era opportune, di afforzare la lezione con le 
fonti, che ne' singoli casi servirono al Machiavelli stesso. 



XII 



Quäle, in fine, il risultamento di tanto ricercare e 
comparare e ragionare? 

Se io fossi pervenuto solo a dimostrare la correzione 
bladiana, se avessi arricchito la storia della lingua e dello 
stile di alcune poche nuove parole e modi e di nuove 
movenze, se avessi dato sicuro saldo fondamento alla 
lezione di un'opera, quaV fe il Principe, se fossi insomma 
riuscito ad aflfermare una serie di fatti filologici, o non 
conosciuti o non provati prima, io sarei soddisfatto, e 



LXVJII INTKODUZIONE CKITICA 

con me, spero, la critica italiana. Ma v'e di piü: io 
penso che, per questa ricostituzione di testo, e la prosa 
del Principe ci guadagni, balzandone fuori piü vera 
sempre, spesso piü viva logica e bella, e la storia let- 
teraria se ne giovi, poiche ne vien lumeggiata la evo- 
luzione letteraria del Machiavelli. 

Ma che s' intende per hella prosa ? Quelli a cui piace 
lo scrivere tutto liscio e piano, che non sforzi V intelli- 
genza, tutto regolare ed uguale, senza asprezze, senza 
movimenti originali che sembrino strani o non comuniy 
quelli insomma che preferiscono la lingua fissa, la gram- 
matica e la sintassi dalle cento regole e dalle mille 
eccezioni, la prosa senza macchie e senza raggio, quelli 
torceranno il viso al nuovo Principe. Ma chi ama 
r eflScacia, la Vigoria, la potenza dell' espressione, an- 
che tra certe forme rozze e disadorne; chi segue con 
intenso compiacimento d'arte il libero, vario, vivace 
mubversi del pensiero, pur tra molte noncuranze; chi 
sente in quel lineare netto e preciso del concetto^ 
a brevi rapidi tocchi, talvolta incompiuti, in quel ri- 
lievo continuo dato a ciö che piü importa, in quel bal- 
zare quasi vulcanico di massi ardenti e informi^ non 
coUocati in ordine regolare ne cementati visibilmente 
tra loro ; chi sente in tutto questo lo spirito del Machia- 
velli, dovrä riconoscere la superioritä, del testo critica- 
mente ricostituito. Non h il lucido brillante finito; e 
il fulgido diamante grezzo ancora; che la mano ine- 
sperta del Blado troppo spesso scheggiö, di cui treppe 
volte velö r intensa luminositä. 

Anche la storia letteraria, ho detto, ne acquista 
qualche cosa; e la storia della prosa machiavellica, in 
ispecie , meglio si delinea ne' suoi periodi principali. 

Si persegua di giorno in giorno lo svolgersi, V erom- 
pere, quasi, dalla scabra corteccia, delVenergia artistica 



INTßODUZIONE CRITICA lxix 

e pensatrice nel MachiavelH, appena sbalzato giü, dal 
turbinio de' negozi e degli affanni politici, alla vita mo- 
notona, per lui dispettosa, in villa, o in ciiih, tra le 
conversazioni negli Orti Oricellari, fino alle prime grazie 
medicee, alle ultime eure letterarie e civili. Si lascino 
da parte le manifestazioni di pura arte, la Mandragola^ 
la Novella di Belfagor, VÄsino d'oro ed altro: si consi- 
derino insieme le Lettere al Vettori tra il marzo del 1512 
ei primi del 1515, specialmente il Principe, i Discorsi; 
fino a tutto il 1517,^ insomma: si pensi, dopo, hWÄrte 
della guerra, incominciata nel 1519, compiuta interna 
al 1520 insieme con la Vita di Castruccio, agli otto libri 
delle Istorie, dal 1521 al 1525; e si leggano attentamente 
su' manoscritti, e si paragonino le contenenze logiche,. 
le movenze stilistiche, il materiale linguistico. Ed ecca 
delinearsi, ne' due gruppi, due tipi di prosa, i cui estremi 
son segnati dalle Lettere e dal Principe per una parte, 
dalle Istorie per Taltra: tra mezzo, si toccano quasi i 
Discorsi e i Dialoghi deWArte della Guerra. V h di co- 
mune Taria di famiglia; ma gli individui non sono i 
medesimi. Ne'tre scritti del primo gruppo, tu noti il 
ricorrere frequente delle sentenze latine, delle congiun- 
tive latine, avanzi di un gergo curiale che si va smet- 
tendo a fatica, un numero assai fitto di latinismi e idio- 
tismi vigorosi, in parole, frasi, costrutti, una piü ampia 
e maggior liberiÄ di forme grafiche e di desinenze, una 
vivacitä d' iperbati, ellissi, costruzioni di pensiero, liberi 
riferimenti, forti anacoluti, un muoversi delP intelletto- 
piü vivo e a scatti, un ricorrere di concetti medesimi^ 
spesso incompiuti, un balzare di pensieri non visibil-^ 



^ Sa la data della composizione de' Discorsi, salvo le giunte di 
fatti ed esempi, che vanno sino a' primi del 1521, cfr. Villari, L. II, 
p. 277. 



J 



LXX INTEODÜZIONE CRITICA 

mente collegati tra loro, a blocchi di marmo miche- 
langiolescamente sbozzati, non finiti e politi alla maniera 
del Canova. Se poi osservi con occhio acuto gli scritti 
Ultimi, tu vedi sempre lo stesso uomo, lo stesso scrit- 
tore, ma con lo spirito direi, piü tranquillo, con la veste, 
direi, meno disadoma, piü composta, Pare insomma che, 
dove prima era piü vivacemente italiano nella sostanza 
e latino nella fonna, dopo diventi piü italiano nella 
forma, ma piü latino, e talvplta pesante, nella sostanza. 
Seorrono i rivi del pensiero con maggior continuitä e 
fluidiüi: meno spesse vengono a rompere la superficie 
sovente liscia quelle che si voglion dire irregolaritä : 
r idiotismo e il latinismo, pur contrastando fieramente 
e permanendo sino all'ultimo, le congiuntive e le sen- 
tenze latine, a poco a poco scomparendo del tutto, ce- 
dono alla piü pura corrente italiana, e le onde del pe- 
riodare, meno disuguali, si svolgono non di rado ampie 
e sonore, sopra tutto nelle Istorie. 

Questo non porta di necessitk che dal Principe si 
debba togliere quanto di latino e fiorentino h rimasto 
ne' mss. Ho giä detto che non pote va il Machiavelli es- * 
sersi limitato solo a un rifacimento formale. Ma da que- 
sto si puö fermare il momento letterario della creazione 
del Principe, e attribuirgli il suo posto nella storia della 
prosa italiana. II Machiavelli, fiorentino puro, nulla gua- 
sto vemiciato dalla vita diplomatica e cortigiana, 
nulla mutato e fatto italiano da'frequenti contatti (come 
di poco appresso lui il öuicciardini), lungo tempo can- 
celliere della Repubblica, bruttato quindi, nelle forme, 
di curialitk, per piü che trent'anni vissuto nel Quattro- 
cento (e r etk giovenile e la meglio assimilatrice), mo- 
stra le tre impronte negli scritti meno lontani dalla vita 
politica. E vi aggiunge di suo la brevitä e intensitä, 
proprio dell'uomo pratico, la potenza e novitä del pen- 



INTRODÜZIONE CEITICA LXXI 

«iero, lo scatto vivace, talvolta dispettoso, che gli deriva 
<iairamaro esilio politico, dalPozio forzato, dalla volga- 
ritä e imbecillitä di tanti tra i politici e i principi 
italiani. Ond' h che nella sua prosa e nella corrispon- 
denza epistolare tra lui, il Vettori, il Buonaccorsi, il 
Nerli, gli elementi popolare e latino, sempre accosto 
TuDO aU'altro, giammai fusi, ricordano ancora il cou- 
trasto tra latino e volgare ; e la schiettezza, la viva- 
<jitä, la libertk, la leggerezza fanno pensare al comune 
carattere de' prosatori toscani da Leon Battista Alberti 
a Leonardo da Vinci, e alla maggior aflSnita del loro 
scrivere con quelle del Poliziano, ^ della Macinghi-Stroz- 
zi,* del Pulci,* di Lorenzo il Magnifico/ e di tutto quel 
<5iclo di corrispondenti politici, che s' impernia nella casa 
Medicea, avanti la cacciata di Piero. E, se il Bonghi^ 
trovö e lodö il Cellini per naturalezza e libera sintassi 
assai vicino a Piatone, assai maggior Piatone, per que- 
sto rispetto, e in regione piü alta e nobile, mi sembra 
il Machiavelli del primo tempo. 

Depo il 1517, fe altra cosa. Le conversazioni dotte e 
culte degli Orti Oricellari, il pid copioso e meglio assi- 
milato nutrimento latino per gli studl ultimi su Livio, 
Tacito, Cicerone, su' minori delVetk, d'argento, la prima 



^ Cfr. le Lettere ecc. (1475-1494) , edite la prima volta da Isidoro 
Del Lungo, nelle Op. volg, di A. A. P. a cura di T. Casini, Firenze, 
Sansoni, 1885. 

' Cfr. Lettere di una gentildonna florentina [vanno dal 1447 al 
1470] pubblicate dal Guasti, Firenze, Sansoni, 1877. 

^ Cfr. Lettere a Lorenzo il M, (1465-1484) pubblicate da S. Bongi, 
Lucca, Giusti, 1886. 

* V. nel Vol. IV deUe Opere di U U M., Molini, Firenze 1826: 
ma le sue scritture e lettere politicbe e quelle de' suoi corrispon- 
denti giacciono nella massima parte inedite nell'Arcbivio di Stato 
fiorentino. 

5 Op. cit. Lett X, p. 106. 



LXXII INTßODÜZIONE CRITICA 

opera grammaticale del Fortunio uscita nel '16 (e la 
tendenza era a fissare la lingua e la sintassi, come ne 
dimostra Taltra opera del Bembo, composta in quel 
torno), in fine, V Orlando Furioso, che vide la luce nel 
1516 appunto, splendido di purezza tanto piü classica- 
mente italiana, tutto questo, dove usare una certa effi- 
cacia su lo spirito, ricco di artistica mobilitk, del Ma- 
chiavelli. Ne io saprei spiegare altrimenti la evoluzione 
letteraria che da'dialoghi militari segne e finisce nel- 
r opera storica. E il Quattrocento che divien Cinque- 
cento, il Toscano che si fa Italiano nella prosa, come 
nella poesia, come in tutte le arti del tempo gloriose. 
A tale risultamento ci puö condurre uno studio di 
arida critica filologica, quäl' e una ricostituzione di teste,, 
sia pure del Principe di Niccolö Machiavelli. 



Giuseppe Lisio. 



IL PRINCIPE 



Maciiiavelli 



V 



NICOLAUS MACLAVELLUS 
AD MAGNIFICUM LAURENTIÜM MEDICEM 



Sogliono el piü delle Volte coloro che desiderano acqui- (^^''V^*^- 
stare grazia appresso uno Principe, farseli incontro con quelle --'""^ 
K^ose che infra le loro abbino piii care o delle quali vegghino 5 
lui delettarsi ; donde si vede molte volte essere loro presentati 
<5avalli, arme, drappi d' oro, prete preziose e simili ornamenti 
degni della grandezza di quelli. Desiderando io adunque offe- 
rirmi alla vostra Magnificenzia con qualche testimone della 
servitii mia verso di quella, non ho trovato intra la mia sup- 10 
pellettile cosa quäle io abbia piü cara o tanto existimi, quanto 
la cognizione delle azioni delli uomini grandi imparata con 
una lunga esperienzia delle cose moderne et una continua le- . 
zione delle antique: le quali avendo io con gran diligenzia 
lungamente escogitate et esaminate et ora in uno piccolo vo- 15 
lume ridotte, mando alla Magnificenzia vostra. E benche io 
iudichi questa opera indegna della presenzia di quella, tarnen 
x^onfido assai che per sua umanita li debba essere accetta, con- 

1-2. C Al Magnifico S. Lorenzo de' Medici Niccolö Machiavegli cittadino fioren- 
tino M Magnifico Laurentio Medices P Niccolö Machiavelli al Magniflco Lorenzo 
de' Medici b Niccolö Macchiavelli al Magaifico Lorenzo di Piero di Medici 4. P B 
appresso a uno R b inanzi 6. c b lui pid dilettarsi C B presentati 
loro 7. L E di oro P b pietre R priete 9. C a la M. V. 10. tra 11. 
€ b stimi 12. b imparata da me 14-16. b la quäle . . . escogitata . . . esami- 
nata... ridotta 17. b nondimeno 



6. piü, davanti a delettarsi, in C ö giunta interlineare, preferita da b per 
corrispondenza con piü care ; ma chi guardi sottilmente Tedrä che ii Ma- 
cchiavelli intendeva dire: almeno cose di cui il principe si diletti. 

14. le quali, cose moderne e antiche, h lez. assai migliore che la quaUy 
lezione esperienza, ovTero cognizione, di cni nessuna pn6 da sola essere 
^cogitata, esaminata e ridotta. 



^^jr^^ 



4 IL PRINCIPE 

siderato come da me non li possa esser fatto maggiore dono^ 
che darle facultä di potere in brevissimo tempo intendere 
tutto quello che io in tanti anni e con tanti mia disagi e pe- 
riculi ho conosciuto. La quäle opera iqjipnjho oriiata, ne ri- 
5 piena di clausule ^ixi^le, o di parole ampullose e magnifiche,. 
o di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco, con li 
quali molti sogliono le loro cose descrivere et ornare ; perche 
io' ho voluto, o che veruna cosa la onori, o che solamente la... 
varietä della materia e la gravitä del subietto la facci ^.ata^ 

10 Ne Yoglio sia reputata presunzione se uno uomo di basso et 
infimo stato ardisce discorrere e regolare e' governi de'prin- 
cipi ; perche, cosi come coloro che disegnono e' paesi si pon- 
gano bassi nel piano a considerare la natura de* monti e 
de'luoghi alti, e per considerare quella de' bassi si pongano- 

15 alto sopra monti, similmente a^cpnoscere bene la natura de'po- w 
puli bisogna esser principe, et a coiloscere beiie quella de' prin- 
cipi bisogna esser populäre. Pigli adunque vostra Magnifi- 
cenzia questo piccolo dono con quello animo che io lo mando; 
il quäle se da quella fia diligentemente considerato e letto, 

20 vi conoscerä drento uno estremo mio desiderio, che Lei per- 
venga a quella grandezza che la fortuna e le altre sua qua- 
Uta li promettano. E, se vostra Magnificenzia dallo apice 
della sua altezza qualche volta volgerä li occhi in questi luoghi 
bassi, conoscerä quanto io indegnamente sopporti una grande- 

25 e continua malignitä di fortuna. 

1. C 1) che da me 2. C darli b a i^otere 4. b conosciuto et inteso B 
ripiena n^ ornata 7. B ornare et descrivere 8. C L B lo honori P T onori 
9. b la veritä b soggetto 10. P reputato 13. P basso 15. C P B alti C b e 
monti M P a considerare bene 17. b conviene 18. B poco animo 20. B C 
L P B dentro 21. M e altre 22. M le b gli prometteno 23. M della sua 
grandezza 24. B quanto indegniameute b io sopporti 



4. et inteso, depo conosciuto^ par trascinato in b da intendere di sopra: 
ma al principe basta intendere tutto cid che al Mach, si addice avcr cono- 
sciuto. 

9. varietä credo abbia dato luogo alla svista tipografica veritä; che 
materie vere o false non ci sono, si bene varie dairusato. 

14. considerare probabilmente entrö in M e P per la parola medesima 
che h due volte di sopra. 

20. drento, piü dialettale, h piü probabilmente del Mach. 

23. altezza corrisponde meglio ad apice: grandezza entrö forse in M 
per la stessa parola a an rigo distante. 



^DE PRINCIP ATIBUS 



[I] 



QUOT SINT GENERA PRINCIPATUUM ET QUIBÜS MODIS ACQUIRANTUR 



Tutti li stati, tutti e^ dominii che hanno avuto et hanno 
imperio sopra li uomini, sono stati e sono o republiche o 
principati. E' principati sono o ereditarii, de'quali el sangue 5 
del loro signore ne sia suto lungo tempo principe, o e' sono 
nuovi. E' nuovi, o sono nuovi tutti, come fu Milano a Fran- 
cesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ere- 
ditario del principe che li acquista, come e el regno di Na- 
poli al re di Spagna. Sono questi dominii cosi acquistati, o lo 
consueti a vivere sotto uno principe, o usi ad essere liberi; 
et acquistonsi o con le arme d' altri o con le proprie, o per 
fortuna o per virtü. 

1. C Libro de Principati P Opera di Niccolö Machiavelli de Principati 
1) II Principe 2. Quante sieno ie sorti de' Principati et con quali modi si 
acquistino P Di quante ragioni sieno e Principati, et in che modo si acqui- 
stino b Quante sieno le spetie de' principati et con quali modi si acquistino 
M sunt 3. P tutti dominii stati e domini 4. o sono 6. C de' loro si- 
^nori h stato 7. b e sonno 8. L o e* b membra 12. b con proprie 



1. De Principatibus o De' Principati portano i mss. Nella lettera fa- 
tnosa al Vettori (Lett Farn. CXXXVII, p. 309) 11 M. lo chiam6 uno opu- 
scolo De Principatibus: ne'Discorsi, II, 1, trattato de' Principati; ma pure 
ne' Diacorsi, III, 42, trattato del Principe; e semplicemente il Principe adot- 
tarono tutti, quäle forse piacque da ultimo al Machiavelli. 



6 IL PRINCIPE 

[n] •• 

DE PRINCIPATIBUS HEREDITARIIS 

lo lascerö indrieto el ragionare delle republiche, perche § r 
altra volta ne ragionai a lungo. Volterommi solo al pr incipato , 
et andrö tessendo li orditi soprascritti, e disputerö come questi 

5 principati si possino governare e mantenere^ Dico, adunque, 
che nelli stati ereditarii et assuefatti al ^angue del loro prin- 
cipe sono assai minori difficulta a mantefterli che ne^nuovi, 
perche basta solo non preterire Pordine de^ sua antinati, e di 
poi temporeggiare con li accidenti: in modo che, se tale prin- 

10 cipe e di ordinaria industria, sempre si manterrä nel suo stato, 
se non e una estraordinaria et eccessiva forza che ne lo privi ; 
e, privato che ne fia, quantunque di sinistro abbi 1' occupa- 
tore, lo riacquista. 

Noi abbiamo in Italia, in exemplis, el duca di Ferrara, il § 2: 

15 quäle non ha retto alli assalti de^Viniziani nello 84, ne a 
quelli di papa Julio nel 10, per altre cagioni che per essere 
antiquato in quello dominio. Perche el principe naturale ha 

1. C F b De* principati ereditarii 3. R parlai ad lungo 4. B L P S 
ritexendo L P R li ordiui b et andrö nel ritessere queste orditure di so- 
pra disputando 5. prlncipi R b si possono 6. M assueü C R assuefatti 
ad vivere sotto el saugue 7. L M minore 8. b trapassare 10. C R si man- 
terrä sempre 11. b ordinaria 12. b sia M quantunque che P qualunque 
13. b racquisterä 14. C in exemplo b per essempio P in Italia el duca 
16. b quegli 17. H b quel 



4. tessendo li orditi. Se h difficile che in M innanzi a texendo sia ca- 
dato da s^ un ri originale, 6 altrettauto facile che ne* mss. ri si sia intro- 
dotto parendo naturale ripet. delle partizioni del C. I. Ma tessere la tela 
o Tordito h il modo piü proprio ; e ritessere indica azione ripetuta, sempre: 
e tessere h riempire Tordito, azione nnova, tanto nel linguaggio mercantesco 
quanto presso gli scrittori. La fräse assomiglia qui a quella di Dante, 
Par, XVII, 131-2 «... metter la trama In quella tela che io le porsi 
ordita ». Ordin% che non si posson tessere, h facile errore grafico della fami- 
glia C L P R; d^un solo ms. quindi. Resta a scegliere tra orditi e ordi- 
ture : ma Orditura dagli scrittori, per nn insieme di orditi, 6 usato sempre 
al singolare. Tessere Vordito o la tela ordita si trova spesso nella prosa 
mercantesca del Dugento; gli oi'diti ricorrono nQ^Bandi Fiorentini XXVIII^ 
59, e figuratamente la parola o la fräse nel Bittamondo VI, 2, e nella G&rus, 
Lib. IV, 24, e nelle Lettere di A. Caro, I, 66. 

13. riacquista, porta anche la Ginntina. II futuro, che in b par trascinato 
da 8% manterrä^ toglie di vigore e rapiditä alP azione di chi riacquista. 



IL PRINCIPE 7 

minori cagioni e minore necessitä di offendere: donde conviene 
che sia piii amato; e, se estraordiiiarii vizii non lo fanno 
odiare, e ragionevole che naturalmente sia benevoluto da'sua. 
E Della antiquitä e conti nuazione del dominio sono spente le 
memorie e le cagioni delle innovazioni: perche sempre una s 
mutazione lascia V addentellato per la edificazione dell' altra. 

[III] 

DE PRIxVCIPATIBUS MIXTIS 

§ 1 Ma nel principato nuovo consi&tojaQ le difficulta. E prima, / 

se non h tutto nuovo, ma come membro, che si puö chiamare • 
tntto insieme quasi misto, le variazioni sua nascono in prima lo 
da una naturale difficultä, la quäle e in tutti e'principati nuovi: 
le quali sono che li uomini mutano volentieri signore credendo V 
migliorare; e questa credenza gli fa pigliare l'arrae contro a 
quello ; di che s^ingannono, perche veggono poi per esperienzia 
avere peggiorato. II che depende da un' altra necessitä naturale is 
et ordinaria, quäle fa che sempre higogni offendere quelli d i 
chi si diventa nuovo principe e con gente d'arme e con infinite 
altre iniurie che si tira drieto el nuovo acquisto ; in modo che 
tu hai inimici tutti quelli che tu hai offesi in occupare quello 
principato, e non ti puoi mantenere amici quelli che vi ti 20 

1 . minor . . . minor S minore cagione L M minori 3. C R 1) benvo- 
luto da^suoi 

7. P De' Principati che sono parte nuovi et parte hereditarij C la De' prin- 
cipati misti 10. G b sue 11. b quäle 13. b perchö li uomini 13. L F S li 
13-14. b a Chi vegge 16. b bisogna 17. C B M et infinite 18. B G dietro C 
acquistato b di modo che ti truovi avere 19. L quelli hai offesi M quelli 
quali hai offeso R quelli che hai offesi 20. H amici quali vi 



1. minori in L M derivö dal prossimo minori : la necessitä mi sembra una. 

12. le quali sono che. Questa lezione comune a^ mss. a prima vista non 
sodisfa; e perö b corresse in percM, causale, dove era necessaria una di- 
chiarativa di difficultä di variazioni: il che fu ben compreso dal Tanzini 
e Tassi [Italia, 1813] che soppressero le quali sono, e interpretarono che li 
uomini mutano come propos. appositiva e dichiarativa di difficultä, Ma 
questa veramente consiste nell' ingannarsi e vedere d^aver peggiorato^ non 
nel mutare e pigliar Varme, Ora le quali grammaticalmente ö rif. a va- 
riazioni; ma il Mach, non le distingue dalla difficultä^ tanf h vero che 
entro lo stesso membro dichiarativo di variazioni inchiuse s' ingannono 
concetto dichiar. di difficultä. II che e difetto stilistico. Non farä poi me- 



8 IL PRINCIPE 

hanno raesso, per non li potere satisfare in quel modo che 
si eraiio presupposto, e per non potere tu usare contro di loro 
medicine forti, senJo loro obligato; perche sempre, ancora 
che nno sia fortissimo in sulli eserciti, ha bisogno del favore 

5 de'provinciali ad intrare in una provincia. Per queste ragioni 
Luigi XII re di Francia occupö subito Milano, e subito lo 
perde : e bastö a torgnene la prima volta le forze proprie di 
Lodovico; perche quelli populi che gli aveano aperte le porte, 
trovandosi ingannati della opinione loro e di quello futuro 

10 bene che si avevano presupposto, non potevano sopportare 
e' fastidii del nuovo principe. E ben vero che, acquistandosi § 2 
poi la seconda volta e' paesi rebellati, si perdono con piü dif- 
ficultä; perche el signore, presa occasione dalla rebellione, e 
meno respettivo ad assicurarsi con punire e' delinquenti, chia- 

15 rire e' sospetti, provvedersi nelle parte piü debole. In modo 
che, se a fare perdere Milano a Francia basto la prima volta 
uno duca Lodovico che romoreggiassi in su'confini, a farlo 
di poi perdere la seconda, li bisogno avere contro el mondo 
tutto, e che li eserciti sua fussino spenti o fugati di Italia: 

20 il che nacque dalle cagiohi sopradette./Non di manco, e la 
prima e la seconda volta li fu tolto. Le cagioni universali 
della prima si sono discorse : resta ora a dire quelle della se- 
conda, e vedere che remedii lui ci aveva e quali ci puo avere 
uno che fussi ne'termini sua;' per potersi mantenere meglio 

25 nello acquisto che non fece Francia. Dico, per tanto, che § ^ 
questi stati, quali acquistandosi si aggiungono a uno stato ' 

1. C poterli b quello C che elli S che ellino 2. P usare tu 3. In 
essendo 5. b entrare C S in quella 6. M occupato 7. P riperd4 b ba- 
storno C torglielo M torgliene 8. B 11 B b havevano 9. B C L M P B da 
b quel 15. L P b parti b deboli 18. C R la seconda volta M contro tutto el 
mondo 19. b spenti e cacciati 20. b Non di meno 21. L M gli fu 22-23. B b 
a vedere ... e dire 23. b egli aveva e quali pu6 24. B b meglio mante- 
nere 25. b nello acquistato che non fece il re di Francia P che non fece 
lui 2d. P li quali 

raviglia la ripet. le quali (variazionl) sono che . . . mutano : nel Cap. stesso 
abbiamo : paurosi ... |)er timore (p. 10, 18). 

9. di quello. Mi par necessario unificare il costrutto: e dovendo sce- 
gliere tra da e di, preferisco il secondo, perch6 con opinione e sperama 
(concetto inchiuso nel futuro hene ... presupposto) 6 piü proprio e classico 
ingannarsi di (intorno a) che essere ingannato da. Cfr. Crusca % XV!« 



IL PRINCIPE 9 

antiquo di quello che acquista, o sono della medesima pro- 
vincia e della medesima lingua, o non som). Quando e'sieno, 
e facilitä grande a tenerli, massime quando non sieno usi a 
vivere liberi; et a possederli securamente basta avere spenta 
la linea del principe che li dominava, perche nelle altre cose, s 
mantenendosi loro le condizioni vecchie e non vi essendo di- 
sformita di costumi, li uomini si vivono quietamente; come s'e 
visto che ha fatto la Borgogna, la Brettagna, la Guascogna e la 
Normandia che tanto tempo sono state con Francia; e benche 
vi sia qualche disformitä di lingua, non di manco e^ costumi lo 
sono simili, e possonsi fra loro facilmente comportare. E chi le ^ 
acquista, volendole tenere, debbe avere dua respetti: Puno, che 
il sangue del loro principe antiquo si spenga, l'altro di non al- 
terare ne loro legge ne loro dazu ; talmente che in brevissimo 
tempo diventa, con loro principato antiquo, tutto uno corpo. is 
§ 4 Ma , quando si acquista stati in una provincia disforme 

di lingua , di costumi e di ordini , qui sono le difficultä , e 
qui bisogna avere gran fortuna e grande industria a tenerli ; 
et uno de'maggiori remedii e piii vi vi sarebbe che la per- 
sona di chi acquista vi andassi ad abitare. Questo farebbe 20 
piü secura e piii durabile quella possessione: come ha fatto 
el Turco di Grecia; il quäle, con tutti li altri ordini osser- 
vati da lui per tenere quello stato, se non vi fussi ito ad 
abitare, non era possibile che lo tenessi. Perche, standovi, si 

1. b gli acquista 2. B o della M P S b Quando sieno 3. b massimamente 
7. P com« ha facto 8. L F R la Brettagna la Borgogna 9. b Francia, ben- 
chö 10. B H b non di meno 11. b tra 12. b a chi le acquista ... bisogna 
aver duoi rispetti M tenere dua respetti 14. M le loro 15. P b con il loro 
16. b acquistano 17. L P B lingua et 18. B grande 20. b li acquista 23. P 
fussi venuto 



e XXo sotto ingannare e § III» sotto ingannato, La falsa Interpret, de'mss. 
e forse data da un d originario. 

9. e benchö. Tralasciando e, secondo b e la Giantina, il periodo zop- 
plcherebbe. 

15. diventa, con loro. L'art. il dev'essersi iutrodotto in P e b sembrando 
strano tacerlo : ma tale nso h classico e popolare. S^ intenda il passo : 
Chi le acquista diventa tutto un corpo col loro principato anteriore. 

16. si acquista stati. E proprio deiruso toscano, specie con verbo pas- 
sivo riflessivo al sing., posporre un sogg. plur. Valga per tutte le volte 
che b corregge. 



10 . IL PRINCIPE 

veggono nascere e' disordini, e presto vi puoi remediare; non 
vi stando, s'intendono quando sono grandi, e non vi e piü 
remedio. Non e, oltre a questo, la provincia spogliata da'tua 
officiali; satisfannosi e' südditi del ricorso propinquo al prin- 

5 cipe ; donde Hanno piü cagione di amarlo, volendo essere buopi, 
e, volendo essere altriraenti, di temerlo. Chi delli esterni vo- 
lessi assaltare quello stato, vi ha piii respetto; tanto che, abi- 
tandovi, lo puö con grandissima difficultä perdere. L'altro § 5 
migliore remedio h mandare colonie in uno o in dua luoghi, 

10 che sieno quasi compedi di quello stato; perche e necessario 
fare questo o tenervi assai gente d'arme e fanti. Nelle co- 
lonie non si spende molto ; e sanza sua spesa, o poca, ve le 
manda e tiene, e solamente offende coloro a chi toglie e' 
campi e le case, per darle a'nuovi abitatori, che sono una 

15 minima parte di quello stato; e quelli ch' elli offende, rima- 
nendo dispersi e poveri, non li possono mai nuocere; e tutti 
li altri rimangono da uno canto inoffesi, e per questo dover- 
rebbono quietarsi, dall'altro paurosi di non errare, per timore 
che non intervenissi a loro come a quelli che sono stati spo- 

20 gliati. Concludo che queste colonie non costono, sono piii fe- 
deli et offendono meno ; e li offesi non possono nuocere, sendo 

1. C vengono a G li M li discordii B si puö C vi puö b vi si puö 
2. c di poi quando 4. L F R offitiali C satisfaodosi 10. b quasi le chiavi 
11. b e fanterie M o fanti 12. b non ispende molto 11 principe e senza 

13. tolle 15. B C L P & che li b che gli 16. P nuocere, tutti 17. b da 
una parte non offesi, e per questo si quietano facilmente, da Taltra paurosi di 
non errare, perchö non intervenisse loro 19. M come quelli 20. b Conchiudo 
21 . B C S b fedeli offendono B sendo poveri non possono nuocere et di piü dispersi 
com* ho dicto. b essendo poveri e dispersi, non possono nuocere, come ho detto. 



1. vi puoi. Nel ms. prototipo di B b e in C puö nacque forse da to- 
glia di unificare 11 costrutto: ma il variare ^ proprio del Mach., e in tutto 
il Principe spessissimo un discorso Impersonale h interrotto da queste vi- 
vaci apostrofi a persona immaginaria : il che, del resto, era vezzo del parlar 
comune. 

10. compedi, ceppi: latinismo non capito da b, che corresse in chiavi. 

15. che li e clie gl! mi sembrano guasti di chelli o chegli. 

18. per timore ripete veramente paurosi; msL perche ^ dr b, che indica 
fine, non h chiaro quanto la lez. ms., che vieue a dire: o sia temono che 
non avvenga ecc. 

21. non possono ecc. Nel ms. prototipo di B b la lez. dov^ essere tur- 
bata: B non bene si accorda col passo ricordato (come e detto) ; e b ha 
voluto collocare la gerundiva nello stesso ordine: che non era necessario. 



\ 



IL PRINCIPE 11 

poveri e dispersi, come e detto. Per il che si ha a notare che 
li uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere ; perche si ven- 
dicano delle leggieri oflFese, delle gravi non possono; si che 
l'offesa che si fa all' uomo debbe essere in modo che la non 
tema la Vendetta. Ma tenendovi, in cambio di colonie, gente 5 
d' arme, si spende piü assai, avendo a consumare nella guar- 
dia tutte le intrate di quello stato ; in modo che lo acquisto 
li torna perdita; et ofifende molto piü, perche nuoce a tutto 
quello stato tramutando con li alloggiamenti el suo esercito; 
del quäle disagio ognuno ne sente, e ciascuno li diventa ini- 10 
mico: e sono inimici che li possono nuocere, rimanendo bat- 
tuti in casa loro. Da ogni parte dunque questa guardia e 
inutile, come quella delle colonie e utile. 
§ 6 Debbe ancora chi e in una provincia disforme, come e 

Vdettö, farsi capo e defensore de^vicini minori potenti, et in- i^ 
gegnarsi di indebolire e' potenti di quella, e guardarsi che 
per accidente alcuno non vi .entri uno forestiere potente 
quanto lui. E sempre interverrä che vi sarä messo da coloro 
che saranno in quella mal contenti, o per troppa ambizione 
o per paura ; come si vidde giä che li Etoli missono e' Ro- 20 
mani in Grecia; et in ogni altra provincia che li entrorono vi 
furono messi da' provinciali. E l'ordine delle cose e, che su- 
bito che uno forestiere potente entra in una provincia, tutti 
quelli che sono in essa men potenti li aderiscano, mossi da 
invidia hanno contro a chi e suto potente sopra di loro; 2^ 
tanto che, respetto a questi minori potenti, lui non ha a du- 
rare fatica alcuna a guadagnarli ; perche subito tutti insieme 



1. B b Perch4 8. H delle offese legier! e delle gravi 4. B P debba 
b- deve 7. b le entrate b V aquistato gli torna in perdita 10. M ciascuno, 
ue sente 12. C L P S adunque 15. meno 15-16. P minori potenti di 
quella e guardarsi 16. C L R b e pii^ potenti b guardare 17. b forestiere 
non meno potente di lui 21. b loro entrorno 22. b della cosa 24. C L 
P B meno 25. C L P B dalla invidia b da una invidia M b che hanno 
C b stato 26. b egli 



16. e' potenti corrisponde esattamente airunanime abbassorono e' po- 
tenti di sotto [p. 12, 10]: il piü fu trascinato ferse da corrispondenza cou 
minori potenti di sopra. 



12 IL PBINCIPE 

volentieri fanno uno globo col suo stato che lui vi ha acqui- 
stato. Ha solamente a pensare che non piglino troppe forze 
e troppa autoritä; e facilmente puö con le forze sua e col 
favore loro sbassare qiielli che sono potenti, per rimanere in 
5 tutto arbitro di quella provincia. E chi non governerä bene 
questa parte, perderä presto quello che arä acquistato, e, men- 
tre che lo terra, vi arä drento infinite difficultä e fastidii. 

. E' Romani, nelle provincie che pigliorono, osservorono bene § 7 
queste parti; e mandorono le colonie, intrattennono e' raen 

io potenti, sanza crescere loro potenzia, abbassorono e' potenti, e 
non vi lasciorono prendere reputazione a' potenti forestieri. E 
voglio mi basti solo la provincia di Grecia per esemplo. Fu- 
rono intrattenuti da loro li Achei e li Etoli; fu abbassato el 
regno de' Macedoni ; funne cacciato Antioco ; ne mai e' meriti 

15 delli Achei o delli Etoli feciono che permettessino loro ac- 
crescere alcuno stato ; ne le persuasioni di Filippo l'indussono 
mai ad esserli amici sanza sbassarlo; ne la potenzia di An- 
tioco posse fare li consentissino che tenessi in quella provin- 
cia alcuno stato. Perche e' Romani feciono in questi casi quello 

«0 che tutti e' principi savi debbono fare : li quali non sola- 
mente hanno ad avere riguardo alli scandoli presenti, ma a' fu- 
turi, et a quelli con ogni industria obviare: perche, preveden- 
dosi discosto, facilmente vi si puö rimediare; ma, aspettando 
che ti si appressino, la medicina non e a tempo, perche la 

25 malattia e diventata incurabile. Et interviene di questa come § 8 

1. b fanno massa con lo stato che egli vi ha acquistato 3. H troppo C la 
forza 4. C L P B b ab15!sLSsare 6. M quello arä 7. b I Romani 8. in 
quelle 8-9. b pigliorno .... intrattenerno b i men H li men 9-11. P e 
meno potenti et non vi lasciorono 11-12 H E mi basti 12. b essempio 14. M 
Macedonii 16. P r indussono ad esserli 17. H abassarlo 19. C M p s in 
questo caso 20-21. L P hanno ad avere non solamente C B hanno ad avere 
riguardo non solo b hanno aver 22. b riparare 23. P vi si puö facil- 
mente 24. b non ^ piü 25. b divenuta 

1. col SUO stato che iui ecc. 6 ripetizione, che chiarisce e determina 
meglio il coucetto, naturalissima al Mach, che scriveva quasi parlasse: inu* 
tile quindi la correzione del b. 

19. questi casi preferisco, perch6 mi sembrano piü, o sia quelli di An- 
tioco, di Filippo, degli Achei, degli Etoli. 

22. obviare, andare incontro agli scandoli futuri, non riparare di b, 
che si puö solo dl cose awenute. 



IL PRINCIPE 13 

dicono e' fisici dello etico, che nel principio del suo male e 
facile a curare e difficile a conoscere, ma, nel progresso del' 
tempo, non Pavendo in principio conosciuta ne medicata, di- 
venta facile a conoscere e difficile a curare. Cosi interviene 
nelle cose distato; perche, conoscendo discosto, il che non e 5 
dato se non a uno prudente, e' mali che nascono in quello, 
si guariscono presto ; ma quando, per non li avere conosciuti, 
si lasciono crescere in modo che ognuno li conosce, non vi e 
piii remedio. Perö e' Romani, vedendo discosto l'inconvenienti, 
vi remediorono sempre, e non li lasciorono mai seguire per lo 
fuggire una guerra, perche sapevano che la guerra non si lieva, 
ma si differisce a vantaggio d'altri; perö vollono fare con Fi- 
lippo et Antioco guerra in Grecia, per non la avere a fare con 
loro in Italia ; e potevano per allora fuggire l'una e l'altra ; il 
che non vollono. Ne piacque mai loro quello che tutto dl e in ij^ 
bocca de'savl de' nostri tempi, di godere el benefizio del tempo, 
ma si bene quello della virtü e prudenzia loro; perche el 
tempo si caccia innanzi ogni cosa, e puö condurre seco bene 
come male, e male come bene. 
§ 9 Ma torniamo a Francia, et esaminiamo se delle cose dette 20 

ne ha fatto alcuna; e parlerö di Luigi e non di Carlo, come 
di colui, che, per avere tenuta piü lunga possessione in Ita- 
lia, si sono meglio visti e' sua progressi : e vedrete come elli 
ha fatto el contrario di quelle cose che si debbono 'fare per 
teuere uno stato disforme. 25. 

1. b i medici della etica che nel principio suo ö facile... ma nel corso del tempo 
3. B L H P lo S la F conosciuto ... medicato 5. b der stato 8. C lassono 
b lascino 9. b si Romani R vedendo e Romani IQ. b li rimediorono 11. 
M la non si leva C leva 12. b con vantaggio C volseno b volsero 14. B 
et Tuna 16. b tempi» godere li benefici del tempo, ma bene 19. b male, male 
21. C come che 22. b del quäle 23. C L F B visti meglio B progressi sua 
G li suoi R li sua b li suoi andamenti 25. C uno stato [in una provincia] 
disforme 



1. dello etico ecc AI Cap. Xm mss. e stampe leggono: come io dissi 
di sopra delle febbri etiche; al rigo 3 tutti i mss. , meno P, portano cono- 
sdutüf medicata: di sopra si parla deUa mdlattia, di sotto difßcile a co- 
noscerCj conosciuta^ facile a conoscere meglio si adatterebbero a malattia: 
e tutto parrebbe dar ragione a della etica (malattia) di b. Ma bisognerebbe 
sopprimere del suo male: cd ö impossibile che tutti i trascrittori Tab- 
biano agginnto di testa loro. II Mach, puö forse aver scritto della etica: 
ma piü probabile mi sembra che egli, con queiragilitä di movenze loglche 



14 IL PRINCIPE 

El re Luigi fu messo in Italia dalla anibizione de'Vini- § 10 
ziani, che volsono guadagnarsi mezzo lo stato di Lombardia 
per quella venuta, lo non voglio biasimare questo partifco 
preso dal re; perche, volendo cominciare a mettere uno pie 

9 in Italia, e non avendo in questa provincia amici, anzi sen- 
doli, per li portamenti del re Carlo, serrate tufcte le porte, fa 
forzato prendere quelle amicizie che poteva: e sarebbeli riu- 
scito el partito ben preso, quando nelli altri maneggi non 
avessi fatto errore alcuno. Acquistata adunqae el re la Lom- 

10 bardia, si riguadagnö subito quella reputazione che li aveva 
tolta Carlo: Genova cede; Fiorentini li diventorono amici; 
Marchese di Mantova, Duca di Ferrara, Bentivogli, Madonna 
di Furli, Signore di Faenza, di Pesero, di Rimino, di Came- 
rino, di Piombino, Lucchesi, Pisani, Sanesi, ognuno se li fece 

15 incontro per essere suo amico. Et allora posserno conside- 
rare Viniziani la temeritä del partito preso da loro, li quali, 
per acquistare dua terre in Lombardia, feciono signore el re 
di dua terzi di Italia. Consideri ora uno con quanta poca dif- § 11 
ficultä posseva il re teuere in Italia la sua reputazione, se 

20 elli avessi osservate le regole sopradette e tenuti securi e 
difesi tutti quelli sua amici, li quali, per essere gran nu- 
mero e deboli e paurosi, chi della Chiesa, chi de' Viniziani, 
erano sempre necessitati a stare seco; e per il mezzo loro po- 
teva facilmente assicurarsi di chi ci restava graude. Ma lui 

2. b volsero P quello ätato 3. b biasimare questa venuta o partito 
5. b essendoli M sendogli 6. L P S chiuse le porte tutte 8. b il peu* 
siero 10. P si guadagaö 11. b cedette 13. P di Faenza, Pesero, Rimini, 
Camerino, Piombino 15. B per averlo M P posserono 16. b li Ven. P pre- 
so li quali 18. L P B de' C del terzo M con questa 19. R tenere il re 
20. L P B soprascritte 21. b amici suoi B b gran 22. F Chiesa et chi 
23. P forzati B b posseva 24. b egli 



€ stilistiche, irregolari, ma facUi alla natura sua, dal concetto di malattia 
8ia trascorso a quello del malato , e di qui sia tornato alla malattia. Da 
Ihavendo derivö forse lo ad alcnni mss. 

3. partito. Non si comprende la gianta del b se non per errore deri- 
vato dalla precedente venuta: il MachiaTelli discute il partito preso dal 
re, non la i^enuta sua. 

6. serrate ml par piü efficace di chiuse^ mutato sbadatamente nel 
prototipo di C L P R. 

8. il partito puö esser presOf non 11 pensiero secondo b. 



IL PRINCIPE 15 

non prima fu in Milano, che fece il contrario, dando aiuti a 
papa Alessandro, perche elli occupassi la ßomagna. Ne si 
accorse con questa deliberazione che faceva se debole, to- 
gliendosi li amici e quelli che se li erano gittati in grembo, 
e la Chiesa grande, aggiugnendo allo spirituale, che gli da & 
tanta autoritä, tanto temporale. E, fatto uno primo errore, 
fu constretto a seguitare in tanto che, per porre fine alla 
ambizione di Alessandro, e perche non divenissi signore di 
Toscana, fu constretto venire in Italia. Non li bastö avere fatto 
grande la Chiesa e toltisi li amici, che, per volere el regno lo 
di Napoli, lo divise con il re di Spagna; e, dove lui era prima 
arbitro d' Italia, e'vi misse uno compagno, a ciö che li ambi- 
ziosi di quella provincia e mal contenti di lui avessino dove 
ri<5orrere; e, dove posseva lasciare in quello regno uno re suo 
pensionario, e'ne lo trasse, per mettervi uno che potessi cac- i5 
ciarne lui. 
§12 E cosa veramente molto naturale et ordinaria desiderare 
di acquistare; e sempre, quando li uomini lo fanno che pos- 
sano, saranno laudati, o non biasimati; ma, quando non pos- 
sono, e vogliono farlo in ogni modo, qui e l'errore et il bia- 20 
simo. Se Francia adunque con le sue forze posseva assaltare 
Napoli, doveva farlo; se non poteva, non doveva dividerlo. 
E, se la divisione fece co'Viniziani di Lombardia meritö scusa 
per avere con quella messo el pie in Italia, questa merita 
biasimo, per non essere escusata da quella necessitä. Aveva 2 5 
dunque Luigi fatto questi cinque erro ri; spenti e' minori po- 

2. H Lepsandro b egli 4. M erono 5. 1) aggiungendo B C P K 11 
7. M F e fu 9. L P R forzato b gli fu forza venire C di venire b E 
non G fatta 10. Mtoltosi gli 11. C prima lui era B primo 12. BPRb 
vi misse 15. ne b egli ne OB che ne potessi cacciare lui H ne po- 
tessi trarne lui b cacciare 18. C possono M b possino 19. b ne saranno 
H possano* 20. L P R ad ogni B b il biasimo e Terrore 21. C L P R pos- 
seva con le forze sua 23. B R b con Vin. 24. H per avere messo con quella 
el pi^ C meritö 25. B C scusata b scusato H Haveva facto dunque Luigi 
cinque erori 26. B adunque fatto Luigi 

9. constretto. Puö ben essere che nel prototipo di C L P E forzato e 
in b gli fu forza nascessero spontaneamente per evitare la ripet. di con- 
stretto: ma anche qnesto pot6 derivare a B e M dairugnale parola a dne 
righe sole di distanza. 

20-21. il biasimo mi pare effetto delV errore: male quindi collocarlo 
prima, come in B b. 



16 IL PRINCIPE 

tenti, accresciuto in Italia potenzia a uno potente, messo in 
^ quella uno Ibrestiere potentissimo, non venuto ad abitarvi^ 

non vi messo colonie. E' quali errori ancora, vivendo lui, pos- § 13 
sevano non lo ofifendere, se non avessi fatto el sesto,^Ji,Qrxe 
5 lo stato a'Viniziani: perche, quando non avessi fatto grande 
la Chiesa ne messo in Italia Spagna, era ben ragionevole e 
necessario abbassarli; ma, avendo preso quelli primi partiti, 
non doveva mai consentire alla ruina loro: perche, sendo 
quelli potenti, arebbono sempre tenuti li altri discosto dalla 

10 impresa di Lombardia, si perche Viniziani non vi arebbono 
consentito sanza diventarne signori loro, si perche li altri non 
arebbono voluto torla a Francia per darla a loro, et andare 
ad urtarli tutti a dua non arebbono avuto animo. E se alcuno 
dicessi: el re Luigi cede ad Alessandro la Romagna et a Spa- 

15 gna el regno per fuggire una guerra, respondo con le ra- 
gioni dette di sopra, che non si debbe mai lasciare seguire 
uno disordine per fuggire una guerra, perche la non si 
fugge, ma si difPerisce a tuo disavvantaggio. E se alcuni altri 
allegassino la fede che il re aveva data al papa, di fare per 

20 lui quella impresa, per la resoluzione del suo matrimonio 
et il cappello di Roano, respondo con quello che per me di 
sotto si dirä circa la fede de^ principi e come la si debbe 
osservare. Ha perduto adunque el re Luigi la Lombardia per § u 

1. C accresciuta 2. habitare 3. C messe M non vi messo' colonie 
[col farsi inimici coloro] e quali ancora B F R b Li quali C L P S errori, vi- 
vendo lui, possevano ancora M F b potevano 5. L P havessino 6. B bene 
6-7. R ragionevole abassarii 7. b presi 8. B doveva consentire b essendo 
9. B B tenuto 10. F perch^ non vi barebbano 12. C L P R volsuto 13. R 
urtare b et andarli ad urtare ambedui 16. C b debba M non debe R 
lassar mai 17. L R b ella non 19. L P aveva obligata 21. b e per il cap- 
pello 22. L R ella b come si debba 23. L dunque 



8. E' quali errori ecc. La lacuna di errori dopo il pron. relativo ci spiega 
come in M abbiano fatto una ginnta marginale pur che sia. Ancora mi par 
meglio collocato , come in B M b, subito dopo errori , perch6 11 concetto 
di passaggio e movente di qitesto periodo ö concessivo; e ancora avrebbe 
qui valore di Tuttavia. 

5. avessi ha per sogg. Luigi; errore di trascrlzione quindi havessino. 

19. data. In L P obligata nacque forse per amore di peregrinitä, e con 
fede h certo piü efficace ; ma piü probabile criticamente e piü naturale, mi 
sembra dar la fede di fare. 



IL PEINCIPE 17 

non avere osservato alcuno di quelli terraini osservati da altri 
che hanno preso provincie e volutole tenere. Ne e miraculo 
alcuno questo, ma molto ordinario e ragionevole. E di questa 
materia parlai a Nantes con Roano, quando el Valent ino, che 
cosi era chiamato popnlarmente Cesare^^-gorgia , figliuolo di s 
papa Alessandro, occupava la Romagna: perche, dicendomi 
el cardinale di Roano che li Italiani non si intendevano della 
guerra, io li resposi ch' e' Franzesi non si intendevano dello 
stato; perche, se se n' intendessino, non lascerebbano venire la 
Chiesa in tanta grandezza. E per esperienzia s'e visto che la lo 
grandezza, in Italia, di qaella e di Spagna e stata causata da 
Francia, e la ruina sua causata da loro. Di che si cava una 
regola generale, la quäle mai o raro falla : che chi e cagione 
che uno diventi potente, ruina; perche quella potenzia e causata 
da colui o con industria o con forza ; e V una e V altra di ^^ 
queste dua e sospetta a chi e divenuto potente. 

[IV] 

Cur Darii regnum qüod Alexander occupaverat 

A SÜCCESSORIBUS SUIS POST AlEXANDRI MORTEM NON DEFECIT. 

§ 1 Considerate le difficultä le quali si hanno a tenere uno 

stato di nuovo acquistato, potrebbe alcuno maravigliarsi 20 

2. K b volutele 3. B b ragionevole et ordinario R molto ragionevole 5. b 
cosi vulgarmente era chiamato b figlio 6. M Lepsandro 7. b il cardinale 
Roano 7-9. B intendevano dello stato 8. b che i 9. B c b intendendosene 11. 
C R et di quella 12. C sua [ö stata] causata b sua ö proceduta 13. B quali 
L C F B di rado 14. C M P R b rovina 16. M a quello che ^ M R diventato 

17. C Per quäl causa ne i successori di Alesandro da poi la sua morte non 
manc6 il regno di Dario che epso Alesandro haveva occupato P Per quäl ca- 
gione el regno di Dario, il quäle da Alexandro fu occupato, non si rebellö da sua 
subcessori dopo la morte di Alexandro b Perch4 il regno di Dario, da Alessan- 
dro occupato, non si rebellö da U successori di Alessandro doppo la morte sua 
19. b in tenere 20. B c R b acquistato di nuovo 

3. ordinario si oppone subito a miraculo; poi nasee in mente che h 
secondo ragione : non buona quindi mi sembra la collocazione di B b. 

9. 86 86 n' int6nd688ino. II gerandio, piü spicciativo , e forse per evi- 
tare T alliterazione di se se n" intendessino , pot^ esser nato facilmente da 
se in B b e in C. 

12. cau8ata. b volle variare e compiere con e proceduta ; C ripete senza 
bisogno e stata per la vicinanza con le stesse parole. 

machiavklli i 



18 IL PRINCIPE 

donde nacque che Alessandro Magno divento signore della 
Asia in pochi anni, e, non l'avendo appena occupata, mori; 
donde pareva ragionevole che tutto quello stato si rebellassi; 
non di meno, e^ successori di Alessandro se lo mantennono, 

5 e non ebbono a tenerlo altra difficultä, che quella che infra 
loro medesimi, per ambizione propria, nacque. Respondo, come 
e' principati, de' quali si ha memoria, si truovano governati in 
dua modi diversi : o per uno principe e tutti li altri servi, e' 
quali, come ministri, per grazia e concessione sua, aiutono 

10 governare quello regno, o per uno principe e per baroni, li 
quali, non per grazia del signore, ma per antiquitä di sangue 
tengano quel grado. Questi tali baroni hanno stati e sudditi 
proprii, li quali li ricognoscono per signori et hanno in loro 
naturale afifezione. Quelli stati che si governono per uno prin- 

15 cipe e per servi, hanno el loro principe con piii autöritä; 
perche in tutta la sua provincia non e alcuno che riconosca 
per superiore se non lui; e, se obediscano alcuno altro, lo 
fanno come ministro et offiziale, e non li portano particu- 
lare amore. 

20 Li esempli di qiieste dua diversitä di governi sono, ne'no- § 2 

stri tempi, el Turco et il re di Francia. Tutta la monar- 

1-2. L P R in pochi anni diventö signore della Asia 4. B non di manco 
C b successori süoi R sua C mantennero 5. üebbero b a tenerselo 
6. B b per propria ambizione 8. due b doi C L F R li quali 9. H 
et per P commissione 12. M baroni stau 13. B b gli P lo ricognio- 
scono L P R per signore 17. M se obedissino ad alcuno 18. b a 
ministro M et li porta 19. L P B affectione. 20. G L P B di questi dua 
governi 

13. li ricognoscono. La lez. di P derivö ferse da signore^ del protot. di 
€ L P R, plurale dialettale per signori. 

17. obediscano corrisponde a /anno ; e Timperf. soggiunt. nacque ferse 
fipontaneamente in M dalla forma ipotetica del concetto. 

18. come ministro. Nel pensiero del Mach, fanno ha preso valore di obe- 
di8cano\ e questo verbo, come Taffine comandare^ neiruse classice, qnando 
indica semmissiene censneta, vuele Toggetto. Male quindi b aggiunse a, 
ceme prima C davanti alcuno, 

19. amore. Nel ms. pretotipe di C L P R affezione dey^ sestituirsi per 
la uguale parela che termina 11 periodo precedente. lo penso che T istin- 
tiva finezza del Mach, neir uso della lingua, come prima gli avea fatto dire 
affezione di un sentimento naturale verso gli antichi signori, cosi ora lo 
indnca a chiamar amore 11 sentimento riflesso verso i ministri del re. 

20. diversitä determina meglio che questi dua governi di G L P R ; nö 



4 



IL PRINCIPE 19 

chia del Turco e governata da uno signore : li altri sono sua 
servi: e, distinguendo el suo regno in Sangiachi, vi manda di- 
versi amministratori, e li mata e varia come pare a lui. Ma 
el re di Fraucia e posto in mezzo d' una multitudine anti- 
quata di signori in quello stato riconosciuti da^ loro sudditi 5 
et amati da quelli: hanno le loro preeminenzie : non le puo 
il re törre loro sanza suo periculo. Chi considera adunque Tuno 
e r altro di questi stati, troverra difficultä nello acquistare lo 
§ 3 stato del Turco, ma, vintö che sia, facilitä grande a tenerlo. Le 
cagioni delle difficultä in potere occupare el regno del Turco, lo 
sono per non potere essere chiamato da' principi di quello 
regno, ne sperare, con la rebellione di quelli ch' egli ha d' in- 
torno, potere facilitare la sua impresa : il che nasce dalle ra- 
gioni sopradette. Perche, sendoli tutti stiavi et obbligati, si 
possono con piü difficultä corrompere ; e, quando bene si i5 
corrompessino, se ne puö sperare poco utile, non possendo quelli 
tirarsi drieto e' populi per le ragioni assignate. Onde, chi as- 

1. b suoi 2. C L P R el regnio 4-5. C antiqua b antica di signori ricono- 
sciuti 6. M b preminentie &-7. M le quali il re non pu6 loro torre 8. C L P R 
questi dua stati ' L difficultä grande L P R in acquistare 9. b ö facilitä 
C L P R ma facilitä grande a tenerlo vinto che lo harä. P mantenerlo. te- 
nerlo. [Cosl per adverso troverete per qualche rispetto piü facilitä a occupare lo 
«tato di Francia, ma difficultä grande a tenerlo] 10. L P R acquistare 11. b 
potere lo occupatore 13. la tua 16. L P R potendo 17. M Onde che 
•Chi . . . . ö necessario pensi b Onde a chi .... 

•da luogo ad ambiguitä. Anche altrove il M. non credette inutile insistere 
8u la diversitä: p.'e. al C. IX : questi dua umori diversi, 
< 5. in quello stato h necessario compimento di antiquata, La coUoca- 

zione, alqnanto dura, fece sopprimere al b il compimento, mutare anti- 
guata neir affine antica, e rendere cosi meno preciso il concetto. Lo stesso 
«ostrutto si riscontra al Cap. XI: ordini antiquäti nella religione. 

9. vinto che sia. L' ambiguitä del soggetto fece mutare al prototipo 
C L P R in vinto che lo harä : ma questa 6 lez. falsa, non solo perch^ vi- 
•cinissimo e facile a intendersi sogg. ö lo stato del Turco, ma piü ancora 
perch^ sogg. di harä sarebbe Chi considera, il quäle n6 acquista ne tiene 
stato alcuno. Inutile poi e viziosa mi sembra la giunta di k innanzi a fa- 
<dlitä, che il b non intese subito oggetto di troverra, 

— tenerlo. La lunga giunta marginale del C non h che inutile antici- 
pazione di ciö che il Mach, spiegherä ampiamente al § 4. 

11. potere essere. Il b yoUe aggiungere il sogg. lo occupatore, traendolo 
da occupare di sopra: ma di tali ellissi e costruzioni di pensiero il Mach. 
^ pieno. 

17. chi assalta .... pensare. S* intende bene perch6 b abbia corretto in 



20 IL PRINCIPE 

salta el Turco, e necessario pensare di averlo a trovare unito ; 
e li conviene sperare piü nelle forze proprie che ue' disordini 
d'altri. Ma, vinto che fussi e rotto alla campagna in modo 
che non possa rifare eserciti, non si ha a dubitare d^ altro 
5 che del sangue del principe : il quäle spento, non resta alcuno 
di chi si abbia a temere, non avendo li altri credifco con li 
populi: e, come el vincitore, avanti la vittoria, non poteva 
sperare in loro, cosl non debbe, dopo quella, temere di loro. 
El contrario interviene ne' regni governati come quello di § ^ 

10 Francia; perche con facilitä tu puoi intrarvi, guadagnandoti 
alcuno barone del regno ; perche sempre si truova de' mali- 
contenti e di quelli che desiderano innovare. Costoro, per le 
ragioni dette, ti possono aprire la via a quello stato e faci- 
litarti la vittoria ; la quäle di poi, a volerti mantenere, si tira 

IS drieto infinite difficulta, e con quelli che ti hanno aiutato e 
con quelli che tu hai oppressi. Ne ti basta spegnere el sangue 
del principe, perche vi rimangono quelli signori che si fanno 
capi delle nuove alterazioni; e, non li potendo ne contentare 
ne spegnere, perdi quello stato qualunque volta venga l'oc- 

» casione. 

Ora, se voi considerrete di quäl natura di governi era quello § ^ 
di Dario, lo troverrete simile al regno del Turco ; e pero ad 
Alessandro fu necessario prima urtarlo tutto e torli la cam- 
pagna: dopo la quäle vittoria, sendo Dario morto, rimase ad 

26 Alessandro quello stato sicuro per le ragioni di sopra discorse. 
E li sua successori, se fussino suti uniti, se lo potevano go- 
dere oziosi: ne in quello regno nacquono altri tumulti, che 

1. [tutto] UDito 4. 1> da dubitare 8. M quella sperare di loro 9. Bcome^ 
10. b facilitä puoi 11. B perche si trova L M P si truoTano b mar con- 
tent! 14. b da poi 15. P che tu bai aiutati 18. P capo 21. CR Se voi con- 
siderrete ora 22. C M ad quello del Turco 26. C b stati 27. c R secura- 
mente et ociosi 



a Chi e M in pensii ma nello stile del Machiavelli nessun anacoluto ^ im- 
poBsibile. Del reato chi, come qui mi parrebbe, pu6 ben y alere se alcuno .- 
UBO elegante ben noto della lingua nostra, che si riBCOQtra ancora nel 
I*rincipe, Cap. X, e ne' Discorsi, I, 1 e 6 : se bene poi con li conviene si 
torni al costrntto ordinario del chi. 

22. al regno. M e C possono casualmente essersi incontrati a ripetere il 
vicino quello, ossia governo, che pot6 anche sembrar meglio di regno. 



IL PRINCIPE 21 

quelli che loro proprii suscitorono. Ma li stati ordinati come 
<][uello di Francia e impossibile possederli con tanta quiete. 
Di qui nacquouo le spesse rebellioni di Spagna, di Francia e di 
-Grecia da' Romani, per li spessi principati che erano in quelli 
stati ; de' quali mentre durö la memoria, sempre ne furono e' 5 
Eomani incerti di quella possessione; ma, spenta la memoria 
di quelli, con la potenzia e diuturnitä dello imperio, ne diven- 
torono securi possessori. E posserno anche quelli, combattendo 
di poi infra loro, ciascuno tirarsi drieto parte di quelle provin- 
■cie^ secondo l'autoritä vi aveva presa drento; e quelle, per 1© 
essere el sangue del loro antiquo signore spento, non ricono- 
iscevano se non e' Romani. Considerato adunque queste cose, 
non si maraviglierä alcuno della facilitä ebbe Alessandro a 
ienere lo stato di Asia, e delle difficulta che hanno avuto li 
altri a conservare lo acquistato, come Pirro e raolti. II che 1$ 
non e nato dalla molta o poca virtü del vincitore, ma dalla 
•disformitä del subietto. 



1. C L P R suscitorono loro proprii 3. b e di qui nacqueno C uacquero 
4. L M a Romani 5. M b mentre che durö b sempre furono 6. B. spenta quella 
la memoria 8. b poterono B b di poi anche quelli combattendo 9. b tra 
10. C L P R preso B L P R dentro 11. C i sangui di loro antiqui signori spenti 
M de loro antici signori 12. M Considerate b Considerrando BGB tutte 
queste 13. b ch' ebbe 14. M avuti B avute 15. C per Pirro b e molti 
altri 16. b ö accaduto dalla poca o molta 17. C M difformitä b suggetto 



1. loro proprii. Appare evidente Tefficacia e il rilievo che risulta al- 
respresBione dalla coUocazione di B M b. 

8. anche logicamente ö attaccato subito a E posserno; e 11 concetto 
di gradazione da diventorono securi possessori a posserno tirarsi drieto 
. non yien ritardato, come in B b da di poi, che assai meglio determina il 
tempo di combattendo. 

11. antiquo signore. Si spiega facilmente come M e C si sieno incon- 
trati a mutare 11 sing, nel plur. parlandosi di piü provincie: ma la diver- 
«itä medesima della correzione'ci conferma questo singolare, nato dalla li- 
bera sprezzatura stilistica del Machiavelli. 

12. Considerato anche altrove 6 riferito a nomi di genere e numero di- 
verso: al Cap. XII, p. e. mss. e stampe leggono unanimi considerato le 
ragioni e veduto Vorigine. Cfr. anche C. XXVI, principio. 



22 IL PRINCIPE 



M 

QUOMODO ADMINISTBANDAE SUNT CIVITATES YEL PRINCIPATÜS, 
QUI ANTEQUAM OCCUPARENTUR SUIS LEGIBUS VIVEBANT 

Quando quelli stati che s^ acquistano^ come e detto, sono § i 
consueti a vivere con le loro legge et in libertä, a volerli 

5 tenere, ci sono tre modi: el prinio ruinarle; l'altro andarvi 
ad abitare personalmente; el terzo lasciarle vivere con le sua 
legge, traendone una pensione e creandovi dentro uno stato 
di pochi che te le conservino amiche. Perche, sendo quello 
stato creato da -quello principe, sa che non pu5 stare sanza 

10 V amicizia e potenzia sua, et ha a fare tutto per mantenerlo. 
E piii facilmente si tiene una cittä usa a vivere libera con il 
mezzo de^ sua cittadini, che in alcuno altro modo, volendola 
preservare. 

In exemplis ci sono li Spartani e li Romani. Li Spartani § ^ 

15 tennono Atene e Tebe, creandovi uno stato di pochi; tarnen 
le riperderono. Romani, per tenere Capua Cartagine e Nu- 

1. C In che modo le Cittä o vero Principati (che prima vivevauo con le loro 
leggi) si debbano goveruare, di poi che sieno occupate. F In che modo si 
debbino governare le cittä et principati li quali inanzi fussino occupati si vive- 
vano con le loro legge. b In che modo siano da governare le cittä o princi- 
pati, quali, prima che occupati fussino vlvevano con le loro leggi. 4. P b con 
loro C B el secondo andarvi 5. B C P K ruinarli b rovinare 6. B P B 
b lasciarli. 7. M cavandone H b drento 8. B C B te lo conservino amico 
F te 11 conservino amici b essendo ■ 9. B siito creato 10. b ha da fare 11 
tutto 12. C in altro 14. b Sonoci per esempio gli 15. b tenerno & 
creandovi dentro b uientedimeno 16. b perderono b I Romani P Garta- 
gine Capua 

5-8. ruinarle. . . amiche. Se questa non fosse la lez. originale, mal si spie- 
gherebbe raccordo di L M, mss. lontani tra loro, contro gli altri, per i 
qnali assai facile era correggere aecordando le particelle pronominali con 
stati. Anche la diversitä della correziöne ultima, per cui B G R b riducouo 
a uno solo lo stato da conservare e P si richiama al primo stati, par- 
rebbe dar ragione a quello che io credo probabile. lo penso, cio ö, che il 
Mach., depo aver accennato agli stati conquistati in generale, civitates e 
principatus del titolo, si sia volto, naturalmente, e in ispecie, alle cittä, le 
quali veramente si possono ruinare: come appare anche dal per. terzo 
(r. 11) e dal § 2, dove si parla appunto di dttä, 

16.. le riperderono. Sparta veramente perdette Atene e Tebe una volta 
sola. Questo indusse b a stampare perderono, come unanimemente si legge 



i 



IL PRINCIPE 23 

manzia, le disfeciono, e non le perderono. YoUono tenere la 

Grecia quasi come tennono li Spartani, faccendola libera e 

* lasciandoli le sua legge; e non successe loro; in modo che 

furono costretti disfare molte cittä di quella provincia, per 

§ 3 tenerla. Perche, in veritä, non ci e modo sicuro a possederle, » 
altro che la ruina. E chi diviene patrone di una citta con- 
sueta a vivere libera, e non la disfaccia, aspetti di essere di- 
sfatto da quella; perche sempre ha per refugio, nella rebel- 
lione, el nome della libertä e li ordini antichi sua; li qnali 
ne per la lunghezza de' tempi ne per benefizii mai si dimen- lo 
ticano. E per cosa che si faccia o si provegga, se non si 
disuniscano o dissipano li abitatori, non sdimenticano quel 
nome ne quelli ordini, e subito, in ogni accidente, vi ricorrano ; 
come fe' Pisa dopo cento anni che ella era suta posta in 

§ 4 servitü da^ Fiorentini. Ma, quando le cittä o le provincie sono i5 
use a vivere sotto uno principe, e quel sangue sia spento, 
sendo da uno canto usi ad obedire, dalP altro non avendo el 
principe vecchio, farne uno infra loro non si accordano, vi- 
vere liberi non sanno ; di modo che sono piii tardi a pigliare 
1' arme ; e con piü facilitä se li pu5 uno principe guadagnare, 20 
et assicurasi di loro. M» nelle repubbliche e maggior vita, 

1. HetnoUe bvolser teuer H volsono 2. b la tennero 6. b padrone 
7. C L P R disfacci 10. b per lunghezza di tempo... mai si scordano. M si di- 
menticano mai. 10-11. R mai si E per cosa 11. b cosa si faccia 12. B b non 
si dimentica L P R quello 13. b ma subito... vi si ricorr» 14. b tanti anni 
H che era C L P R era posta b stata 16. H quello 17. b essendo da una 
parte . . . dalFaltra 21. B c R b et assicurarsi 

poco appresso : ma la Crusca a riperdere attribuisce anche il significato di 
Perdere dopo di aver acqulstato, e cita esempt a prova. 

2. tennono. Secondo b, che aggiunge Za, gli Spartani tennero la Gre- 
cia: ma il Mach, volle intendere come tennono, come seppero conservare 
racquistato in generale, senza ricordare n^ pure Atene e Tebe. 

14. cento anni non e il numero preciso, maapprossimativo; perche Pisa 
fu yenduta da^ Visconti a' Fiorentini nel 1406, e si ribellö nel 1494. Questo 
ci Bpiega la correzione di b. Anche il Nifo nel De Begnandi peritia, noto 
rifacimento del Principe, scrisse per centum annos. (Cfr. L. III, c. V). 

— suta mi par necessaria determinazione di posta, e dove sfnggire al 
prototipo di G L P R. 

21. assicurasi chiude il periodo quasi con uno scatto, ed h lezione dif- 
ficile, in cui non si potevano accordare da se L P e M; com* era facile agli 
altri coordinare assicurarsi con guadagnare. 



r 



24 IL PRINCIPE 

maggiore odio, piü desiderio di Vendetta ; ne li lascia, ne puo 
lasciare riposare la memoria della antiqua libertä: tale che 

la piü sicura via h spegnerle o abitarvi. 

t 

[vi] 

De principatibus novis qui armis propriis • 
6 et yirtute acqüiruntur . 

Non si raaravigli alcuno se, nel parlare che io faro de' prin- § i 
cipati al tutto nuovi e di principe e di stato, io addurrö gran- 
dissimi esempli; perche, camminando li uomini quasi sem- 
pre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro 

10 con le imitazioni, ne si potendo le vie d' altri al tutto te- 
uere, ne alla virtii di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe 
uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini 
grandi e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, accio 
che, se la sua virtii non vi arriva, almeno ne renda qualche 

15 odore; e fare come li arcieri prudenti; a' quali, parendo el loco 
dove disegnono ferire troppo lontano, e coaoscendo fino a 
quanto va la virtü del loro arco, pongbno la mira assai piu 
alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro 
freccia a tanta altezza, ma per potere con Io aiuto di si alta 

20 mira pervenire al disegno loro. Dico adunque, che ne' prin- § 2 
cipati tutti nuovi, dove sia uno nuovo principe, si truova a 
mantenerli piii o meno difficultä, secondo che piii o meno e 



4. C De Principati nuovi, che s' acquistano con la propria virtü et armi P 
Pe Principati nuovi che s' acquistano con Tarme proprie et virtuosamente b De 
principati nuovi che con le proprie armi e virtCi s' acquistano 6. C de principi 
7. C L P R, vi addurrö 10. P al tutto teuere le vie d'altri 12. b entrare 14. P ne 
renda almeno 17. B b arriva 18. b alto 18-19. b con la loro forza o frec- 
cia C frezza P freza 21. B principati nuovi b in tutto nuovi 21-22 L P R 
si truova piü o meno difficultä 22. b difficultä a mantenerli P b piü e meno 



17. va. Oguun vede quanto sia proprio dire arriva della virtü äegli uo- 
mini e va della virtü delFarco. Falsa h dunque la lezione di B b fino a 
quanto arriva. 

19. freccia. A che serve fors^a^ gianta di hf che pare una cMosa? 

21. tutti nuovi non parve chiaro a b, che stampö in tutto ; ma, al Cap. I 
del Principe, mss. e stampe leggono ntiovi tutti per « nuovi del tutto ». 



IL PRINCIPE 25 

virtuoso colui che H acquista. E perche questo evento, di di- 
ventare di privato principe, presuppone o virfcii o fortuna, 
pare che Tuna o Paltra di queste dua cose mitighi in parte 
di molte difficultä: non di manco, colui che e stato meno in 
suUa fortuna, si e mantenuto piü. Genera ancora facilitä es- 5 
sere el principe constretto, per non avere altri stati, venire 
§ 3 personaliter ad abitarvi. Ma, per venire a quelli che per pro- 

pria virtü e non per fortuna sono diventati principi, dico che , ^^ / - 
li piii eccellenti sono Moise, Ciro, Romulo, Teseo e siniili. 
E, benche di Moise non si debba ragionare, sendo suto uno 10 
niero esecutore delle cose che li erano ordinate da Dio, tarnen 
debbe essere ammirato solum per quella grazia che lo faceva 
degno di parlare con Dio. Ma consideriamo Ciro e li altri che 
hanno acquistato fondato .regni: li troverrete tutti mirabili: 
e, se si considerranno le azioni et ordini loro particulari, 15 
parranno non discrepanti da quelli di Moise, che ebbe si gran 
precettore. Et, esaminando le azioni e vita loro, non si vede 
che quelli avessino altro dalla fortuna che la occasione, la 

1. b viptuoso ö C e vento H doventare 3. B pare V una H F 1* una 
et r altra B queste cose C due mitigbi B b mitighino 4. C L P B b molte 
M nondimeno B b manco 5. H ei ö pitl mantenuto. b r essere 7. L P 
B ad abitarvi personalmente. B b personalmente b venirvi. . . ad abitare. 10. 
M b debbe L P B b sendo stato 11. C L P B commesse da Dio H cose or- 
dinateli da Dio 11-12. b pure merita d^esser admirato solamente 13. b con- 
siderando... si troveranno 14. P acquistati B i^ P B fondati 15. consi- 
deraranno M b considereranno 16. b non parranno differenti b ch*egli 
ebbe 17. o vite b non si vedrä 



3. I'una r altra. Non pu6 essere che 11 Mach, abbia scritto Vuna et 
V altra j errore facile e comune a M P ; perche Vuna et V altra sarebbero 
precisamente le dua cose, che ^ il loro compimento partitivo. 

7. personaliter ad abitarvi. Della collocazione accettata Taccordo di 
B M b mi pare sufficiente ragione. La parola latina non pot^ deriviire al 
trascrittore di M da Capriccio suo proprio; che anzi avrebbe dovuto pre- 
ferire sempre la versione volgare. E nota anche la predilezione del Mach, 
per queste forme latine, avanzo di un brutto vezzo curialesco. 

11. che 11 erano ordinate. Pu6 ben easere, che il Mach, stesso abbia 
preferito commesse, che il protot. di C L P R Tabbia preferito per amor 
di peregrinitä; e tanto piu sono in dubbio, perche B b eM s' accordano nella 
parola ordinate, non nel costrutto intero. Ma piü naturale e proprio mi 
sembra « commettere V nfficio » e « ordinäre le cose ». 

16. discrepanti. Mal corresse il b questo latinismo che il Mach. ripet6 
nella nota Novella di Belfagor Arcidiavolo e ne' Disc. 383. 



26 IL PRINCIPE 

quäle dette loro materia a potere introdurvi drento qnella 
forma parse loro: e sanza quella occasione la virtü dello animo 
loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtii la occasione sa- 
rebbe venuta invano. Era dunque necessario a Moise trovare § ^ 

5 el populo d^Isdrael, in Egitto, stiavo et oppresso dalli Egizii, 
acciö che qüelli, per uscire di servitii, si disponessino a se- 
guirlo. Conveniva che Bomulo non capissi in Alba, fussi stato 
esposto al nascere, a volere che diventassi re di Roma e fon- 
datore di quella patria. Bisognava che Giro trovassi e' Persi 

10 malcontenti dello imperio de' Medi, e li Medi moUi et efifemi- 
nati per la lunga pace. Non posseva Teseo dimonstrare la sua 
virtü, se non trovava li Ateniensi dispersi. Queste occasioni, 
per tanto, feciono questi uomini felici, e la eccellente virtü 
loro fece quella occasione esser conosciuta; donde la loro pa- 

15 tria ne fu nobilitata e diventö felicissima. 

Quelli li quali per vie virtuose, simili a costoro, diventono § 5 
principi, acquistono el principato con difficultä, ma con faci- 
litä lo tengano : e le difficultä che hanno nelP acquistare el 
principato, in parte nascoho da' nuovi ordini e modi che 

20 sono forzati introdurre per fondare lo stato loro e la loro 
securtä. E debbasi considerare, come non e cosa piü difficile 
a trattare, ne piü dubia a riuscire, ne piü pericolosa a ma- 
neggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perche 
lo introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vec- 

25 chi fanno bene, et ha tepidi defensori tutti quelli che delli 
ordini nuovi farebbano bene. La quäle tepidezza nasce, parte 
per paura delli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, 

2. P che parse b che allor parse 3. b si saria 5. C [inegypto] L P 
R di Sdrael stiavo B c t> schiavo 6. C di quella servitü 7. c P R b capessi 
12-13. B occasioni feciono 14. B b fe 16. B e quali 18. C L P R in acquistare 
19. B C P R b nascouo in parte 21. P b Et debbesi 22. B n^ dubia P et piü 
dubia C al riuscire 24. L R nimico B b tutti coloro 25. P facevano bene 
b bene, a tiepidi 25-26. b quelli de che gli ordini 27. b le leggi in benefitio loro 

5. in Egitto ml par necessaria determinazione del luogo in cui 11 popolo 
d'Israele fii schiavo, e spiega meglio seguirlo di poco appresso. 

25. fanno, tempo presente, rispetto sAV introduttore ha per nhnici e ri- 
spetto a farebbono, ^ assai piü giusto che facevano di P, correzione facile 
e spiegabile in un trascrittore che intendesse gli ordini nuovi essere giä 
introdotti: non solo, ma contrappone una realtä a unMpotesi. 



IL PRINCIPE 27 

parte dalla incredulitä delli uomini; li quali non credano in 
veritä le cose nuove, se non ne veggono nata nna ferma 
esperienzia. Donde nasce che, qualunque volta qnelli che sono 
inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, 
e quelli altri defendano tepidamente ; in modo che insieme & 

§ 6 con loro si periclita. E necessario, per tanto, ^lendo discor- 
rere bene questa parte, esaminare se questi inn^atori stanno 
per loro medesimi, o se dependano da altri; cio h^ se per 
condurre V opera loro bisogna che preghino, o vero possono 
forzare. Nel primo caso capitano sempre male, e non condu- «► 
cano cosa alcuna; ma, quando dependono da loro proprii e 
possano forzare, allora e che rare volte periclitano. Di qui 
nacque che tutt' i profeti armati vinsono, e li disarmati rui- 
norono. Perche, oltre alle cose dette, la natura, de' populi e. 
varia; et e facile a persuadere loro una cosa, ma e difficile ^^ 
fermarli in quella persuasione. E perb conviene essere ordi- 
nato in modo, che, quando non credono piii, si possa fare 

§ 7 credere loro per forza. Moise, Giro, Teseo e Romulo non 
arebbono • possuto fare osservare loro lungamente le loro 
constituzioni, se fussino stati disarmati ; come ne' nostri tempi ^o 
intervenne a Fra' Girolamo Savonerola ; il quäle ruino ne' sua 
ordini nuovi, come la moltitudine cominciö a non crederli; e 
lui non aveva modo a teuere fermi quelli che avevano cre- 
duto, ne a far credere e' discredenti. Perö questi tali hanno 
nel condursi grau difficultä, e tutti e' loro periculi sono fra ^5 
via, e conviene che con la virtü li superino ; ma, superati che 
li hanno, e che cominciano ad essere in venerazione, avendo 
spenti quelli che di sua qualitä li avevano invidia, rimangono 

2. B b una cosa nuova C vedano L P E veggono b nata esperienza fer- 
ma 4. b parzialmente 5. B lo fanno tepidamente 6-7. M bene discorrere 8^ 
B dependa 9. o vero possino 9-10. M o vero possono forzare allora 6 che rare 
volte L P B rade 13. tutti e 14. b oltra le 15. C E et facile 18. b 
fare lor credere 19. b osservare lungamente 21. H interviene b frate C 
M Hieronimo C M P b rovinö 23. C L P E b aveva el modo b da teuer 
24. B miscredenti 25. P tutti loro C L P E tra 



4. partigianamente con ardore partigiano, rispetto a parzialmente di b 
non solo h piü proprio, ma si contrappone assai bene a tepidamente del 
r. 5. Cosi ha maggior naturalezza il modo dal canto loro rispetto a in, 
henefizio loro (p. 26, 27). 



28 IL PRINCIPE 

potenti, securi, onorati, felici. Ä si alti esempli io voglio aggiu- § 8 
gnere uno esemplo minore ; ma bene arä qualche proporzione 
con quelli ; e voglio mi basti per tiitti li altri simili ; e questo 
e lerone Siracusano. Costui di privato divenfco principe di 

^ Siracusa: ne ancora lui conobbe altro dalla fortuna che la 
occasione; perche, sendo Siracusani oppressi, lo elessono per 
loro capitano; donde meritö d' esser fatto loro principe. E 
fu di tanta virtü, etiam in privata fortuna, che chi ne scrive 
dice « quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum >. 

w Costui spense la railizia vecchia, ordinö della nuova; lasciö 
le amicizie antiche, prese delle nuove ; e, come ebbe amicizie 
e soldati che fussino sua, posse in su tale fondamento edi- 
ficare ogni edificio: tanto che hii duro assai fatica in acqui- 
stare, e poca in mantenere. 

[VII] . 

15 De PRINCIPATIBÜS NOVIS QUI ALIENIS ARMIS 

ET FORTUNA ACQUIRUNTUR 

Coloro e' quali solamente per fortuna diventano di privati § i 

principi, con poca fatica diventano, ma con assai si manten- 

gano ; e non hanno alcuna difficultä fra via, perche vi volano : 

20 ma tutte le difficultä nascono quando sono posti. E questi 

tali sono quando e concesso ad alcuno uno stato o per danari, 

1. B b et ftilici. K honorati securi et felici. C R exempli voglio P ag- 
giugnen 4-5. B Syracusaao. N4 anchora lui 6. t> essendo li 7. C R meritö 
esser 8. b ancora in 9. P dice che non li mancava niente ad regniare se non 
11 regnio b dice che niente gU mancava a regnare eccetto ii regno 10. b la 
nuova 12. H che furono CMbsuoi GBpotö b possette 14. Hin man- 
tenere lo acquistato. 

15. C De' Principati nuovi che s' acqulstano con fortuna et arme d' altri P 
De' principati nuovi che s'acquistano con le arme et fortuna di altri b De' 
principati nuovi che con forze d' altri et per fortuna s' acquistano 17. F li b i 
19. B b difficultä alcuna C P B b tra 20. B et tucte b da poi vi son posti 
2\. b questi tali sono quelli achi h concesso alcuno stato Ha alcuno ö concesso 



9. dice « quod nihil etc. » II passe, citato a memoria, com' ^ costume del 
Mach., 6 quello di Giustino, XXm, 4: prorsus ut nihil ei regium deesse^ 
praeter regnum^ videretur, La volgarizzazione di P e b, perch6 disforme, 
<ii prova che originale b la versione latina. 

21. E questi tali sono quando ece. La correzione di b si rivela falsa, an- 



IL PRINCIPE 29 

o per grazia di chi lo concede: come intervenne a molti in 
Grecia, nelle cittä di lonia e di EUesponto, dove furono 
fatti principi da Dario, accio le tenessino per sua sicurtä e 
gloria; come erano fatti ancora quelli imperatori che, di pri- 
vati, per corruzione de'soldati, pervenivano allo imperio. * 
§ 2 Questi stanno semplicemente iu suUa voluntä e fortuna di 
ehi lo ha concesso loro, che sono dua cose volubilissime et 
instabili: e non sanno e nou possano tenere quel grado: non 
sanno, perche, se non e uomo di grande ingegno e virtü, non 
e ragionevole che, sendo sempre vissuto in privata fortuna, lo 
sappi comandare; non possano, perche non hanno forze che 
li possino essere amiche e fedeli« Di poi li stati che ven- 
gano subito, come tutte V altre cose della natura che na- 
scono e crescono presto, non possono avere le barbe e cor- 
respondenzie loro in modo, che '1 primo tempo avverso non iJ^ 
le spenga; se giä quelli tali, come e detto, che si de repente 
sono diventati principi, non sono di tanta virtü, che quello 

1. CdacM Hinterviene 2. b deirEllesponto C furo H furno 3. M 
lo 4. B b ancora fatti 5. C di 6. C B fortuna et Ivolunt^ 6-7. P fortuna 
di altri cioö di chi b di chi gli ha fatti ^randi, c^e sono 8. H n6 possono 
10. H vissuto sempre 14. b avere le radici 15. K tempo non 15-16. H 
adverso le spengnie P tali che come ö decto sl 16-17. H che si subito sono 
b che si in un subito sono 



che perch6 al C. xiii mss. e stampe unanimi portano V irregolare, ma popo- 
lare, costrutto: L' arme ausiliarie.,, sono quando si chiama uno potente ecc. 

14. barbe, anche piü sotto (p. 30, 14), fa corretto da b in radici. Ma 
anche nelle Istorie Fiorentine U, 23 piacque al Mach, adoperare le piü vol- 
gari e fiorentine barbe per i Fondamenti di nno stato. 

16. non le spenga. Secondo C ed M, in strano accordo qui, dovrebbe leg- 
gersi e punteggiarsi . . . loro : in modo che el primo tempo avverso le spe- 
gne; e, certo, T espressione ne verrohe piü reeisa e vigorosa e piü rispon- 
dente al genio stilistico de! Mach. Ma Taltra lezione h piü naturalmente 
portata dal costratto non possono avere ecc. ; e la giunta del non innanzi 
a spegne e il rnntamento di qaesto in spenga non possono da se esser nati 
in B b da nna parte, e dalFaltra in ciascuno dei tre mss. L P B, il cui 
prototipo dev* essere comune a C. Piü agevole mi sembra la generazione 
spontanea di le spegne in C M, per effetto di nna falsa interpret. comune. 

— de repente. Questo latinismo, tanto piü efficace di subito, forse 
perche poco consneto alla nostra lingua, se bene come aggettivo si trovi in 
Dante Inf, xxiv, 149 e nel Petrarca, p. ii, Son, 28 e Cane, 3, e come av- 
verbio in lacopone da Todi 6, 25, 70 e nel Davanzati Tac, Stör. 3, 68 e 
4, 30, ecc, fu corretto da M e b, ma in forma differente. 



30 IL PRINCIPE 

che la fortuna ha messo loro in grembo, e' sappino subito pre- 
pararsi a conservarlo, e quelli fondamenti che li altri hanno 
fatto avanti che diventino principi, li faccino poi. 

lo voglio air uno et all' altro di questi modi detti, circa § 3 

« el diventare principe per virtd o per fortuna, addurre dua 
esempli stati ne' di della memoria nostra: e questi sono 
Francesco Sforza e Cesare Borgia. Francesco, per li debiti 
rtiezzi e con una gran virtü, di privato diventö duca di Mi- 
lano; e quello che con mille affanni aveva acqnistato, con poca 

10 fatica mantenne. DalPaltra parte Cesare Borgia, chiamato dal 
vulgo duca Yalentino, acquisto lo stato con la fortuna del 
padre, e con quella lo perde ; non ostante che per lui si usas^i 
ogni opera e facessi tutte quelle cose che per uno prudente 
e virtuoso uomo si doveva fare, per mettere le barbe sua 

15 in quelli stati che 1' arme e fortuna di altri li aveva concessi. 
Perche, come di sopra si disse, chi non fa e' fondamenti prima, 
li potrebbe con una gran virtü farli poi, ancora che si fac- 
cino con disagio dello architettore e periculo dello edifizio. 
Se adunque si considerrä tutti e' progressi del duca, si vedrä 

^0 lui aversi fatti gran fondamenti alla futura potenzia : li quali 

1. C L P K b grembo sappino 2. b a conservare 3. C fatti 4. C et al« 
r uno C R b modi circa 5. M adducere 6. b nostra : questi 8. B con una 
gran sua C L R con una sua gran 12. b perdette 13. b e faccessinsi 14. b 
dovevan P dovessino b radici 16. P fa fondamenti C li b i 17. C 
L P R fare poi b fare di poi 19. C b si considerä H si considereranno 
P tutti progressi 19-20. b si vedrä quanto lui avesse fatto 20. c a la sua futura 



1. e' sappino. A me pare che il pronome, facilmente sfuggito a C L P R b, 
ripigii assai bene il soggetto quelli tali^ e lo richiami con efficacia dopo 
r oggetto quello che ecc. coUocato innanzi al sno verbo conservarlo. 

8. con una gran virtü. La giunta Ai sua non solo 6 inutile, ma si di- 
mostra anche falsa da se per la diversa collocazione in B e G L R. 

13-14. facessi . , . doveva. La doppia correzione di b e inutile per ci6 che 
«i e avvertito al C. m, p. 9, 16: e qni facessi potrebbe anche intendersi 
verbo di lui, soggetto sottinteso : ne il rapido mntamento di costrutto deve 
meravigliare nel Mach. La lezione di P dovessino h facilmente portata dal 
«ogg. cose e da! precedenti sogginntivi tisassi e facessi. 

14. barbe. Yedi la nota precedente alla p. 29, 14. 

17. farli poi. La ripetizione del vicino oggetto li, che del resto h vezzo 
popolare toscano frequente nel Machiavelli, avrä indotto il trascrittore -del 
prototipo di C L P R a tralasciarlo. Fare di poi di b potrebbe anche essere 
ona svista tipograflca. 



IL PRINCIPE 31 

non ludico superfluo discorrere, perche io non saprei quali 
precetti mi dare migliori a uno principe nuovo, che lo esem- 
plo delle azioni sua: e se li ordini sua non li profittorono, 
non fu sua colpa, perche nacque da una estraordinaria et 

§ 4 estrema malignitä di fortana. Aveva Alessandro sesto, nel ^ 
voler fare grande el duca suo figliuolo, assai difficultä presenti 
e future. Prima, non vedeva via di poterlo fare signore di al- 
cuno stato che non fussi stato di Chiesa; e, volgendosi a 
törre quello della Chiesa, sapeva che el duca di Milano e 
. Viniziani non gnene consentirebbano ; perche Faenza e Rimino lo 
erano di giä sotto la protezione de' Viniziani. Vedeva oltre 
a questo Parme di Italia, e quelle in spezie di chi si fussi 
possuto servire, essere in le mani di coloro che dovevano te- 
mere la grandezza del papa; e pero non se ne poteva fidare, 
sendo tutte nelli Orsini e Colonnesi e loro complici. Era i5 
adunque necessario si turbassino quelli ordini, e disordinare 
li stati di coloro, per potersi insignorire securamente di parte 
di quelli. II che li fu facile; perche trovö Viniziani che, mossi 
da altre cagioni, si eron volti a fare ripassare Franzesi in 
Italia: il che non solamente non contradisse, ma lo fe' piü 20 
facile con la resoluzione del matrimonio antiquo del re Luigi. 

§ 5 Passö adunque il re in Italia con lo aiuto de' Viniziani e 

1. H io non iudico 2-3. C L P B che le actioni sua b non gli giovorno 4-5. 
C B extrema et extraordinaria B B Alexandro. VI." 7. c L P B vedeva di 8. H 
fussi della chiesa 10. gliene 11. Cberangiä 13. B b nelle 14. *M gran- 
dezza sua e per6 15. b e lor sequaci. 16. C b che si turbassero 17. b li stati 
d' Italia per C solamente di parte 19. H e Franzesi. b i Francesi 20. b 
ma fece C 11 fe 22. B dunque 



2-3. lo esemplo delle azIonI fa da precetto assai meglio che le azioni 
Btesse: e del resto B e M non possono averlo aggianto ngaalmente e ca- 
pricciosamente. Forse, amore di corrispondenza tra 11 plurale precetti ed 
azioni indusse C L P B a sopprimere lo esemplo, 

. 7. vedeva via di poterlo. Se via fosse mancato neir originale, assai pro- 
habilmente in B e M la ginnta sarebbe nata in forma differente: modo 
mezzo, ad esempio. Dalle mie ricerche, nelP uso popolare e letterario, ve- 
dere di con Tinf. non mi pare che esista; e la forma esortativa vedi di 
con r inf. vale piü specialmente € procura di ». La lezione da me accet- 
tata determina meglio ciö che mancava ad Alessandro, la via, il mezzo 
di far grande il Yalentino. Facile era del resto a C L P R omettere via^ e 
per la vicinanza di va e per la triplice alliterazione. 



32 IL PRINCIPE 

consenso di Alessandro: ne prima fu in Milano, che il papa 
ebbe da liii gente per la impresa di Romagna ; la quäle li fu 
coDsentita per la reputazione del re. Acquistata adunque el 
duca la Romagna, e sbattuti e^ Colonnesi, volendo mantenere 
5 quella e procedere piü avanti, lo 'mpedivano dua cose: l'nna 
Tarme sua che non li parevano fedeli, l'altra la voluntä di 
Francia; ciö e che l'arme Orsine, delle quali s'era valuto, li 
mancassino sotto, e non solamente li ^mpedissino lo acquistare, 
ma gli togliessino 1' acquistato, e che il re ancora non li facessi 

10 el simile. Delli Orsini ne ebbe uno riscontro, quando, dopo la 
espugnazione di Faenza, assaltö Bologna, che li vidde andare 
freddi in quello assalto; e circa el re conobbe l'animo suo, 
quando, preso el ducato di Urbino, assaltö la Toscana: dalla 
quäle impresa el re lo fece desistere. Onde che il duca deli- 

15 berö non dependere piü dalle arme e fortuna d'altri. E, la § ^ 
prima cosa, indeboll le parti Orsine e Colonnese in Roma; 
perche tutti li aderenti loro, che fussino gentili uomini, se 
li guadagno facendoli sua gentili uomini e dando loro grandi 
provisioni; et onoroUi, secondo le loro qualitä, di condotte e 

20 di governi: in modo che in pochi mesi nelli animi loro la 
affezione delle parti si spense , e tutta si volse nel duca. 
Dopo questa, aspettö la occasione di spegnere li Orsini, avendo 
dispersi quelli di casa Colonna ; la quäle li venne bene, e lui 
l'usö meglio; perche, avvedutisi li Orsini, tardi, che la gran- 

25 dezza del duca e della Chiesa era la loro ruina, feciono una 
dieta alla Magione, nel Perugino. Da quella nacque la rebel- 
lione di Urbino e li tumulti di Romagna et infiniti periculi 
del duca, li quali tutti supero con lo aiuto de' Franzesi. E, 

1. P fu in Italia che 4. B duca di Romagna 0Kb battuti 7. b cioö te- 
meva che Tarmi 11. C B lui li vidde 15. B b da la fortuna et arml 17-18. M 
se li guadagnino b si guadagno . 18. C gentilhomini suoi 19. C L P R b li 
onorö C L P B secondo le qualitä loro b secondo lor 20. M si spense nelli 
animi loro 21. H al duca 22. B b questo li [capi] Orsini 25. L P B 
la ruina loro C feceno la dieta 27-28. H periculi li quali 28. B b superö tutti 

7. ciö ö che Tarme ecc. Non fu colto subito da b il valore di questa 
proposlzione appositiva dichiarativa di 2' una, V arme sua : e perö aggiunse 
temevaj che h ben diverse da lo 'mpedivano (r. 5). 

22. Dopo questa h tratto da prima cosa di sopra (r. 16): inutile quindi 
mi sembra la correzione del prototipo di B b in questo. 



IL PRINCIPE 33 

§ 7 ritornatoli la reputazione, ne si fidando di Francia ne di 
altre forze esterne, per pon le avere a cimentare, si volse 
alli inganni. E seppe tanto dissimulare ranimo suo, che li 
Orsini, mediante el signor Paulo, si riconciliorono seco; con 
il quäle el duca non manco d^ogni ragione di offizio per 5 
assicurarlo, dandoli danari veste e cavalli ; tanto che la sim- 
plicita loro li condusse a Sinigallia nelle sua mani. Spenti 
adunque questi capi, e ridotti li partigiani loro amici sua, aveva 
il duca gittati assai buoni fondamenti alla potenzia sua, avendo 
tutta la Romagna con il ducato di Urbino, parendoli, mas- i» 
sime, aversi acquistata amica la Romagna e guadagnatosi 
tutti quelli populi, per avere cominciato a gustare el bene 
esser loro. 

§8 Er perche questa parte e degna di notizia e da essere * 
imitata da altri, non la voglio lasciare indrieto. Preso che i» 
ebbe el duca la Romagna^ e trovandola suta comandata da 
signori impotenti, li quali piü presto avevano spogliato e^ 
loro sudditi che corretti, e dato loro materia di disunione, 
non di unione, tanto che quella provincia era tutta piena di 
latrocinii, di brighe e di ogni altra ragione di insolenzia, 20 

6. B t> veste danari e cavalli 8-9. H aveva gittati el duca b gittato lo-ll. 
1> con il Ducato di Urbino e guadagnatosi 12. b incominciato 15. b non voglio 
lasciarla 16. C b trovandola esser stata 17. b impotenti quali M piü tosto 
B B spogUati 17-18. P li loro 18. B correptili b correttoli C data 18-19. 
b dato loro piü materia dl disunione che d* unione M disunione tanto che B 
et non di unione 19. b era piena 20. b altra sorte 



10. parendoli ecc. AI b parve forse inutile ripetizione la prop. gerundiva 
da parendoli a Bomagna; e nni guadagnatosi, che dipende da aversi, ad 
avendo, e soppresse il resto. Ma la lezione ms. corrisponde piü alla yeritä 
storica, che il Mach, hen conosceva, trattandosi del Valentino: poichä questi 
81 acquistö sopra tutto V amore de' popoli di Bomagna, fedelissimi a lui;. 
laddove il ducato d' Urbino gli si ribellö due volte. Cfr. la nota opera del- 
l'Alvisi SU Cesare Borgia (§ V e § VI). 

16. suta comandata. L' incontro tra C e b e casuale, avendo tutti e due 
YOluto correggere il suto dialettale. 

19. non di unione. La giunta e il mutamento del b son portati da jpiü 
presto di sopra; ma, per la lacnna di M, non si puö esser certi se il Mach, 
abbia scritto non di unione, oppnre et non di unione, secondo B. Ad ogni 
modo la lezione unanime di C L P R mi par piü vigorosa e difficile; piü 
probabile quindi. 

Machiavslli . 3 



34 IL PRINCIPE 

iudico fussi necessario, a volerla ridurre pacifica et obediente 
al braccio regio, darli buon goverao. Pero vi prepose messer 
Remirro de Orco, uomo crudele et espedito, al quäle dette pie- 
nissima potesta. Costui in poco tetnpo la ridusse pacifica et 

5 nnita, con grandissima reputazione. Di poi iudico el duca non 
essere necessario si eccessiva autoritär perche dubitava non 
divenissi odiosa ; e proposevi unp iudicio civile nel mezzo della 
provincia, con uno presidente eccellentissimo, dove ogni cittä 
vi aveva lo avvocato suo. E, perche conosceva le rigorositä 

10 passate av'erli generato qualche odio, per purgare li animi di 
quelli populi e guadagnarseli in tutto, volle monstrare che, 
se crudeltä alcuna era segulta, non era nata da lui, nia dalla 
acerba natura del ministro. E, presa sopr' a questo occasione, 
lo fece mettere una mattina, a Cesena, in dua pezzi, in sulla 

15 piazza, con uno pezzo di legno et uno coltello sanguinoso a 
canto. La ferocitä del quäle spettaculo fece quelli populi in 
uno tempo rimanere satisfatti e stupidi. 

1. giudicö necessario 2. b darle un buon BOB buono B K b propose 
3. B plenissima 4. b in breve tempo 5-6. C non iudico el duca essere neces- 
sario b non essere a proposito 6. B necessaria 6-7. C non venisse b non 
diventasse odiosa, proposivi 7. M preposevi 8. M con uno iudice &-9. B P b 
cittä aveva 11. Obvolse 12-13. C L P B da una acerba IS.Bbpreso CFb 
sopra questo L M questa 14. B b in dua pezi a Cesena L P una mattina 
mettere a Cesena in dua pezi C K una mattina a Cesena mettere in dua pezzi 
15. B legnie 



6. necessario. L^accordo di M con C L P R escluderebbe necessaria 
di B; tanto piü che spesso accade al Machiavelli considerare gli astratti 
femminili come neutri: p. e. ritornatoU la reputazione (p. 33 r. 1). 

S' intende bene che b mntö senz' altro esser necessario in essere a pro- 
posito per evitare la ripetizione a breve dlstanza della stessa fräse. 

13. dalla acerba. L'artic. indeterminato di C L P R non.ha ragion d* es- 
sere, e fu trascinato forse dal vicino alcuna di sopra e una di sotto. 

— sopr' a questo. Forse il vicino femminile occasione avrä indotto i 
trascrittori di L e M a mutare questo in questa. Ma qui il neutro mi pare 
risponda piü al concetto del Machiavelli. 

14-15. lo fece... Piazza. A riordinare la lezione, troppo tarbata qui, baati 
riflettere che a collocare mettere subito dopo fece son d^accordo B b e M 
€ontro C L P R, che rappresentano un ms. solo, e tutti convengono nel 
porre una mattina, comp, di tempo, avanti il «omp. di Inogo, a Cesena, II 
disordine avvenne, forse, per essere in dua pezzi trbppo lontano dal sno 
verbo mettere, f^videntemente alla mente del Machiavelli si presentarono 
prima le generalitä deir azione, tempo e cittä ; poi, volendo quasi porre 



i 



IL PRINCIPE 35 

^ 9 Ma torniamo donde noi partimmo. Dico che, trovandosi 
el duca assai potente et in parte assicurato de^ presenti pe- 
riculi, per essersi armato a suo modo et avere in buona parte 
spente quelle arme che, vicine, lo potevano offendere, li restava, 
Yolendo procedere con lo acquisto, el respetto del re di Francia; f^ 
perche conosceva come dal re, il quäle tardi s^ era accorto dello 
errore suo, non li sarebbe sopportato. E cominciö per questo 
a cercare di amicizie nuove, e yacillare con Francia, nella ve- 
nuta che feciono Franzesi verso el regno di Napoli , contro alli 
Spagnoli che assediavono Gaeta. E Panimo suo era assicn- to 
rarsi di loro: il che li sarebbe presto riuscito, se Alessandro 
viveva. E questi furono e' govemi sua quanto alle cose pre- 

:§ 10 senti. Ma, quanto alle future, lui aveva a dubitare in prima 
che uno nuovo successore alla Chiesa non li fussi amico, e cer- 
cassi torli quello che Alessandro li aveva dato : e pensö farlo is 
in quattro modi : prima di spegnere tutti e^ sangui di quelli 
signori che lui aveva spogliati, per törre al papa quella occa- 
fiione; secondo, di guadagnarsi tutti e^ gentili uomini di Roma, 
come e detto, per potere con quelli teuere el papa in freno ; 
terzio, ridurre el CoUegio piü suo che poteva; quarto, acqui- 20 
43tare tanto imperio, avanti che il papa morissi, che potessi 
per se medesimo resistere a uno primo impeto. Di queste 
-quattro cose, alla morte di Alessandro, ne aveva condotte tre; 
la quarta aveva quasi per condotta : perche, de' signori spo- 
gliati ne ammazzö quanti ne posse aggiugnere, e pochissimi 25 



4. B spento 5. B b el respetto di Francia 6. b che dal re L da re 
b s^era avveduto 8. b cercare amicizie 9. b feceno i 10. M obsidiavano 
b di assicurarsi 11. M el che b il che giä saria 12. b suoi b circa le 
<:ose 13. b da dubitare 16. b con spegnere P tutti sangui 17. b spo- 
gliato b quelle occasioni 18. b con guadagnarsi 18-19. B Roma per po- 
tere 19. B b per potere con quelli et come h detto, teuere el papa 20. b con 
ridurre F potessi B posseva b con acquistare 21-22. M potessi resistere 
£3. P condotto 25. B b pot4 M posseva 



«ott*occhio lo spettacolo sangninoso, precisö in dua pezzi, in sulla piazza, 
<ion uno pezzo. . . wno coUello eec. 

16. di spegnere. La stampa, avendo riguardo a^ quattro modi, corresse 
di in con quattro volte: ma la qnadraplice nnanimitä de' mss. ei prova che 
il Mach, non badö a* modi, ma a pensö di poco innanzi. 



36 IL PRINCIPE 

si salvorono; e^ gentili uomini romani si aveya guadagnati, 
e nel Collegio ayeva grandissima parte; e, quanto al nuovo 
acquisto, aveya disegnato diventare signore di Toscana, e 
possedeva di giä Perugia e Piombino, e di Pisa aveya presa 

6 la protezione. E, come non avessi ayuto ad ayere respetto § li 
a Francia, (che non gnene ayeva ad avere piü, per essere di 
giä Franzesi spogliati del Regno dalli Spagnoli, di qualitä 
che ciascuno di loro era necessitato comperare V amicizia sua), 
e^ saltaya in Pisa. Dopo questo^ Lucca e Siena cedeya subito, 

10 parte per inyidia de' Fiorentini, parte per paura; Fiorentini 
non aveyano remedio: il che se li fussi riuscito (che li riu- 
sciva Panno medesimo che Alessandro mori), si acquistava 
tante forze e tanta reputazione, che per se stesso si sarebbe 
retto, e non sarebbe piü dependuto dalla fortuna e forze 

15 d'altri, ma dalla potenzia e yirtü sua. Ma Alessandro mori 
dopo cinque anni che elli ayeya cominciato a trarre fuora la 
spada. Lasciollo con lo stato di Romagna solamente assoli- 
dato, con tutti li altri in aria, infra dua potentissimi eserciti 

1. L P B e gentili homini si aveva b guadagnato 3. C B aveva deliberato 
4. b possedeva giä P preso 5. b avuto aver 6. M che non li havea ad avere 
piA respetto b che non gliene avea d* avere B havere per essere 6-7. b 
esser giä i 7. B b del regno di Napoli 7-8. b in forma che ciascuno 8. B 
comparare b di comperare 8-9. B b sua saltava 10. b e parte 11-12. M 
che r anno medesimo gli riusciva 14. B b retto sanza dependere dalla fortuna 
P sarebbe dependuto b o forza 15. b ma solo dalla 16. b incominciato 



1. romani in C e giunta marginale, e forse al trascrittore del prototipo 
di C L P R parve inntile ripetizione de' gentiluomini di Borna di sopra. 

7. di qualitä che. Non sMntende perche b abbia volnto in forma che^ 
piü teste che di qualitä che, trovandosi qnesto modo consecntivo ne*i>t- 
scorsi I, 1 e 2 e altrove. 

9. e' saltava. AI prototipo di B b il preneme dev' essere cadato.giu 
dalla penna; ma qnesto ripiglia cosi bene il soggetto principale dopo la 
lunga ennmerazione e la complicata parentesi, che, a mio credere, non po- 
teva mancare neir originale. 

15. e non sarebbe piü dependuto. Forse la rip. di sarehbe, forse il par- 
ticipio dependuto non molto deir nso, fece mntare al prototipo di B b in 
senza dependere, Cosi, non solo si sarebbe perdnto il rilievo che il Mach. 
Yolle dare tanto al reggersi da solo,^ qnanto al non dipendere piü da nes- 
suno, ma ne sarebbe derivato anche il difetto della poco logica nnione di 
ma dalla ecc, al resto. Si dovrebbe infatti sottintendere, ma, senea dipen- 
dere dalla potenzia ecc. 



IL PRINCIPE 37 

§ 12 inimici, e malato a morte. Et era nel duca tanta ferocia e 
tanta yirtü, e si bene conosceva come li uomini si hanno a 
guadagnare o perdere, e tanto erano validi eV fondamenti che 
in si poco tempo si aveva fatti, che, se non avessi avuto 
quelli eserciti addosso, o lui fussi stato sano, arebbe retto a 5 
ogni difficultä. E ch^ e' fondamenti sua fussino buoni, si vidde : 
che la Romagna V aspettö piü d' uno mese ; in Roma, ancora 
che mezzo vivo, stette sicuro, e, benche Ballioni, Vitelli et 
Orsini venissino in Roma, non ebbono seguito contro di lui ; 
posse fare, se non chi e' volle, papa, alraeno che non fussi 10 
chi non voleva. Ma, se nella morte di Alessandro fussi stato 
sano, ogni cosa li era facile. E lui mi disse, ne^ di che fu 
creato lulio secondo, che aveva pensato a ci6 che potessi na- 
scere morendo el padre, et a tutto aveva trovato remedio, ec- 
cetto che non pensö mai, in su la sua morte, di stare ancora 15 
lui per morire. 

§ 13 Raccolte io, adunque, tutte le azioni del duca, non saprei 
riprenderlo, anzi mi pare, come ho fatto, di preporlo imita- 

1. b iiiimici, ammalato M ferocltä 8. b s'abbino 3. B li 4. B 
M che si aveva facti 5. C L P B b fussi B retto ogni 6. M si vede 8. 
b mezzo morto 8-9. B Vitelli Orsini 10. C chi volse P B chi volle 10-11. 
b Pot4 fare se non chi egli volle, almeno che non fasse papa chi egli non voleva 
13. M b pensato a tutto quello che M poteva 17. b Raccolto adunque tutte 
queste azioni M saperrei 18. B b come io ho B proporlo b ad imitar 



1. ferocia. Da^ mss. non si pnö trarre qnal sia qui la vera lezione, es- 
«endo facilissimo Io scambio tra ferocia e ferocitäj e trovandosi le dne pa- 
role indifferentemente adoperate dal Machiavelli. Forse, si dovrebbe escla- 
dere ferocitä, troppo comane nel primo Cinquecento rispetto a ferocia, e 
portata da C M, mss. troppo guasti e scorretti. 

4. in si poco tempo manca in B M. Donde Io trasse b? dal prototipo 
B b, da mss. di altra famiglia? AI concetto non sarebbe strettamente ne- 
•cessario: solo Io compie meglio. 

5. lui, cbmune a B e M, qui mi pare determini meglio il concetto, 
Yolendo, forse, il Mach, notare che, se non Alessandro, almeno lui fosse 
«tato sano. 

13. a ciö che potessi. E probabile che M e b si sieno casaalmente in- 
contrati nella ginnta di tutto^ tratto dal rigo segnente; ma io credo certo 
che il Mach, scrisse a cid che ; perche il Yalentino non aveva in realtä pas- 
sato a tutto^ ma rimediato solo a tutto ciö che aveva pensato. 

18. imitabile. II costrutto troppo latino fece mutare a h in ad imitar, 
Anche ne' Discorsi I, 3 si legge: sopportahili da qualunche» 



38 IL PRINCIPE 

bile a tutti coloro che per fortuna e coa Tarme d^altri sono 
ascesi allo imperio. Perche lui, avendo ranimo grande e la 
8ua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti; & 
solo si oppose alli sua disegni la brevita della vita di Ales- 

5 sandro e la malattia sua. Chi adunque iudica necessario nel 
suo principato nuovo assicurarsi de' nimici, guadagnarsi delli 
amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare e te- 
mere da' populi, seguire e reverire da' soldati, spegnere quelli 
che ti possono o debbono offendere, innovare con nuovi modi 

10 li ordini antichi, essere severo e grato, magnanimo e liberale, 
spegnere la milizia infidele, creare della nuoya, mantenere 
Pamicizie de' re e de' principi, in modo che ti abbino o a 
benificare con grazia o offendere con respetto, non pu5 tro- 
vare e' piü freschi esempli che le azioni di costai. Solamente § 14^^ 

15 si pn5 accusarlo nella creazione di lulio pontefice, nella quäle 
lui ebbe mala elezione; perche, come e detto, non possendo 
fare uno papa a suo modo, poteva tenere che uno non fussi 
papa; e non doyeva mai consentire al papato di quelli car- 
dinali che lui avessi offesi, o che, diventati papi, avessino 

20 ad avere paura di lui. Perche li uomini offendono o per paura 
o per odio. Quelli che lui aveva offesi, erano, infra li altri,. 
San Piero ad Yincula, Colonna, San Giorgio, Äscanio; tutti 
li altri, divenuti papi, aveano a temerlo, eccetto Roano e li 
Spagnoli, questi per coniunzione et obligo, quello per po- 

25 tenzia, avendo coniunto seco el regno di Francia. Per tanta 

1-2. b soDo saliti 4. b suoi 4-5. P della Tita del padre e la 5. b e la 
sua infirmitä. 6-7. b guadagnarsi amici 7. C vincere [o forzare] o per forza 
8-9. P spegnere che ti possino 9-10. P con nuovi ordini li ordini 11. M creare 
della fedele e nuova b mantenersi 12.M de principati b delli principi b- 
abbino. a 13. F benificare o offendere b o ad 13-14. B b trovare piü 
14. B li piü 15. B b lulio secondo ne la quäle 16. C il duca ebbe M intentia 
electione 18. b acconsentire mai 19. b dlventaü ponteflci 20. B P offendano- 
21. B b fra 22. B b Pietro 23. b altri assunti al pontificato avevan da temerla 
L M B papa 24. M per convenzione 



5. malattia sembrö troppo volgare a b, che le sostitui la piii nobile 
e cariale infirmitä. 

11. della nuova. M aggiunse fedele, forse per corrispondenza con infi- 
dele di poco prima: ma la lacnna non pa6 essere comnne a tntti i mss. 

23. divenuti papi. Osserva la pedantesca correzione di b, tanto studioso 
di evitare le ripetizioni di ogni sorta. 



IL PRINCIPE 39 

el duca, innanzi ad ogni cosa, doveya creare papa uno spa- 
gnolo, e, non potendo, doyeva consentire che fussi Roano e 
non San Piero ad Yincula. E chi crede che ne* personaggi 
grandi e^ benefizii naovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, 
s* inganna. £rr5 adunque el duca in questa elezione, e fu ca- s 
gione delP ultima ruina sua. 

[vin] 
De his qüi per scelera ad principatum pervenere 

§ 1 Ma, perche di privato si diventa principe ancora in dua 

modi, il che non si pu5 al tutto o alla fortuna o alla virtü 
attribuire, non mi pare da lasciarli indrieto, ancora che del- lo 
r uno si possa piü diffusamente ragionare dove si trattassi 

delle repubbliche. Questi sono quando, o gerj^ualchfi iia_scel- 

lerata^ e nefariasi ascende al principato, o quando uno pri- 
yaj;o Qittadino con il favore delli altri sua cittadini diventa 
principe ^ella sua patria. E, parlando del primo modo, si^ is. 
monstrerrä con dua esempli, uno antiquo, Paltro moderno, 
sanza intrare altrimenti ne' meriti di questa parte, perche io 
iudico che basti, a chi fussi necessitato, imitargli.. 

§ 2 Agatocle siciliano, non solo di privata fortuna, ma di infima 

et abietta, divenne re di Siracusa. Costui, nato d'uno figulo, 20» 
tenne sempre, per li gradi della sua etä, vita scellerata : non di 

3. B b Pietro 4. M e nuovi benefizii 4-5. P le iniurie s^ inganna 5. M Isr 
quäle fu potissima cagione 

7. Mpervenerunt Di.quelli che per Tirannia sono fatti principi P Di 
quelli che per scelleratezze hanno acquistato principati b Di quelll che per- 
sceleratezze sono pervenuti al principato 8-9. b ancora in dui modi principe- 
16. C L P B b r uno 17. C b senza B b entrare 18. b giudico che bastino 
C L P B iudico a chi fussi necessitato che basti imitarlo 19. M ma infima. 
19-20. B b di privata ma d' infima et abiecta fortuna 80. B diventö b orcio- 
laio 21. B gradi della sua vita scelerata vita b gradi della sua fortuna 

21. etä. FacilisBimo ö lo scamhlo tra vita ed etä, di R, anche per la 
Btessa parola accanto. Ma b, correggendo etä in fortuna, attribui al Mach., 
nn errore storico; poich6 Agatocle, pervenuto al principato, ultimo grado 
della 8ua fortuna non tenne vita scellerata: la quäle perö avea tennto per 
i gradi della sua etä, nella fanciuUezza e nella giovinezza. E basta guar- 
dare alla fönte, da cui il Mach, derivö il racconto, come dimoströ il Burd> 



40 IL PRINCIPE 

manco, accompagno le sua scelleratezze con taata virtii d^animo 
e di corpo, che, voltosi alla milizia, per li gradi di quella, per- 
venne ad esser pretore di Siracusa. Nel quäle grado sendo con- 
sfcituifco, et avendo deliberato diventare principe e teuere cou 

5 violenzia e sanza Obligo d' altri quello che d' accordo li era 

. suto coucesso, et avuto di questo suo diseguo iutelligeuzia cou 

Amilcare cartaginese, il quäle cou li eserciti militava in Si- 

cilia, rauuö una mattina el populo et il seuato di Siracusa, 

come se elli avessi avuto a deliberare cose pertineute alla 

10 repubblica : et ad uno ceuno ordinato fece da' sua soldati 
uccidere tutti li senatori e li piii ricchi del populo. Li quali 
morti, occupb e teune el principato di quella cittä sanza al- 
cuna controversia civile. E, beuche da' Cartaginesi fussi dua 
volte rotto et demum assediato, non solum posse defendere 

15 la sua cittä, ma, lasciato parte delle sua geute alla difesa 
della ossidioue, . cou le altre assaltö P AfiPrica, et in breve 
tempo liberö Siracusa dallo assedio, e condusse Cartaginesi 
in estrema necessitä: e furono necessitati accordarsi cou quello, 

2. C S rivoltosi SL B b essendo constituto 4. b voler diventar 6. C b 
stato 8. b congregö CSU senato et il populo 9. C appartenenti 11. B 
tuet! e 14. P et finalmente b et ultimamente B L R b noa solamente 
15. B gente difesa 15-16. C B b alla difesa di quella, con M gente alla sua ciptä 
con le altre 16. F assaltö con le altre 18. C R per il che furono M in modo 
che furono b quali furno B furno b ad accordarsi con quello, ad esser 



Yin, p. ^1. GiuBtino difatti al libro XXn, narra : « Agathocles... in Si- 
dlia patre figulo natus, non honestiorem pueritiamj quam prineipia origi- 
nis habnit ». La pueritia b nno de' gradi delV etä. La identica lezlone nostra 
dovette a^ere innanzi a 86 il Nifo, dove tradusse (op. cit. L. I, c. v.): 
« Agathocles patre figulo natns... per snae aetatis gradus semper scelerate 
vixit ». 

14. et demum... non solum. Le lezioni latine non possono essere che le 
originali del Mach.: ne sia prova anche il differente volgarizzamento di P 
e b, e r accordo di P e M, mss. di famiglie diverse. 

15. alla difesa della ossidlone, che val quanto « a difendere la cittä dal- 
r assedio », tra per 11 latinismo, tra per la fräse difficile, fa corretta, infe* 
licemente da M, abbastanza bene da C K b: ma il disaccordo della cor- 
rezione e T accordo di B e L P nella lezione difficile ci h safficiente ga- 
ranzia della sna bontä. 

18. e furono necessitati. II concetto h di sua natura consecutivo, e in- 
timamente legato al resto : questo ci spiega le tre differenti correzioni di 
C R in per il che^ di M in in modo che, di b in quali, Ma chi sia per poco 
esperto del genio stilistico del Mach, conosce bene che egli non sempre, 



IL PRINCIPE 41 

esser content! della possessione di Affrica et ad Agatocle 
§ 3 lasciare la Sicilia. Chi considerassi adunqne le azioni e virtii 
di costui, non vedrä cose, o poche, le quali possa attribuire 
alla fortanä; con cio sia cosa, come di sopra e detto, che non 
per favore d'alcuno, ma per li gradi della milizia, li quali 5 
con mille disagi e pericali si aveva guadagnati, pervenissi al 
principatO; e quello di poi con tanti partiti animosi e peri- 
culosi mantenessi. Non si pub ancora chiamare virtü ammaz- 
zare li sua cittadini, tradire li amici, essere sanza fede, sanza 
pietä, sanza relligione ; li quali modi possono fare acquistare 10 
imperio, ma non gloria. Perche, se si considerassi la virtü di 
Agatocle nello intrare e nello uscire de' periculi, e la gran- 
dezza dello animo suo uel sopportare e superare le cose av- 
verse, non si vede perche elli abbia ad essere iudicato infe- 
riore a qualunque eccellentissimo capitano. Non di manco, la 15 
sua efferata crudelitä et inumanitä, con infinite scelleratezze^ 
non consentono che sia infra li eccellentissimi uomini cele- 
brato. Non si puo adunque attribuire alla fortuna o alla 
virtii quello che sanza Tuna e Taltra fu da lui conseguito. 
§ 4 Ne' tempi nostri, regnante Alessandro VI, Oliverotto Fir- 20 
miano, sendo pid anni innanzi rimaso piccolo, fu da uno suo 
zio materno, chiamato Giovanni Pogliani, allevato, e ne' primi 
tempi della sua gioventü dato a militare sotto Paulo Yitelli, 
accio che, ripieno di quella disciplina, pervenissi a qualche 
eccellente grado di milizia. Morto di poi Paulo, milito sotto 85 

3. b vedria B cosa L P B che possa 4. b con ci6 sia che 5. b 
milizia quali 7. B b animosi partiti B pericoli si 13. P sopportare le cose 
14-15. b esser tenuto inferiore a qualsisia 16. P crudeltä con infinite 17-18. b 
huomini. Non si pu6 20. P b da Fermo 21. b essendo piü anni adrieto C 
piccolo [senza padre] 24. B pieno 25. b grado eccellente B Morto poi 



rade volte anzi, esprime pienamente i legami, 1 nessi snhordinati corre- 
iativi tra concetto e concetto ; e in generale, faorch6 nelle Istorie fioren- 
tine, egli predilige la forma, coordinata. 

17-18. celebrato manca in b; ma ^ neceBsario compimento del concetto; 
e non manca n6 pure nella Giuntina. 

20. Firmiano. Casuale mi sembra Tineontro di P e b; la forma latineg- 
giante 6 piü sicura del Mach. 

21. rlmaso piccolo. La ginnta marginale del G h come una chiosa, pnnto 
necessaria: sMntende chiaramente che Oliverotto rimase orfano da piccolo. 



42 IL PRINCIPE 

Yitellozzo suo fratello; et in brevissimo terapo, per essere 
ingegnoso e della persona e dello animo gagliardo, diventö el 
primo uomo della sua inilizia. Ma, parendoli cosa servile lo stare 
con altri, pensö, con lo aiuto di alcuni cittadini di Fermo, 

5 a^ quali era piü cara la servitü che la libertä della loro patria^ 
e con il favore vitellesco, di occupare Fermo. E scrisse a 
Giovanni Fogliani come, sendo stato piü anni fuora di casa, 
voleva venire a vedere lui e la sua cittä, et in qnalche parte 
riconoscere el suo patrimonio: e, perche non s^era affaticato per 

10 altro che per acquistare onore, acciö ch^ e^ sua cittadini ve- 
dessino come non aveva speso el tempo in vano, voleva ve- 
nire onorevole et accompagnato da cento cavalli di sua amici 
e servitori: e pregavalo fussi contento ordinäre che da' Fir- 
miani fussi ricevuto onoratamente: il che non solamente tor* 

15 nava onore a lui, ma a se proprio, sendo suo .allievo. Non § S 
mancö, per tanto, Qiovanni di alcuno offi/io debito verso el 
nipote ; e, fattolo ricevere da' Firmiaui onoratamente, si al- 
loggio nelle case sua: dove, passato alcuno giorno, et atteso 
ad ordinäre quello che alla sua futura scelleratezza era ne- 

10 eessario, fece uno convito solennissimo, dove invitö Qiovanni . 
Fogliani e tutti li primi uomini di Fermo. E, consumate che 
furono le vivande e tutti li altri intrattenimenti che in simili 
conviti si usano, Oliverotto, ad arte, mosse certi ragionamenti 
gravi, parlando della grandezza di papa Alessandro e di Ce- 

85 sare suo figliuolo, e delle imprese loro. A' quali ragiona- 
menti respondendo Giovanni e li altri, lui ad un tratto si 

• 

2. M gagliardo in breve tempo diveDtö 3. b de' primi uomini 7. R casa 
sua, 12. b onorevolmente 13. M b che fussi 13-14. B b onoratamente da* 
Firmani 14. M onorevolmente 17. b, alloggiö 19. C sua sceleratezza 20. 
P convitö 21-22. b Et avuto che ebbero flne le vivande 23. b conviti si fanno, 
C L P B mosse ad arte 24-25. P Cesare Borgia suo 25. b suo figUo b A 
li 26. b egii a un tratto 



3. el primo uomo non diventö veramente Oliverotto: e b corresse Tesa- 
gerazione, che 6 difetto solito al Mach., come notö il Yillari, e come si rileva 
dalle Bue opere. 

23. ad arte. La collocazione di qnesto inciso secondo B M b gli dk ri> 
lievo ; e la sua importanza sfuggirebbe a chl leggesse di s^guito mosae ad 
arte secondo C L P B. 



IL PEINCIPE 43 

rizzö, dicendo quelle essere cose da parlarne in loco piü se- 
creto ; e ritirossi in una camera, dove Giovanni e tutti li altri 
cittadini li andorono drieto. Ne prima furono posti a sedere, 
che de^ luoghi secreti di quella uscirono soldati, che ammaz- 

§ 6 zorono Giovanni e tutti li altri. Dopo il quäle omicidio, montö 5- 
Oliverotto a cavallo, e corse la terra, et assediö nel palazzo 
el supremo magistrato ; tanto che per paura furono constretti 
obbedirlo e fermare uno governo, del quäle si fece principe. 
E, morti tutti quelli che, per essere malcontenti, lo potevono 
offendere, si corroborö con nuovi ordini civili e militari; in lo 
modo che, in spazio d^ uno anno che tenne el principato, 
Itti non solamente era sicuro nella cittä di Fermo, ma era 
diventato pauroso a tutti li sua vicini. E sarebbe suta la sua 
espugnazione difficile, come quella di Agatocle, se non si 
fussisuto lasciare ingannare da Cesare Borgia, quando a Si- is 
nigallia, come di sopra si disse, prese li Orsini e Yitelli ; dove, 
preso ancora lui, in uno anno dopo el commisso parricidio, 
fu, insieme con Yitellozzo, il quäle aveva avuto maestro delle 
virtü e scelleratezze sua, strangolato. 

§ 7 Potrebbe alcuno dubitare donde nascessi che Agatocle et 20 ;v^ 
alcuno simile, dopo infiniti tradimenti e crudeltä, posse vi- 
vere lungamente sicuro nella sua patria e defendersi dalli 
inimici esterni, e da* sua cittadini non li fu mai conspirato 

1. M dicendo che quelle erono cose C da ragionarne in luogo 1-S. S par- 
larne piü in secreto b in piö secreto loco 9. P E, morto 11-12. P principa- 
to, era non solamente sicuro in Fermo 12. B b non solamente lui era securo 
13. b diventato formidablle a tutti L M P tutti sua b stata 14-15. C M P b 
se non si fussi lasciato ingannare 17. b lui un anno 21. C potessi b potette 



15. si fussi suto lasciare ingannare dev* essere la lez. originale, e non 
si ftissi lasciato ingannare^ facile correzione di C M P b ; che, altrimenti^ 
non si spiegherebbe come 11 suto sia entrato in mss. di famiglie diverse, 
B e L R, n^ com^ essi abbian conservato il difficile costrutto. Del quale^ 
per altro, Grammatiche e Dizionari non danno esempio corrispondente : vi 
si accoBta 11 Boccaccio nel Dec. Nov, 16, dove scrisse : « se io avessi creduto 
che concednto mi dovessi esser suto ». Ma qnel lasciare h attrazione dellMnf. 
seguente ? e il dialetto toscano ne ha ne aveva esempi ? ovvero tutta la 
fräse h uscita di getto dalla sola penna del Mach.? Certo 6 che tale co- 
strutto si riscontra nella lingua tedesca, che*con Tinf., anzi che il partieipio^ 
nnisce IJinf. di certi verbi, qnali lassen^ solleny wollen ecc. 



44 IL PRINCIPE 

contro : con ciö sia che molti altri, mediante la crudeltäi 
non abbino, etiam ne^ tempi pacifici, possuto mantenere lo 
stato, non che ne' tempi dubbiosi di guerra. Credo che questo 
ayyenga dalle crudelta male us ate o bene nsate^ Be ne usate 
^- 5 si possono cliiamare quelle (se del male e licito dire bene) 
che si fanno ad un tratto, per necessita dello assicurarsi, e 
di poi non vi si insiste dentro, ma si convertiscono in piü 
utilitä de' sudditi che si pu5. Male usate sono quelle le quali, 
( ancora che nel principio sieno poche, piü tosto col tempo 

to crescono che le si spenghino. Coloro che osservano el primo 
modo, possono con Dio e con li uomini avere allo stato loro 
qualche remedio; come ebbe Agatocle. Quelli altri e impos- 
sibile si mantenghino. Onde e da notare che, nel pigliare uno § 8 
stato, debbe 1' occupatore di esso discorrere tutte quelle of- 

t5 fese che li e necessario fare, e tutte farle a un tratto per 
non le avere a rinnovare ogni di, e potere, non le innovando, 
assicurare li uomini e guadagnarseli col benificargli. Chi fa 
altrimenti, o per timidita o per mal consiglio, e sempre ne- 
cessitato teuere el coltello in mano; ne mai pu5 fondarsi 

^0 sopra li sua sudditi, non si potendo quelli per le fresche e 
continue iniurie assicurare di lui.Jj^erche le^ijiiurie si deb- ^ 
v; bono fare tutte insieme, acciö che, assaporandosi meno, of- 
fendino meno: e' benefizii si debbono fare a poco a poco, 

1. L B con ciö sia cosa che 2. b non abbin mai possuto ancor ne' tempi 
pacifici mantenere 3. C et di guerra 4. C L P B bene usate o male usate. 
M o bene. Bene b male o bene usate. 6. b si fanno una sol volta, 7. K 
convertono 8. b Le male usate son quelle quall 9. b da principio 9-10. B C 
B b crescono piü tosto 10. B che si b osservaranno quel primo 11. b al 
stato suo avere 13. b che si 14-16. b discorrere e far tutte le crudelta in 
un tratto e per non avere a ritornarvi ogni di e per poter non r innovando 
15. B necessitato fare 16. B ad ritornarvi ogni B con le 17. c b con be- 
neficarli 19. B b si pu6 fondare C B n4 pu6 mai fondarsi 20. B sopra sua 
20-21. B b continue e fresche 21. P debbano 



4. male usate o bene usate. B b e M son d' accordo nel collocare prima 
male e poi henei B si accorda con C L P B ne*dae usate'^ uno de* quali, ma 
Qon 11 medesimo, fu soppresso da M e b, appunto per evitare la ripet. 

16. le avere a rinnovare. lo credo che il prot. di B b abbia corretto in 
<z ritornarvi per il successivo non le innovando. La lunga correzione di b 
sar^ probabilmente derivata dalle rip. del concetto di necessita e della pa- 
Tola fare^ e dalle oifese che non pareva rispondessero bene a crudelta. 



IL PRINCIPE 45 

accio che si assaporino lueglio. E debbe sopr^ a tutto uno 
principe vivere con li sua sudditi in modo, che veruno acci- 
dente o di male o di bene lo abbia a far variare : perche, 
venendo per li tempi avversi le necessitä, tu non se' a tempo 
al male, et il bene che tu fai non ti giova, perche e iudi- 5 
cato forzato, e non te n' e saputo grado alcuno. 

[IX] 
De PRINCIPATU CIVIL! 

§ 1 Ma, venendo alP altra parte, quando uno principe citta- 

dino, non per s.celleratezza o altra intoUerabile violenzia, ma 
con il favore delli altri sua cittadini diventa principe della lo 
sua patria, il quäle si puo chiamare principato civile, (ne a 
pervenirvi e necessario o tutta virtü o tutta fortuna, ma piü 
presto una astuzia fortunata), dico che si ascende a questo prin* 
cipato con il favore del populo o con il favore de' grandi. 
Perche in ogni cittä si truovano questi dua umori diversi; e i& 
nasce da questo, che il populo desidera non essere coman- 
dato ne oppresso da' grandi, e li grandi desiderano coman- 
dare et opprimere el populo : e da questi dua appetiti diversi 
nasce nelle cittä uno de' tre effetti, o principato o libertä o 
licenzia. 20 



1. B L s ad cid si b deve B sopra di P sopra tutto 2. b nessuno 
4. b la necessitä 6. b e non grado alcuno ne riporti. 

7. C P b Del principato civile 9-10. M sceleratezza ma con il favore 13. 
b al 14. B M o con quelle de* grandi. 16. b e nascon 16-17. L P B coman- 
dato et li grandi 17. M et oppresso C [n^ oppresso] 19. b surge B nella 



14. con il favore. Mi sembra assai piii probabile che B e M si siano 
casualmente incontrati a Bostituire quello^ per evitare la ripetizione; la 
qaale di solito al Mach, non dispiace pnnto. 

17. nö oppresso, ginnta marginale in C, tratta forse dal concetto stesso, 
non puö essere deriyato arbitrariamente anche a B ed M: poiche, non solo 
ne h compinta Tantitesi con comandare et opprimere, ma ne viene a non 
esser tacinto, de* dne concetti di comandare ed opprimere, qnello appnnto 
SU cni il Mach, insiste di piü. Poco oltre, difatti, egli ripete: volendo questi 
opprimere e quello non essere oppresso (cfr. p. 46, r. 18-19) : e piü avanti non 
domandando lui se non di non essere oppresso (cfr. p. 47, r. 22). 



46 IL PRINCIPE 

EI principato e causato o dal populo o da^ grandi , se- § 2 
condo che P una o P-altra di queste parte nä ha occasione; 
perche, vedendo e' grandi non potere resistere al populo, co- 
minciano a voltare la reputazione ad uno di loro, e fannolo 
£ principe, per potere sotto la sua ombra sfogare V appetito loro. 
El populo ancora, vedendo non potere resistere a' grandi, 
Yolta la reputazione ad uno, e lo fa principe, per essere con 
la autoritä sua difeso. Colui che viene al principato con lo 
aiuto de' grandi, si mantiene con piü difficultä che quello 

10 che diventa con lo aiuto del populo; perche si truova prin- 
cipe con di molti intorno, che li paiano essere sua eguali, e 
per questo non li puo ne comandare ne maneggiare a suo 
modo. Ma colui che arriva al principato con il favore popu- § 3 
lare, vi si truova solo, et ha intorno o nessuno o pochissimi 

15 che non sieno parati ad obedire. Oltre a questo, non si puö 
con onestä satisfare a' grandi e sanza iniuria d' altri, ma si 
bene al populo; perche quello del populo e piii onesto fine 
che quello de' grandi, volendo questi opprimere e quello non 
essere oppresso. Preterea, del populo inimico uno principe 

20 non si puo mai assicurare, per esser troppi ; de' grandi si 
puö assicurare, per esser pochi. El peggio che possa espet- 
tare uno principe dal populo inimico, e lo essere abbandonato 
da lui; ma da' grandi, inimici, non solo debbe temere di 
essere abbandonato, ma etiam che loro li venghino contro; 

25 perche, sendo in quelli piü vedere e piü astuzia, avanzono 

2. B b la occasione 4. b lo fanno 5. B C S b r ombra sua C L P B el 
loro appetito. 6. b alli 6-7. b ancora volta la riputazione a un solo vedendo 
7. c reputazione sua 11. B equali 11-12. b che a loro pare esser equali a 
lui, per questo 12. B b nä maneggiare n6 comandare 14-15. M o pochissimi 
o nessuno che non fussino 17-18. B al populo perche quello de* grandi 19. 
b Aggiungesi ancora che del C d' uno popolo b il principe 19-20. M non 
si pu6 mai uno principe 21. b aspettar 24. L ma che loro F R ma che 11 
venghino B ma che etiam b ma che ancor loro 25. b essendo 



11. che li paiano ecc. II b, correggendo, travolse ilconcetto: a dir vero, 
86 il principe non puö comandare su que' grandi, gli 6 perche a lui sem- 
brano eguali: poco varrebbe, se questa opinione fosse lorOy de^ grandi stessi. 

24. etiam mi par necessario, per corrispondenza con non solo; la coUo- 
cazione differente nel protot. di B b pn6 essere casnale, o portata da falsa 
interpretazione del concetto. 



IL PRINCIPE 47 

sempre tempo per salvarsi, e cercono gradi con quello che 
sperano che yinca. E necessitato ancora el principe vivere 
sempre con quello medesimo populo ; ma puo ben fare sanza 
quelli medesimi grandi, potendo fame e disfarne ogni di, e 
törre e dare, a sua posta, reputazione loro. 5 

§ 4 E, per chiarire meglio questa parte, dico come e^ grandi 

si possono considerare in dua modi principalmente. si go- 
vernano in modo col procedere loro che si obbligano in tutto 
alla tua fortuna, no: quelli che si obbligano, e non sieno 
rapaci, si debbono onorare et amare; quelli che non si ob- 10 
bligano si hanno ad esaminare in dua modi. fanno questo 
per pusillanimitä e defetto naturale d' animo : allora tu ti debbi 
servire di quelli massime che sono di buono consiglio, perche 
nelle prosperita te ne onori, e nelle arversitä non hai da te- 
merne. Ma, quando non si obbligano ad arte e per cagione i5 
ambiziosa, e segno come pensono pid a se che a te; e da 
quelli si debbe el principe guardare, e tenierli come se fus- 
sino scoperti inimici, perche sempre, nelle avversitä, aiuteranno 
ruinarlo. 

§ 5 Debbe, per tanto, uno che diventi principe mediante el fa- 20 
vore del populo, mantenerselo amico: il che li fia facile, non 
domandando lui se non di non essere oppresso. Ma uno che 

4. M fare e disfare 5. b dare quaudo li place reputazione 7. C L F R b si 
debbono considerare b principalmente, cioö si governano 7-8. O si proce- 
dono in modo 8-9. M alla tua fortuna col procedere loro 11. CLPSbsi 
hanno ad considerare 12. B b allora ti debbi 13. b servir di loro et di quelli 
14. M et non hai nelle adversitä B b temere 15. M per arte 16. b e' pen- 
sano 17. b guardare tenergli 18-19. b P aiuteranno rovinare. 19. B ad 
ruinarlo. 20. b diventa b per favore 



5. a sua posta. Non sMntende perch6 b abbia mutato in quando li piace 
questo bei modo, che 11 Mach, preferi nella Legaz, al Valent, (Op. VI, 331)^ 
ne'Dwc. I, 8 e nelle Istor, Fior, VIII, 35 e altrove. 

7. si possono h spiegato bene da principalmente. E come se 11 Mach, 
avesse volnto dlre: fra i tanti modi, in dae principalmente si possono con- 
siderare i grandi. In C L P R e b debbono pot6 esser tratto dair essere 
questo verbo consueto e ripetutissimo. 

11. ad esaminare. Se h facile che C L P K e b abbian ripetuto conside- 
rare, verbo consueto, frequentissimo in qnesf opera, non h altrettanto age- 
vole che B e M, senza sapere Tun delFaltro, abbian mutato identicamente 
in esaminare, II quäl verbo, qui, h assai pid proprio delFaltro; poich^, se 




48 IL PRINCIPE 

contro al populo diventi principe con il favore de' grandi, 
debbe inanzi ad ogni altra cosa cercare di guadagnarsi el po- 
pulo: il che li fia facile, quando pigli la protezione sua. E, per- 
che li uomini, quando hanno bene da chi credevano avere male, 

5 si obbligano piii al beneficatore loro, diventa el populo subito 
piii suo benivolo^ che se si fussi condotto al principato con 
favori sua : e puosselo el principe guadagnare in molti modi, 
li quali, perche variano secondo el subietto, non se ne puö 
dare certa regola, e perö si lasceranno indrieto. Concludero § & 

10 solo che a uno principe e necessario avere el populo amico; 
altrimenti non ha nelle awersitä remedio. Nabide, principe 
delli Spartani, sostenne la ossidione di tutta Grecia e di uno 
esercito romano vittoriosissimo, e difese contro a quelli la 
patria sua et il suo stato: e li bastb solo, sopravvenente el 

15 periculo, assicurarsi di pochi : che, se elli avessi avuto el po- 
pulo inimico, questo non li bastava. E non sia alcuno che 
repugni a questa mia opinione con quello proverbio trito, 
che chi fonda in sul populo fonda in sul fango : perche quello 
e vero, quando uno cittadino privato vi fa su fondamento, e 

20 dassi ad intendere che il populo lo liberi, quando fussi op- 
presso da' nimici o da' magistrati. In questo caso si potrebbe 
trovare spesso ingannato, come a Roma e' Gracchi et a Fi- 
renze Messer Giorgio Scali. Ma, sendo uno principe che vi 
fondi SU che possa comandare e sia uomo di core, ne si 

25 sbigottisca nelle awersitä, e non manchi delle altre prepara- 
zioni, e tenga con 1' animo et ordini sua animato 1' univer- 
sale, mai si troverrä ingannato da lui, e li parrä aver fatto 
li sua fondamenti buoni. 

1. b contro il M contro al volere del popolo 2. C S debba avanti ad m 
guadagnarseli 4. b credono 5. F benefäctore 5-6. b snddito plA suo 6-7. 
B per 11 favori C B con li favori b per 11 suoi favori 9. B una certa B 
b regola, perö lo. B b amico el populo 11. L M in le 12. B tutta la 14. b 
soprevenendo 20-21. b esso fussi oppresso dagli nimici 21. B dalli inimici 
22-23. b come intervenne in Roma a' Gracchi et in Firenze a Messer 23-24. b 
essendo un principe quello che sopra vi si fondi che possa. 24. b un uomo 
C B et non si 26. C , e con 27. B non si troverrä mai b , non si truoverä 
27-2S. b fatti i suoi 



prima al Mach, bastava considerare i grandi in generale, ora egli vuole 
esaminare gli animi di coloro che non s' ohbligano 2il principe e per qnal 
ragione non s' obbligano. 



IL PRINeiPE 49 

§ 7 Sogliono questi principati periclitare, quando sono per sa« 

lire dair ordine civile allo assoluto ; perche questi principi, a 
comandono per loro medesimi, o per mezzo de^ magistrati. 
Neir ultimo caso e piu debole e piii periculoso lo stare loro; 
perche gli stanno al tutto con la voluntä di quelli cittadini s 
che sono preposti a' magistrati: li quali, massime ne^ tempi 
avversi, li possono torre con facilitä grande lo stato, o con 
farli contro o con non lo obedire. Et el principe non e a tempo 
ne' periculi a pigliare T autoritä assoluta; perche li cittadini e 
sudditi, che sogliono avere e^ comandamenti da^ magistrati, lo 
non sono, in quelli frangenti, per obedire a^sua; et arä serapr«, 
ne' tempi dubii, penuria di chi si possa fidare. Perche simile 
principe non puo fondarsi sopra a quello che vede ne' tempi 
quieti, quando e' cittadini hanno bisogno dello stato, perche 
allora ognuno corre, ognuno promette, e ciascuno vuole mo- 15 
rire per lui, quando la morte e discosto ; ma, ne' tempi avversi, 
quando lo stato ha bisogno de' cittadini, allora se ne truova 
pochi. E tanto piü e questa esperienzia periculosa, quanto la 
non si puö fare se non una volta. E perö uno principe savio 
debba pensare uno modo, per il quäle li sua cittadini, sempre 20 
et in ogni qualitä di tempo, abbino bisogno dello stato e 
di lui: e sempre poi li saranno fedeli. 

QUOMODO OMNIUM PRINCIPATUüM VIRES PERPENDI DEBEANT 

§ 1 Conviene avere, nello esaminare le qualitä di questi prin- 

cipati, un' altra considerazione : cioe se uno principe ha tanto 2^ 
stato, che possa, bisognando, per s6 medesimo reggersi, 
vero se ha sempre necessitä della defensione d' altri. E, per 

2. M principati 2-3. 1> principi comandano 3. b di 4. b lo stato loro ; 
5. B si C F B li M eglino • 6. b proposti 7. B si possono M grandis- 
sima 8. B non b o col M Et il principato none 9. P perche cittadini 
11. B; et avere sempre 13. B C P b sopra quello 19. B Perö 20-21. b sem- 
pre et in ogni modo e qualitä 21-22. b dello stato di lui ; 22. B L fideli. 

23. B perdendi C Come bene considerar si debbano le forze di tutti e prin- 
cipati P In che modo si debbino considerare le forze di tutti principati b In 
che modo le forze de tutti i principati si debbino misurare 24. b la 27. C L B di 

Machiavelli 4 



50 IL PRINCIPE 

chiarire meglio questa parte, dico come io iudico coloro po- 
tersi reggere per se medesimi, che possono o per abundanzia 
di i^omini o di denari mettere insieme uno esercito iusto e 
fare una giornata con qualunque li viene ad assaltare: e cosi 
5 iudico coloro avere sempre necessitä d^ altri, che non possono 
comparire contro al nimico in campagna, ma sono necessitati 
rifuggirsi drento alle mura, e guardare quelle. Nel primo 
caso si e discorso, e per lo awenire diremo quello ne oc- 
corre. Nel secondo caso non si puö dire altro, salvo che con- 
to fortare tali principi a fortificare e munire la terra propria, 
e del paese non teuere alcuno conto. E qualunque arä bene 
fortificata la sua terra, e circa li altri governi con li sudditi 
si f]a maneggiato come di sopra e detto e di sotto si dirä, 
sarä sempre con grande respetto assaltato; perche li uomini 
15 sono sempre nimici delle imprese dove si vegga difficultä, 
ne si puö vedere facilita assaltando uno che abbi la sua terra 
gagliarda e non sia odiato dal populo. 

Le cittä di Alamagna sono liberissime, hanno poco con- § 2 
tado, et obediscano allo imperatore, quando le vogliono, e non 
20 temono ne quello ne altro potente che le abbino intorno: per- 
che le sono in modo fortiücate, che ciascuno pensa la espu- 
gnazione di esse dovere esser tediosa e difficile. Perche tutte 
hanno fossi e mura conveniente, hanno artiglierie a suffi- 
cienzia: tengono sempre nelle canove publiche da bere e da 
25 mangiare e da ardere per uno anno; et oltre a questo, per 
potere teuere la plebe pasciuta, e sanza perdita del pubblico, 
hanno sempre in comune per uno anno da potere dare loro 

1-2. b giudico potersi coloro 4. M ad saltare 6. b contro gli nimici M 
in campagna contro al nimico 7. c rifUggire M al fuggirsi b rifugirse 
L dentro 8. L F direno 8-9. B quello che occorre M b quello che ne oc- 
corre 10. B b munire e fortificare 12. L F R suo B F con subditi 14. M 
con grandi respecti B c gran b assaltato con gran respetto 16. L F B suo 
18. b liberalissime, 21-22. C la obsidione 22. B epsa M lunga et difficile. 
23. M mura e fosse B b artiglieria 24. B b et tengano B nella canova 
publica 24-25. b publiche da mangiar M da mangiare da bere 20. F et 
mangiare et ardere 25. b anno. Oltre 



8. quello ne occorre. Certo, la giunta del che in M e b e 11 mntamento 
di ne in che in B sono ayyenuti per 11 pronome relative taciuto dal Mach. 
€on la solita eleganza e speditezza toscana. 



\ 



IL PRINCIPE 51 

da lavorare in quelli esercizii, che sieno el nervo e la vita di 
quella cittä, e delle Industrie de^ quali la plebe pasca. Ten- 
gono ancora li esercizii militari in reputazione, e sopr' a 
questo hanno molti ordini a mantenerli. 

$ 3 Uno principe, adunque, che abbi una cittä forte e non 5 

si facci odiare, non pu5 essere assaltato ; e, se pure fussi, 
chi lo assaltassi se ne partirä con vergogna; perche le cose 
del mondo sono si varie, che elli h impossibile che uno 
potessi con li eserciti stare uno anno ozioso a campeggiarlo. 
E chi replicassi: se il populo arä le sua possessioni fuora, 10 
e veggale ardere^ non ci arä pazienzia, et il lungo assedio 
e la caritä propria li farä sdimenticare el principe: respon- 
do, che uno principe potente et animoso supererä sempre 
tutte quelle difücultä, dando ora speranza a^ sudditi che el 
male non fia lungo, ora timore della crudeltä del nimico, ora 15 
assicurandosi con destrezza di quelli che li paressino troppo 

§ 4 arditi. Oltre a questo, el nimico, ragionevolmente, debba ar- 
dere e ruinare el paese in sulla sua giunta e ne^ tempi, quando 
li animi delli uomini sono ancora caldi e volonterosi alla 
difesa; e perö tanto meno el principe debbe dubitare, perche 20 
dopo qualche giorno, che li animi sono raffreddi, sono di 
giä fatti e' danni, sono ricevuti e' mali, e non vi e piü re- 
medio: et allora tanto piii si vengono ad unire con il loro 
principe, parendo che lui abbia con loro Obligo, sendo loro 
■sute arse le case, ruinate le possessioni, per la difesa sua. E la 25 



2. B F b della industria C de le quali P b si pasca. 3-4. b sopra questo 
B-6. M habia una cipta e non si facci cittä cosl ordinata et non si facci 
T. B M b partirebbe 8. L F B che li d 8-9. b gli h quasi impossibile che uno 
possi 9. M potessi stare con li eserciti ocioso L ocioso 11. b non arä 
«t il luogo assediato 12. C B b dimenticare dimenticare Tamore del prin- 
cipe: 13. b potente animoso 18-14. b sempre quelle 14. C L P B a' sudditi 
speranza 15. M non sarä P delle 17. b Oltre questo B b debba ragio- 
nevolmente 18. B b in sulla gionta sua 19. L volontorosi 24. b che esso 
4ibbia 24-25. C sendo loro State b essendo State loro 25. B suto 



7. partirä h lezione difficile, originale, credo, del Mach, per il maggior 
Tigore con che egli affermerebbe ; partirebbe mi sembra troppo agevole cor- 
rezione dl B b e M per 11 rapporto con assaltassi. Anche al Cap. YIII (p. 
41, r. 3); i msB. ananimi leggono: Chi considerassi ... non vedrä. 



/'\ 



62 IL PRINCIPE 

natura delli uomini e cosi obbligarsi per li benefizii che si 
fanno come per quelli che si ricevano. Onde, se si considerra 
bene tutto, non fia difficile a uno principe prudente tenere 
prima e poi fermi li animi de^ sua cittadini nella ossidione, 
fi quando non li manchi da vivere ne da difendersi. 

[XI] 

De principatibus ecclesiasticis 

Restaci solamente al presente a ragionare de^ principati § l 
ecclesiastici : circa quali tutte le difficultä sono avanti che 
si possegghino, perche si acquistano o per virtd o per fortuna, 

10 e sanza l'una e Paltra si mantengano; perche sono susten- 
tati dalli ordini antiquati nella relligione, quali sono suti tanto 
potenti e di qualitä, che tengano e^ loro principi in stato, in 
qualunque modo si procedino e vivino. Gostoro soli hanno 
stati, e non li defendano; sudditi, e non li governano: e li 

15 stati, per essere indifesi, non sono loro tolti; e li sudditi, per 
non esser governati, non se ne curano, ne pensano ne pos- 
sono alienarsi da loro. Solo adunque questi principati sono 
sicuri e felici. Ma, sendo quelli retti da cagione superiore, § 2 
alla quäle mente umana non aggiugne, lasciero el parlarne ; 

so perche, sendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe offizio di 
uomo prosuntuoso e temerario discorrerne. Non di manco, se 
alcuno mi ricercassi donde viene che la Ghiesa nel temporale 
sia yenuta a tanta grandezza, con ciö sia che da Alessandro 

1. b che essi 2. bcheessi Mbconsidera 3. B difficile uno 5. F n4 
da vivere M difendersi et le altre cose necepsarie. 

6. C F 1» De Principati ecclesiastici 11. stati b sono tutti tanto K 
tanti 12. K principati 12-13. B principi in qualunque 13. B solo 14. B 
b stato b lo difendono hanno sudditi L K F et sudditi 16. B n4 pensano 
se possano 18. K sendo recti b cagioni B b superiori 19. B b alle quali 
b el discorrerne. 23. M con ciö sia cosa che da papa Alessandro 



1-2. che 81 . . . che si. li costrutto impers. h piü naturalmente portato da 
obbligarsi : che essi dl b sarä deriyato da falsa interpret. di un ehest, 

11. sono suti. O folsa interpret. di ms. (suti e tuU)^ o il successivo pre- 
sente tengano, ha fatto mutare a b suti in tutti; ma il pass. prossimo rende 
assai meglio l^azione continuata degli ordini antiguati nella relligione. 



IL PRINCIPE 53 

indrieto e' potentati italiani, et non solum quelli che si chia- 
mavono e' potentati, ma ogni barone e signore, benche miiiiino, 
quanto al temporale la existimava poco, et ora uno re di 
Francia ne trema, e lo ha possuto cavare di Italia e ruinare 
Viniziani : la quäl cosa, ancora che sia nota, non mi pare super- 5 
fluo ridurla in buona parte alla memoria. 
§ 3 Avanti che Carlo re di Francia passassi in Italia, era questa 

provincia sotto l'imperio del Papa, Viniziani, re di Napoli, 
duca di Milano e Fiorentini. Questi potentati avevano ad avere 
dua eure principali : 1' una che uno forestiero non intrassi in 10 
Italia con le arme; l'altra che veruno di loro occupassi piii 
stato. Quelli a chi si aveva piü cara erano Papa e Viniziani. 
Et a tenere indrieto Viniziani, bisognava la unione di tutti 
li altri, come f u nella difesa di Ferrara ; et a tenere basso el 
Papa, si servivano de^ baroni di Roma: li quali, sendo divisi 15 
in due fazioni, Orsini e Colonnesi, sempre vi era cagione di 
scandolo fra loro; e, stando con le arme in mano in su li 
occhi al pontefice, tenevano el pontificato debole et infermo. E, 
benche surgessi qualche volta uno papa animoso, come fu 
Sisto, tarnen la fortuna o il sapere non lo posse mai disobbli- 20 
gare da queste incomoditä. E la brevitä della vita loro n' era 
<;agione; perche in dieci anni che, ragguagliato, viveva uno 
papa, a fatica che potessi sbassare una delle fazioni: e, se, 
verbigrazia, l'uno aveva quasi spenti Colonnesi, surgeva un 
«Itro inimico alli Orsini, che li faceva resurgere, e li Orsini «5 
non era a tempo a spegnere. Questo faceva che le forze tem- 

1. C P et non solo b et non solamente 1-2. b si chiamano potentati 2-3. 
H ma e signori e baroni bench4 minimi quanto al temporale existimavono pocho 
■3. C b stimava 4. M cacciare 5-6. b viniziani, ancora che ci6 noto sia, non . 
mi pare superfiuo ridurlo in qualche parte alla memoria. 11. b nessuno 12. 
b il papa et i 16-17. b cagion di scandoli 18. b del pontefice, 20. b pure 
■23. b r una 23-24. b e, se, per modo di parlare, 24. B quasi che spenti M 
spento quasi R spenti e 25. M amico alli Orsini 25-26. b , et non era a tem- 
po a spegnerli. 

6-6. la qual cosa ecc. Soppressa Tunione relativa e aggiunto cid dopo an- 
<:oi'a che, con altri lievi ritocchi, b credette aver rimediato al forte anaco- 
luto, per cni manca Tapodosi a se alcuno-mi ricercassi. Ma di anacoluti b 
ricco lo Stile del Machiavelli, e basta guardare a^primi Capp. de'Discorsi, 

25-26. li Orsini... spegnere. Ambiguo ^ spegnerli di b, che non volle ripetere 
Ji Orsini^ e li fece cosi resurgere e spegnere dallo stesso papa loro amico. 



i • 
I 

54 IL PRINCIPE 



porali del papa erano poco stimate in Italia. Sarse di poi § 4 
Alessandro VI, il quäle di tutt^ i pontefici che sono stati 
mai, monströ quanto uno papa, e con il danaio e con le forze, 
si poteva prevalere, e fece, con lo instrumento del duca Va- 

& lentino e con la occasione della passata de^ Franzesi, tutte 
quelle cose che io discorro di sopra nelle azioni del duca. E, 
benche l'intento suo non fussi fare grande la Chiesa, ma il 
duca, non di meno ciö che fece tornö a grandezza della Chiesa ; 
la quäle dopo la sua morte, spento el duca, fu erede delle sua 

10 fatiche. Venne di poi papa lulio, e trovö la Chiesa grande, 
avendo tutta la Romagna e sendo spenti e^ baroni di Roma 
e per le battiture di Alessandro annullate quelle fazioni; e 
trovö ancora la via aperta al modo dello accumulare danari, 
non mai piü usitato da Alessandro indrieto. Le quali cose lulio § & 

15 non solum seguito, ma accrebbe ; e penso a guadagnarsi Bo- 
logna e spegnere Yiniziani et a cacciare Franzesi di Italia; 
e tutte queste imprese li riuscirono, e con tanta piii sua laude, 
quanto fece ogni cosa per accrescere la Chiesa, e non alcuno 
privato. Mantenne ancora le parti Orsine e Colonnese in quelli 

20 termini che le trovö; e, benche tra loro fussi qualche capo 
da fare alterazione, tarnen dua cose li ha tenuti fermi: Puna 
la grandezza della Chiesa che gli sbigottisce; Taltra el non 
avere loro cardinali, li quali sono origine de^ tumulti infra 
loro. Ne mai staranno quiete queste parti, qualunque* volta 

25 abbino cardinali ; perche questi nutriscono, in Roma e fuora,. 
le parti, e quelli baroni sono forzati a defenderle: e cosl 
dalla ambizione de^ prelati nascono le discordie e li tumulti 
infra baroni. Ha trovato adunque la Santitä di papa Leone 
questo pontificato potentissimo: il quäle si spera, se quelli 

6. C L P R io discorsi b io ho discorso 7. M la intenzione sua CR fussi 
non fare P b fussi di fare 9-10. B b fatiche sua 11. b tutti i baroni 13. 
b del raccumular 14. C R usato B usificato 15. b non solamente P b pensd^ 
guadagnarsi 16. CRP b et cacciare 17. b riuscirno 18. C R e fece 19-20.. 
B in quel termino 21. b nientedimeno due 22. R Chiesa; Taltra 23-25. B 
loro cardinali perch4 questi 28. P di Leone 29. b : del quäl si spera che, se 

6. discorro. Questo presente sarä sembrato strano tanto a b, che cor- 

resse in ho discorse^ quanto al protot. di C L P ß, che muto in discorsL. 

29. il quäle si spera ecc. La stampa ha voluto rendere piü regolare e 

pesante il costrutto, e non ripetere questo che ben si contrappone a quellL. 



IL PRINCIPE 56 

lo feciono grande con le arme, questo con la bontä et infinite 
altre sua virtü lo farä grandissimo e venerando. 

[XII] 
QüOT SINT GENEBA MILITIAE ET DE MERCENARIIS MILITIBUS 

• 

§ 1 Avendo discorso particularmente tutte le qualitä di quelli 

principati de' quali nel principio proposi di ragiönare, e con- ^ 
siderato in qualche parte le cagioni del bene e del male 
essere loro, e monstro e' modi con li quali molti hanno cerco 
di acquistarli e tenerli, mi resta ora ^a discorrere general- 
mente le offese e difese che in ciascuno de' prenominati pos- 
sono accadere. Noi abbiamo detto di sopra, come a uno prin- lo 
cipe e necessario avere e' sua fondamenti buoni; altrimenti 
conviene che rovini. E' principali fondamenti che abbino tutti 
li stati, cosi nuovi, come vecchi o misti, sono le buone legge 
e le buone arme. E, perche non puö essere buone legge dove 
non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene sieno i^ 
buone legge, io lascerb indrieto el ragiönare delle legge e 

§ 2 pa rlerö delle arm e. Dico adunqiie, che 1' arme con le quali 
uno principe defende el suo stato, o le sono proprio o le sono 
mercennarie, o ausiliarie o miste. Le mercennarie et ausiliarie 
sono inutile e pericolose: e, se uno tiene lo stato suo fondato 20 

quelli lo fecero grande con 1' armi, esso con la bontä 1. R le bontä 1-2. C L 
R et altre sua infinite P et altre sue virtü 

3. L IC sunt C Quante sieno le sorti de la militia F Di quante ragione 
sia la militia b Quante siano le spezie della milizia P b et de soldati mer* 
cennarii 4-5. M de principati 5. L P preposi 7. b monstri 8. b acqui- 
starli mi resta C solo ora 10. b abbian 12. B [C] b di necessitä conviene 
13. M stati sono 14. B C R non possono b non possono buone 15. B b che 
siano 19. C L F R . auxiliarie B auxiliarii M auxiliari 



Mutando U quäle in del quäle b Tha riferito senz'altro a Leone; ma po- 
trebbe anche intendersi: il quäle pontificato, 

3. sint. B ed R portano sint: neir indice de^capitoli preposti a L v^ö 
sint : al Cap. I, unanimemente, si legge Quot sint Preferisco dunque il sog- 
giuntivo grammaticalmente piü esatto. 

12. conviene. In C di necessitä b ginnta marginale, e tale puö essere 
stata anche nel protot. di B b. 



r~ 



56 IL PRINCIPE 

in sulle arme mercennarie, non stara mai fermo ne sicuro; per- 

' ^che le sono _disunit e, arnbiaioaß, ^jinza^discipliua» infidßle^. ga- 
gliarde fra li amici, fra' nimici vile ; non timore di Dio, non 
fede con li uomiui; e tanto si differisce la ruina, quanto si 

6 differisce Passalto; e nella pace se^ spogliato da loro, nella 
guerra da^ nimici. La cagione di questo e, che le non hanno 
altro amore ne altra cagione che le tenga in campo, che un 
poco di stipendio, il quäle non e sufficiente a fare che voglino 
morire per te. Vogliono bene esser tua soldati mentre che tu 

10 non fai guerra, ma, corae la guerra viene, o fuggirsi o andar- 
sene. La quäl cosa doverrei durare poca fatica a persuadere, § 3 
perche ora la ruina di Italia non e causata da a ltro, che per 
essere in spazio di mplti apni riposatasi in suUe .armfi-jneixeur 
narieT Le quali feciono giä per qualcuno qualche progresso, e 

15 pafevano gagliarde iufra loro ; ma, come venne el forestiero, 
le monstrorono quello che eile erano. Onde che a Carlo re di 
Francia fu licito pigliare la Italia col gesso : "e chi cticeva 
come e' n' erano cagione e' peccati nostri, diceva el vero ; ma 
non erano giä quelli che credevä, ma questi che io ho nar- 

20 rati: e, perche elli erano peccati di principi, ne hanno patito 
la pena aucora loro. 

Io voglio dimostrare meglio la infelicitä di queste arme. § ^ 
E' capitani mercennarii, o sono uomini eccellenti, q no :^ se 
sono, non te ne puoi fidare, perche sempre aspireranno alla 

25 grandezza propria, o con Io opprimere te che li se' patrone, 
o con opprimere altri fuora della tua intenzione: ma, se non 

3. C R fra li ialmici b fra gli inimici vili, non hanno timor 6. b cbe 
non hanno 7. M Io teng^a 8. P stipendio che non ö B che le b che li 
H vogliono P fare voglino 10. C Ria viene 11. B doveva 12. b non ö ora 
causata da altra cosa, 13. H essere spazio P essersi .... riposata 14. c 
L P R per alcuno 16. R , monstrorono b eile B P che erano. M b 
che r erano. 17. H fu lescito . B P b pigliare Italia 18. CR come di questo 
erano B come erano b che n* erän 19. b credevan, b narrato: 20. R 
ellino b gli eron 24. R aspirano 26. B b con Io C ma, se non ö [il capi- 
tano] virtuose 

3. vile, non timore di Dio ece. Non ^ possibile che hanno di b sia stato 
tralasciato da tntti i trascrittori; e si deve pensare ad un « ^ tra loro » 
taciuto: la quäle ellissi, frequeute negli scrittori latini, ^ portata qui, per 
effetto stilistico, dalla rapida, quasi passionata, enumerazione. 

26. se non 6 virtuoso. La giunta marginale di capitano in G 6 facile 
correzione, portata anche dalla Giuntina, della constructio ad synesin, per 



4 



IL PRINCIPE B7 

e virtuoso, ti rovina per lo ordinario. E, se si responde che 
qualunque arä le arme in mano, fara questo, o mercennario 
o no, replicherei' come l'arme hanno ad essere operate o da 
uno principe o da una repubblica.JEl principe debbe- andare in 
p erson a, e faxe_?uLIlQ£fiziü_ deLcapitano ; la repubblica ha a 5 
niandare sua cittadini; e, quando ne manda uno che non 
riesca valente uomo, debbe cambiarlo ; e, quando sia, tenerlo 
con le leggi che non passi el segno. E per esperienzia si vede 
a' principi soli e republiche armate fare progressi grandissimi, 
et alle arme mercennarie non fare mai se non danno. E con lo 
piü difficultä viene alla obedienzia di uno suo cittadino una * 
repubblica armata di arme proprie, che una armata di arme^ 
§ 5 esterne. Stettono Roma e Sparta molti secoli armate e libere. 
Svizzeri sono armatissimi e liberissimi. Delle arme mercennarie 
antiche in exemplis sono Cartaginesi; li quali furono per essere i^ 
oppressi da^ loro soldati mercennarii^ finita la prima guerra con 
li Romani, ancora che Cartaginesi avessino per eapi loro pro- 
prii cittadini. Filippo Macedone fu fatto da^ Tebani, dopo la 
morte di Epaminunda, capitano delle loro gente; e tolse loro, 
dopo la vittoria, la libertä. Milanesi, morto el duca Filippo, «o 

1. C respondessi 2. C L P R b questo medesimo, 3. M b adoperate 5. b 
a far lui b ha da 7. b valente debbe 9. b i principi soli et Republicha ar- 
mate 10. M b et le arme 12-13. b armi forestiere. 13. b Sterono 14. b 
liberalissimi. 15. b per essempio vi sono li B sono e 16-17. P R con Ro- 
mani 17. b capitani 19. b de la lor 20. b I Milanesi 

cui dal soggetto plar. (E' capitani, p. 56, r. 23) il Machiavelli h passato 
a im singolare agevole a sottintendere. 

2. questo. Non pare una chiOBa, punto necessaria, la giunta di medesimo 
in C L P R b? 

3. operate fu, per maggior chiarezza corretto in adoperate da M e b. 
JiielVÄrte della Guerra (Autografo, c. 7, rette) leggo: debbe operare per 
capi in luogo di < adoperare ». 

8-10. si vede a' principi... fare... et aiie arme... non fare. Per questo co- 
strutto, che 6 vezzo elegante di nostra lingua, mal corretto da b prima e 
da M e b poi, yedi quanto ne dicono il Gherardini in Voci e Maniere, A, § 9, 
e il Diez in Orammatik der Bomanischen Sprache j v. in, p. 128 e il Blanc 
in Grammatik der Italianiscken Sprache, p. 486 e 553: e basti ricordare il 
clasBico esempio di Dante, Inf. viii, 58: € Dopo ciö poco, vidi quelle stra- 
zio Far di costui alle fangose genti ecc. ». Anche al c. XVI del Principe 
si legge: noi non abbiamo veduto fare grandi cose se non a quelli che 
sono stati tenuti miseri. 



58 IL PRINCIPE 

soldorono Francesco Sforza contro a' Viniziani; il quäle, supe- 
rati 11 inimici a Caravaggio, si congiunse con loro per oppri- 
mere e^ Milanesi sua patroni. Sforzo suo padre, sendo soldato 
della regma Giovanna di Napoli, la lascio in un tratto disar- 

5 mata; onde lei, per non perdere el regno, fu constretta git- 
tarfei in grembo al re di Aragonia. E, se Viniziani e Fiorentini § 6 
hanno per lo adrieto cresciuto l'imperio loro con queste arme, 
6 li loro capitani non se ne sono per5 fatti principi, ma li 
hanno difesi, respondo che Fiorentini in questo caso sono suti 

10 favoriti dalla Sorte ; perche de' capitani virtuosi, de' quali po- 
tevano temere, alcuni non hanno vinto, alcuni hanno avuto 
opposizione, altri hanno volto la ambizione loro altrove. Quello 
che non vinse fu Giovanni Aucut, del quäle, non vincendo, 
non si poteva conoscere la fede; ma ognuno confessera che, 

15 vincendo, stavano Fiorentini a sua discrezione. Sforza ebbe 
sempre, e' Bracceschi contrarii, che guardorono 1' uno l'altro : 
Francesco volse V ambizione sua in Lombardia ; Braccio contro 

alla Chiesa et il regno di Napoli. Ma vegniamo a quello che 

e seguito poco tempo fa. Feciono Fiorentini Paulo Vitelli _ 
\ / 20 loro capitanOj uomo prudentissimo, e che di privata fortuna _ 
' " aveva presa grandissima reputazione. Se costui espugnava 
Pisä^ veruno fia che nieghi come conveniva a' Fiorentini stare 
seco; perche, se fussi divenfcato soldato di loro nimici, non 
avevano remedio ;^,^er-afi_lo_tfinfiYanOi aveano ad ob edirlo. V i- § "^ 

25 niziani, se si considerrä e' progressi loro, si vedrä quelli avere 
_, securamente e gloriosamente operato, mentre ferono la guerra _ 

2. M e nimici 4. P dalla regina P a un tratto 6. b se i 7. B b adcre- 
sciuto per V adrieto P accresciuto 9. b che li C b stati 9-10. R suti di- 
fesi dalla 10. b li quali 12. b opposizioni H hanno voluto b 1' ambizioni 
13. b Acuto 14. B C R b confessa 15. P Fiorentini stavano 16. b che guada- 
gnaroDO Tun Taltro 17. b la 19. b Pavol 21. B b preso reputazione gran- 
dissima. 22. b nessuno B b sarä C P R a' Fiorentini conveniva 23.. b 
de' lor 24. C R b ; e tenendolo avevano P tenevano ad obedirlo. B E b l 
25. C M P R si considerranno b si considera 26. b sicuramente e gloriosa- 
mente avere operato mentre che fecion guerra i lor propra C R feciono 

24. 8, se io tenevano. lo penso che la yicinanza deHre imperfetti susse- 
gnentisi abbist fatto si, che tanto il protot. di C R quanto b ne hanno cor- 
retto uno nel gerundio tenendolo. 

25. 81 considerrä. Cfr. la nota al G. ni (p. 9, r. 16). 



IL PRINCIPE 69 

loro proprii : che fu avanti che si volgessino con le imprese 
in terra : dove co' gentili uoinini e con la plebe armata ope- 
rorono virtuosissimamente ; ma, come cominciorono a com- 
battere in terra, lasciorono questa virtü, e seguitorono e^ co- 
stumi di Italia. E nel principio dello augumento loro in terra, ^ 
per non vi avere molto stato e per essere in grande repu- 
tazione, non aveano da temere molto de^ loro capitani; ma, 
come ellino ampliorono, che fu sotto el Car mignola, ebbono 
uno saggio di questo errore. Perche, vedutolo virtuosissimo, 
battuto che ebbono sotto el suo governo el duca di Milano, «► 
e conoscendo da altra parte come elli era raffreddo nella 
guerra, iudicorono con lui non potere piü vincere, perche 
non voleva, ne potere licenziarlo per non riperdere cio che 
aveano acquistato: onde che furono necessitati, per assicu- 
rarsene, ammazzarlo. Hanno di poi avuto per loro capitani i^ 
Bartolomeo da Bergamo, Ruberto da S. Severino, Conte di 
Pitigliano, e simili; con li quali aveano a temere della per- 
dita, non del guadagno loro : come intervenne di poi a Vailä, 
dove, in una giornata, perderono quello che, in ottocento anni, 
con tanta fatica, avevano acquistato. Perche da queste arme so 
nascbno solo e' lenti, tardi e deboli acquisti, e le subite e 
miraculose perdite. E, perche io sono venuto con questi esempli 

1-2. H coUe imprese loro in terra: 2, B con H con li b dove comuni 
gentil homini 2-3. H con la plebe operorono 3. M b virtuosamente 4-6. B 
combattere in terra per non vi avere 4. H seguirono 6. R molto e 7. b i 
lor 8. B elli b essi F come ampliorono 10. L che loro ebbono U. b 
dair altra B elli raffredo . H rafredato b freddo 12. B b iudicorono non 
poter piü vincere con lui C B iudicorono non potere con lui vincere piti L iu- 
dicorono non potere con lui piü vincere 12-14. b perchä non voleva; nä potean 
licentiarlo per non perder ciö che avevon acquistato. 14-15. C B amazarlo per 
assicurarsene. b assicurarsi 15. b lor capitano 17. B b da temere 18. L 
P poi 20. b tante fatiche, 21. C R e deboli lenti et tardi 



12. iudicorono con lui non potere piü vincere. Cosi leggono M e P, mss. 
di famiglie diverse; ed io credo che, sembrando poco naturale la coUoca- 
zione di con lui subito depo iudicorono, tanto L quanto 11 protot. di Bb^ 
e qnello di CR Pabbiano accostato piü al suo verbo vincere, ma tutti in 
ordine differente. 

13. voleva... potere... riperdere. Non intendo perche la Testina, seguita 
poi da tutti, abbia mutato in volevan, che sarebbe contro 11 buon senso; ne 
che cosa abbia indotto b a mutare in potean V Inf. potere dipendente, senza 
amblgultä, da iudicorono, e riperdere in per der e (cfr. C. V, p. 22, r. 16). 



1 



60 IL PRINCIPE 



in Italia, la quäle e stata governata molti anni dalle arme i 

mercennarie, le voglio discorrere, e piii da alto, acciö che, 

veduto r origine e progressi di esse, si possa meglio cor- 

reggerle. i 

5 Avete dunque nd intendere come, tosto che in questi ul- § 8 

timi tempi lo imperio cominciö ad essere ributtato di Italia, 
e che il papa nel temporale vi prese piii reputazione, si di- 
vise la Italia in pid stati; perche molte delle cittä grosse 
presono V arme contro a' loro nobili, li quali prima favoriti 

10 dallo imperatore, le tennono oppresse; e la Ghiesa le favo- 
riva per darsi reputazione nel temporale; di molte altre e' 
loro cittadini ne diventorono principi. Onde che, essendo ve- 
nuta r Italia quasi che nelle mani della Chiesa e di qualche 
Repubblica, et essendo quelli preti e quelli altri cittadini usi 

15 a non conoscere arme, cominciorono a soldare forestieri. El 
primo che dette reputazione a questa milizia, fu Alberigo da 
Conio, romagnolo. Dalla disciplina di costui discese, intra li 
altri, Braccio e Sforzo, che ne' loro tempi furono arbitri di 
Italia. Dopo questi, vennono tutti li altri, che fino a' nostri 

20 tempi hanno governato queste arme. Et il fine della loro 
virtii e stato, che Italia e suta corsa da Carlo, predata da 
Luigi, sforzata da Ferrando e vituperata da' Svizzeri. L'or- §9 
dine che ellino hanno tenuto e stato, prima, per dare repu- 
tazione a loro proprii, avere tolto reputazione alle fanterie. 

25 Feciono questo, perche, sendo sanza stato et in sulla indu- 
stria, e' pochi fanti non davono loro reputazione, e li assai 

1. B molti anni governata b giä molti 2. B R b discorrere piA 3. 
C R Teduto lo origine di epse et li progressi loro, 3-4. b vedute le origini . . . 
si possin meglio correggere. 5. b Avete da M adunque 5-6. L R tempi Ul- 
timi 9. b contro i 10. B c R b le tenevano 11. C piiü reputazione 13. C 
quasi ne le b quasi in mano della 15. b incomiuciorno Id. R a queste 
arme, 17. B b Como« 19. b venero 19-20. C fino ne tempi nostri SO. B b 
rarme di Italia. H lärme in Italia. 20-21. B b delle loro virtti 21. B b che 
quella ö H chella ö L P R b stata 22. R forzata 23. F che hanno 
€ b che loro hanno B M che gli hanno 24. P averla tolta 25. b essendo 

20-21. queste arme... Italia. Tra la lezione di G L P B e qnella di B b ed 
M (pure ammettendo che ambedue potettero uscire in due trascrizioni di> 
verse dalla penna del Mach, stesso) preferisco la prima, solo perchö B b 
ed M, differendo lievemente, sembrano mostrare un^opera di correzione 
de'copisti medesimi. 



IL PRINCIPE 61 

non potevono nutrire ; e perö si ridussono a' cavalH, dove con 
numero sopportabile erono nutriti et onorati. Et erono ridotte 
le cose in termine, che in uno esercito di ventimila soldati 
non si trovava dumila fanti. Aveyano, oltre a questo, usato 
ogni industria per levare a se et a^ soldati le^ fatica e la paura, & 
non si ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e 
sanza taglia. Non traevano la notte alle terre; quelli delle 
terre non traevano alle tende; non facevano intorno al campo 
ne steccato ne fossa; non cainpeggiavano el vemo. E tutte 
queste cose erano permesse ne^ loro ordini militari, e trovati lo 
da.loro per fuggire, come e detto, e la fatica e li pericoli: 
tanto che li hanno condotta Italia stiava e yituperata. 

[xra] 
De militibus auxiluriis, mixtis et propriis 

§ 1 L^arme ausiliarie, che sono Taltre arme inutili, sono quando 

si chiama uno potente, che con le arme sna ti venga ad 15 
aiutare e defendere: come fece ne' prossimi tempi papa lulio, 
il quäle, avendo visto nella impresa di Ferrara la trista pruova 
delle sua arme mercennarie, si volse alle ausiliarie ; e convenne 
con Ferrando re di Spagna che con le sua gente et eserciti 
dovesse aiutarlo. Queste arme possono essere utile e buone so 
per loro medesime, ma sono per chi le chiama quasi sempre 
dannose; perche, perdendo, rimani disfatto, vincendo, resti 

§ 2 loro prigione. Et ancora che di questi esempli ne siano piene 
Pantiche istorie, non di manco io non mi voglio partire da 

3. B termini, L F che uno 4. b si trovavan duo milia 5. b levar via 
P b la paura et la fatica, 7. b di notte B quelle 7-8. C L P R della terra 
8. b di notte alle tende; 11.0 R e li pericoli e la fatica: b et pericoli: 18. 
R ellino b essi M ritalia 

13. P De' soldati auxiliarii: delli auxiliarii et proprii insieme et de* propra 
soll b De* soldati auxiliarii misti e proprii 15-16. M con le sua arme ti 
venga ad difendere: 20. K buone et utili 21. R ma per B P b le chiama 
sempre 22. B H rimane b e vincendo M resta 23. H ne sia pieno 24. 
M io non voglio 

22. rimani... resti. II disaecordo di B e M sn reati toglie ogni valore al 
precedente aceordo bu rimane, e conferma la bontä della lezione accettata. 



r 



62 IL PRINCIPE 

questo e&femplo fresco di papa lulio II ; el partito del quale non 
posse essere manco considerato, per volere Ferrara, cacciarsi 
tutto nelle mani d^uno forestiere. Ma la sua buona fortuna 
fece nascere una terza cosa, accib non cogliessi el frutto della 

« sua mala elezione: perche, sendo 11 ausiliari sua rotti a Ra- 
venna, e surgendo e' Svizzeri, che cacciorono e' vincitori fuora 
d^ogni opinione e sua e d^altri, venne. a non rimanere pri- 
gione delli inimici, sendo fugati, ne delli ausiliarii sua, avendo 
vinto con altre arme che con' le loro. Fiorentini, sendo al 

io tutto disarmati condussono diecimila Franzesi a Pisa per 
espugnarla: per il quale partito portorono piü pericolo, che 
in qualunque tempo de' travagli loro. Lo imperatore di Con- 
stantinopoli, per opporsi alli sua vicini, misse in Grecia die- 
cimila Turchi; li quali, finita la guerra, non se ne volsono 

t5 partire: il che fu principio della servitü di Grecia con li in- 

j^ fideli. fColui, adunque, che vuole non potere vincere, si vaglia § 3 

di queste arme, perche sono molto piü pericolose che le mer- 

cennarie : perche in queste e la ruina fatta ; sono tutte unite, 

tutte volte alla obediepzia di altri: ma nelle mercennarie, ad 

^0 ofPenderti, vinto che le hanno, bisogna piii tempo e maggiore 
occasione, non sendo tutto uno corpo, et essendo trovate e 
pagate da te; nelle quali uno terzo che tu facci capo, non 
pu6 pigliare subito tanta autoritä che ti offenda. In somma, 
nelle mercennarie fe piü pericolos a la igna via, nelle ausiliarie 

25 la virtü. 

1. B R di lulio 1-3. b essempio di papa lulio II quale h ancor fresco, il 
partito del quale non potä esser manco considerato, per volere Ferrara, mett«n- 
dosi tutto 4. b causa, 10. C R condussono a Pisa dieci mila Franzesi 11. 
b portonno 11-12. B , di qualunque 13. B mise 15. b de la Grecia 16. H 
che non volle potere vincere 17. B le sono 18. b fatta non tutte 20. M bi- 
sogna vinto che le hanno b e migliore 21. R , sendo tutte 22-23. H capo, 
pu6 23. P subito pigliare 24. b la ignavia et pigrizia al combattere, nelle au- 
siliarie 0, et nelle » 

2-3. cacciarsi tutto. II gerundio mettendosi tutto, correzione evidente di 
b, h falso grammatiealmente, e toglie tutto il vigore e il rilievo che, dalla 
lunga interposizione e dalla collocazione in fondo al periodo, risultano a 
questo cacciarsi, infinite appositivo di partito* 

24. la ignavia. La giunta di b 6 pigrizia al combattere ha tatta Taria di^ 
una chiosa, e toglie di rapiditä e vigore alla sentenza; la quale anche dal 
^ifo h resa cosi speditamente: Hinc evenit ut mercenarii oh ignaviam^ 
auxiliares oh potentiam periculosi sint (Cfr. Op. cit. L. II, c. VI). Anche 



IL PRINCIPE 63 

§ 4 Uno principe, per tanto, savio, sempre ha fuggito queste 

arme, e voltosi alle proprie ; et ha volsuto piü tosto perdere 
con li sua, che vincere con li altri, iudicando non vera vit- 
toria quella che con le arme aliene si acquistassi. lo non du- 
bitero mai di allegare ^esare Borgia e le sue azioni. Questo 
duca intro in Romagna con le arme ausiliarie, conducendovi 
tutte gente franzese, e con quelle prese Imola e Furli. Ma, 
non li parendo poi tale arme sicare, si volse alle mercennarie, 
iudicando in quelle manco pericolo; e soldö li Orsini e Vi- 
telli. Le quali poi nel maneggiare trovando dubie et infideli e 10 
periculose, le spense, e volsesi alle proprie. E puossi facil« 
mente vedere che differenzia e itffra 1' una e V altra di queste - 
arme, considerato che differenzia fu dalla reputazione del duca, 
quando aveva Franzesi soli e quando aveva li Orsini e Vitelli, 
a quando rimase con li soldati sua e sopr^ a se stesso: e i5 
sempre si troverrä accresciuta: ne mai fu stimato assai, se 
non quando ciascuno vidde che lui era intero possessore delle 

^ 5 sua armCs^ lo non mi Yolevo partire dalli esempli italiani e 
freschi: tarnen non voglio lasciare indrieto lerone Siracusa- 
no, sendo uno de^ soprannominati da mer, Costui, come io dissi, 20 
fatto da' Siracusani capo delli eserciti, conobbe subito quella 
milizia mercenaria non essere utile, per essere conduttieri 
fatti come li nostri italiani; e, parendoli non li possere te- 
nere ne lasciare, li fece tutti tagliare a pezzi: e di poi fece 

guerra con le arme sua e non con le aliene.. Yoglio ancora 86 

j 

1. H Per tanto uno principe R ha sempre fuggito 2. b e voluto 3. 
b con Taitrui 4. b le arme d* altri si 7. P franzese con le quali prese 10. 
L Li 11. F pericolose, spense 12. R che differenzia sia iutra 15. H b et 
quando rimase sopra so b sopra di s4 16. b si troverä sempre C R 
n6 mai si troverrä stimato 17. b vedde ch*egli 19. b pur voglio non lasciar 
■20. b come di giä dissi 21. b dalli 22. b conduttori 23-24. C R non 11 po- 
kere lassare n6 teuere ^ 24. B P R pezi: di poi 25. R sua non b con V altrui. 



11 Bnonaccorsi, probabile trascrittore di L, vi scrisse in margine: In mer- 
cenariis ignavia, in auxiliariis virtus saspecta est. 

. 15. a quando. Mab, correggendo in et quando, mostrarono di non avere 
inteso V ellissi < alla reputazione che il duca aveva quando » e lasciarono 
«ospeso che differenzia fu dalla reputazione (r. 13). 

25. Gon le aliene fn corretto in con le altrui da b, insofferente de' la- 
iinismi. Anche al r. 4 aliene fu mutato in d'altri. 



64 IL PRINCIPE 

ridurre a memoria una figura del testamento vecchio fatta 
a questo proposito. Offerendosi David a Saul di andare a com- 
battere con GoHa, provocatore filisteo, Saul, per darli animo, 
r armö del^arme sua: le quali, come David ebbe indosso, 
recusö, dicendo con quelle non si potere bene valere di se 
stesso, e perö voleva trovare el nimico con la sua fromba e 
con il suo coltello. In fine Parme d'altri, o le ti caggiono 



di dosso , o le ti pesano, o le ti_stringano. Carlo VII, padre § ^ 
del re Luigi XI, avendo con la sua fortuna e virtü libera 

10 Francia dalli Inghilesi, conobbe questa necessitä di armarsi 

di arme proprie, et ordino nel suo regno Tordinanza delle 

> gente d'arme e delle fanterie. Di poi, el re Luigi suo figliuolo 

spense quella de^ fanti, e cominciö a soldare Svizzeri: il quäle 

errore, seguitato dalli altri, e, come si vede ora in fatto, ca- 

15 gione de' pericoli di quello regno. Perche, avendo dato repu- 
tazione a Svizzeri, ha invilito tutte Tarme sua; perche le 
fanterie ha spento e le sua gente d'arme ha obligato alle 
arme d'altri; perche^ sendo assuefa,tte a militare con Sviz- 
zeri, non pare loro di potere vincere sanza essi. Di g[ui nasce 

20 che Franzesi contro a Svizzeri non bastano, e sanza Svizzeri . 
contro ad ..altri non pruovano. Sono dunque stati li eserciti 
di Francia ^misti^parte mercennarii, e parte ^roprii: le quali 
arme tutte insieme sono molto migliori che le semplici au- 
siliari o semplici mercennarie, e molto inferiore alle proprie. 
, 25 E basti lo esemplo detto ; perche el regno di Francia sa- 
rebbe insuperabile, se 1' ordine di Carlo era accresciuto o pre- 

5. M ben volere di se 7. R b In somma Varme P d'altrui, b ca- 
scon 9. R b liberata 11. b r ordinanze 12. P et fanterie. 16-17. c M P R 
perch4 ha spento le fanterie 17. [0] H fanterie in tucto M et obligato le sua 
gente d'arme C R et le gente d*arme sua 17-18. alle virtA d'altri; 18. 
b assuefatti 19. R da potere 21. b adunque Sono dunque fratti li 
eserciti 23. K molte 23-24. b mercenarie o le semplice ausiliarie 24. R o le 
L simplice 



9. libera. G ß b banne mutato in liberata per non parer cbiara libera^ 
che in tal senso si riscontra anche nelle Ist Fior, n, 13. 

16-17. le fanterie ha spento. Mi pare evidente che la vivace coUocazione 
de' dne oggetti fanterie e gente d' arme prima de' loro verbi ha prodotto 
le alterazioni di C M P R prima e di G B ed M poi. In tutto^ che in C 
h giunta marginale, non ostante sia portato anche da M, ha tutta V aria 
di nn inntile rafforzativo di ha spento. 



t 



IL PKINCIPE 65 

servato. Ma la poca prudenzia delli uomini comincia una cosa, 
che, per sapere allora di buono, non si accorge del veleno 
che vi e sotto: come io dissi di sopra delle febbre etiche. 
§ 7 Per tanto, colui che in uno principato non conosce e' mali 

quando nascono, non e veramente savio: e questo h dato a 5 
pochi. E, se si considerassi la prima niina dello imperio ro- 
mano, si troverrä esser suto solo cominciare a soldare e' Qoti; 
perche da quello principio cominciorono ad enervare le forze 
dello imperio romano; e tutta quella virtü che si levava da 
lui, si dava a loro. Concludo, adunque, che, sanza avere arme lo 
proprie, nessuno principato e sicuro, anzi e tutto obligato 
alla fortuna, non avendo virtii che nelle avversitä lo difenda. 
E fu sempre opinione e sentenzia delli uomini savi, « quod 

nihil sit tam infirmum au^instabile, q uam fama poten tiaejxon- ^ 

sua_vi nixaj>. E l'arme proprie son quelle che sono com- is 
poste di sudditi o di cittadini o di creati tua: tutte l'altre 
sono mercennarie o ausiliarie. Et il modo ad ordinäre Parme 
proprie sarä facile a trovare, se si discorrerä li ordini de' 
quattro soprannominati da me, e se si vedrä come F ilippo , padre 
di Alessandro Mag no, e come molte repubbliche e principi si 20 
sono armati et ordinati : a' quali ordini io al tutto mi rimetto* 

2-3. b non manifesta il Veleno che v' ö sotto 4-5. b Per tanto colui ch* ö in 
uno principato non conosce i mali se non quando essi nascono 6. M la prima 
cagione della ruina 6-9. B ruina dello imperio romano et tutta quella 7. c E 
esser solo M solo essere suto b si truoverä esser stato 10. H adunque 
sanza 11. B anzi tutto 12. nelle avversitä [con fede] lo defenda. 13-15. ^' 

P savi che nessuna cosa sia piü debole o piti instabil^ che la fama della potentia 
non fondata in sulle forze proprie. b savi che niente sia cosi infermo ed insta- 
bile com' h la fama della potentia non fondata ne le forze proprie. 14. C quam 
fortuna potentiae 15. B c P B sono 15-16. b cömposte di 18. P facile se si 
C M B b discorreranno 18-19. b gli ordini sopranominati 20-21. M principi 
sono 21. b mi rimetto al tutto. 



2. non si accorge. AI solito, b volle correggere in manifesta il veleno 
il forte anacolnto, che par tanto naturale. 

6. la prima ruina. La lezione di M ha tutta Taria di una chiosa al- 
TespreBsione intensiva del Machiavelli. 

13. quod nihil etc. La diversa volgarizzazione di P e b ci ö prova del- 
r originalitä, della lezione latina, che h nna sentenza, citata a memoria, 
di Tacito, Annali XHI, 19: Nihil rerum mortalium tam instabile ac fluxum 
est, quam fama potentiae non sua vi nixae, Natnralmente nixa, del testo» 
rif. ä fama invece che a potentiae h nn errore : ma io non oserö correg- 
gere il Machiavelli stesso. 

Machiavelli 5 



66 IL PRINCIPE 



[xiv] 



QirOD PRINCIPEM DECEAT CIRCA MILITIAM 

Debbe adunque uno principe non avere altro obietto ne § l 
altro pensiero, ne prendere cosa alcuna per sua arte, fuora 
della guerra et ordini e disciplina di essa; perche quella e 

6 sola arte che si espetta a chi comanda. Et e di tanta yirtü, che 
non solamente mantiene quelli che sono nati principi, ma 
molte volte fa li uomini di privata fortuna salire a quel 
grado; e per avverso si vede che, quando e^ principi hanno 
pensatb piü alle delicatezze che alle arme, hanno perso lo 

10 stato loro. E la primd cagione che ti fa perdere quello e 
negligere questa arte; e la cagione che te lo fa acquistare 
e lo essere professo di questa arte. Francesco Sforza, per § 2 
essere armato, di privato diventö duca di Milano ; e' figliuoli, 
per fuggire e' disagi delle arme, di duchi diventorono privati. 

15 Perche intra le altre cagioni che ti arreca di male lo es- 
sere disarmato, ti fa contennendo: la quäle ^ una di quelle 
infamie, dalle quali el principe si debbe guardare, come di 
sotto si dirä. Perche da uno armato a uno disarmato non e 
proporzione alcuna: e non e ragionevole che chi e armato 

so obedisca volentieri a chi h disarmato, e che il disarmato stia 
sicuro intra servitori armati. Perche, sendo nelPuno sdegno 

1. C Qaello che circa lamilitia a-un principe si conviene P Quello che s* ap- 
partenga a uno principe circa la miUtia b Quello che al principe si appar- 
tenga circa la militia 2. b Deve L P B dunque 5. C spetta b aspetta 
B Et di 6. b non solo ' 8. b ; e per contrario M si vede che principi quando 
hanno 10. F te lo fa perdere 10-11. b ö il disprezzar' questa 12. C M B 
professore 13. P b diventö di privato 13-14. b e li figli per fuggir le fatiche 
et i disagi 14. F diventarono di duchi 15. b cagioni di male che ti arreca 
B reca 17. M delle quali 19. b alcuna: e la ragione non vuole che chi 21. 
€ B intra li 

8. per avverso h latinismo curiale corretto da b; come piü sotto h 
mntato 11 classico negligere^ e pol Tiperbato intra le altre cagioni che ti 
arreca di male; e cosi via. 

12. professo. II modo latineggiante, comune per altro negli scrittori 
cinquecentisti, non bene inteso da alcnni copisti, diede luogo alla goffa le- 
zione professore di C B ed M. 



IL PRINCIPE 67 

€ nell'altro sospetto, non e possibile operino bene insieme. 
E pero; uno principe che della milizia non si intenda, oltre 
alle altre infelicitä, come e detto, non pu6 essere stimato 
da' sua soldati, ne fidarsi di loro. 
^ 3 Debbe, per tanto, mai levare el pensiero da questo eser- 5 

cizio della guerra : il che puö fare in dua modi : 1' uno con 
le opere, V altro con la mente. E quanto alle opere, oltre al 
ienere bene ordinati et esercitati li sua, debbe stare sempre 
in sulle caccie, e mediante quelle assuefare el corpo a' disagi, 
■e parte imparare la natura de' siti e conoscere come surgono lo 
e' monti, come imboccano le valle, come iacciono e' piani, et 
intendere la natura de' fiumi e de' paduli, et in questo porre 
grandissima cura. La quäle cognizione e utile in dua modi. 
r^ Prima s' impara a conoscere el suo paese, e puö meglio in- 
tendere le difese di esso, di poi, mediante la cognizione e ^^ 
. pratica di quelli siti, con facilitä comprendere ogni altro sito 
ohe . di nuovo li sia necessario speculare : perche li poggi, le 
iralli, e' piani, e' fiumi, e' paduli che sono, verbigrazia, in To- 

2. M nella B b non sUntende 5. M Non debbe mai per tanto levare b 
Non deve per tanto mai levar 6. [B] b della guerra; e nella pace vi si debba 
piü exercitare che nella [guerra; il che puö fare 7-8. b deve oltre al tener 
11. rimboccano 12. B de' paludi b delle paludi 16. puö comprende- 
re b comprende 17. C B e poggi 18. B b paludi bsono per modo di 
•dire in 



6. della guerra: il chd. Per accettare come originale la ginnta di C B b 
(in R si trova in margine, di carattere differente dal testo), bisogna cre- 
dere che da giierra sl guerra abbian saltato L P da una parte, B dalPaltra, 
ed anche M per conto suo: il che h poco probabile. D* altro canto, la giunta 
non contiene alcnn concetto necessario; pare anzi quasi una nota dichiara- 
tiva di Chi non intendeva bene come il Mach, venisse a parlare degli eser- 
cizi militari in tempo di pace senza avere esplicitamente accennato a* tempi 
di pace, altro che nel mai di sopra. Anche il Nifo, rimaneggiando la sentenza 
del Machiavelli, e scrivendo: Princeps tarn pacis, quam belli temporibus, 
nee opere nee mente a militia uno temporis momento quiescat, (op. cit. 
Lib. n, c. XI) moströ di non conoscere la maggior importanza che« secondo 
C R b, avrebbero gli esercizi in tempo di pace. E come h possibile, del 
jesto, esercitarsi in pace piü che in guerra? 

12. paduir. Anche nelle Ist Fior. n, 5 si legge padule e paduloso: 
arbitraria e dunqne paludi di B C b. 

16. comprendere dip. chiaramente da puö di sopra: h inutile quindi la 
<sorrezione di b in comprende e la ginnta di puö fatta da C. 



68 IL PRINCIPE 

scana, hanno con quelli delPaltre provincie certa similitudine : 
tal che dalla cognizione del sito di una provincia si puo 
facilmente venire alla cognizione dell'altre. E quel principe 
che manca di questa perizie, manca della prima parte che 

5 vuole avere uno capitano; perche questa insegna trovare el 
nimico, pigliare li alloggiamenti, condurre li eserciti, ordi- 
näre le giornate, campeggiare le terre con tuo vantaggio. 
Filopemene, principe delli Achei, intra le altre laude che dalli § 4 
scrittori li sono date e che, ne' tempi della pace, non pen- 

10 saya mai se non a' modi della guerra; e, quando era in cam- 
pagna con li amici, spesso si fermava e ragionava con quelli. 
— Se li inimici fussino in su quel colle, e noi ci trovassimo qui 
col nostro esercito, chi di noi arebbe vantaggio? come si 
potrebbe ire, servando li ordini, a trovarli ? se noi yolessima 

15 ritirarci, come aremmo a fare? se loro si ritirassino, come 
aremmo a seguirli? — E proponeva loro, andando, tutti e'^. 
casi che in uno esercito possono occorrere; intendeva la opi- 
nione loro, diceva la sua, corroboravala con le ragioni: tal 
che per queste continue cogitazioni non posseva mai, gui- 

20 dando li eserciti, nascere accidente alcuno, che lui non avessi 
el remedio. 

Ma, quanto allo esercizio della mente, debbe el principe § 5 
leggere le istorie, et in quelle considerare le azioni delli uomini 
eccellenti, vedere come si sono governati nelle guerre, esa- 

25 minare le cagioni della yittoria e perdite loro, per potere 

3. H a quella cognizione 0. B si sono C a tempi M ne li tempi 12. 
li fusseno in quel colle 13-14. b come sicuramente si potrebbe ire a trovarli 
servando li ordini 14. B securamente a trovarli servando li ordini 15. B da 
fare [C] K aremo a fare a seguirli 16. b preponeva M loro che andando 
SO. M che non vi avessi b che egli non vi avesse 22. M allo exercitio dell* ar^ 
me, 25. B b perdita 



14. ire, servando. La ginnta di securamente, fatta da B b, potrebbe parer 
necessaria, quando non ci fosse servando li ordini. 

15. aremmo. I mss. veramente hanno tutti Mrenio: ma, poich^ di solito 
le dopple son sempre scempie ne' mss., e considerando che poco prima v' 6 
arebhe e potrebbe, credo sia da preferire il condizionale presente al futuro 
indicativo. 

25. perdite, coordinata di le cagioni anzieht di vittoria, d lezione troppa 
difficile, perch6 ▼! si siano accordati da s^ M e C L P B. 



IL PRINCIPE 69 

queste fuggire, e quelle imitare ; e sopra tutto fare come ha 
fatto per V adrieto qualche uomo eccellente, che ha preso ad 
imitare se aicuno innanzi a lui e stato laudato e gloriato, e 
di quello ha tenuto sempre e' gesti et azioni appresso di se : 
come si dice che Alessandro Magno imitava Achille, Gesare s 
Älessandro, Scipione Giro. E qualunque legge la vita di Giro 
scritta da Senofonte, riconosce di poi nella vita di Scipione 
quanto quella imitazione li fu di gloria, e quanto nella ca- 
stita, affabilitä, umanitä, liberalita Scipione si conformassi con 
quelle cose che di Giro da Senofonte sono sute scritte. Questi lo 
simili modi debbe osservare uno principe savio, e mai ne' 
tempi pacifici stare ocioso, ma coh industria farne capitale, 
per potersene valere nelle avyersitä, acciö che, quando si 
muta la fortuna, lo truovi parato a resisterle. 

[XV] 

De HIS rebus QUIBUS HOMINES et PRAESERTIM PRINGIPES 15 

LAUDANTUR AUT VITÜPERANTUR 

§ 1 Resta ora a vedere quali debbano essere e' n aodi e go^^^ 

jerni di uno principe con sudditi o con li amici. E, perch6 
io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone 
ancora io, non esser tenuto prosuntuoso, partendomi, mas- 20 
sime nel disputare questa materia, dalli ordini delli altri, Ma, 
sendo Tintento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi 
e parso piü conveniente andare drieto alla yeritä effettuale 
della cosa, che alla immaginazione di essa. E molti si sono 
immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti 25 

1. b fuggire quelle BOB sopradtacto 3. b ö stato innanzi a lui lodato 
« glorioso 4. M et le actioni 6. B la vita di Giro sopradicto 8. P a gloria 
9. R humanitä affabilitä 10. b di Giro sono da Xenofonte scritte. State 
11. b nä mai 13-14. M la fortuna quando si muta 14. b a resistere a li suoi 
colpi. 

15-16. C Di quelle cose per le quali ii homini et presertim li principi sono lau- 
dati o vituperati F Di quelle cose che li homini et spetialmente principi sono 
laudati o biasimati b Delle cose mediante le quali gli uomini e massimamente 
i principi sono laudati o vituperati 17. b devono 18. M o con b con li C 
b e con gli amici SO. b presuntuoso 22. b essendo M Tintentione mia 
P cosa H Chi 23. p vir tu effectuale S5. M che non sono 



70 IL PKINCIPE 

ne conosciuti essere in vero. Perche elli ö tanto discosto da 
come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia 
quello che si fa per^quello che si doverrebbe fare, impara 
piü tosto la ruina che la preservazione sua : perche uno uomo, 

5 che voglia fare in tutte le parte professione di buono, con- 

viene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde e neces- 

sario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere 

^essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessitä. 

Lasciando, adunque , indrieto le cose circa uno principe § 2 

10 immaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti 
li uomini, quando se ne parla, e massime e^ principi, per es- 
sere posti piü alti, sono notati di alcune di queste qualita 
che arrecano loro o biasimo o laude. E questo e, che alcuno 
e tenuto liberale^ alcuno misero (usando uno termine toscano, 

15 perche avaro in nostra lingua e ancora colui che per rapina 
desidera di avere, misero chiamiamo noi quello che si astiene 
troppo di usare il suo); alcuno e tenuto donatare, ^Icuno 
rapace ; alcuno crudele, alcuno pietoso ; Tuno fedifrago, 1' altro 
fedele; l'uno eflfeminato e pusillanime, 1' altro feroce et ani- 

20 moso; l'uno umano, 1' altro süperbo; Puno lascivo, 1' altro 
casto; l'uno intero, 1' altro astuto; l'uno duro, 1' altro facile ; 
l'uno grave, 1' altro leggieri; l'uno relligioso, 1' altro incre- 
dulo, e simili. Et io so che ciascuno confesserä che sarebbe § 3; 
laudabilissima cosa uno principe trovarsi di tutte le sopra- 

25 scritte qualita, quelle che sono tenute buone: ma, perche non 

1. M in vero essere 2. b doverria 3. b doverria 4. M piü presto 5-6. H 
b conviene che 7-8. M imparare ad essere 8. B C F B b et non usarlo F 
seconda 9. M adunque le CQse 12. B F b alcuna 16-17. b chiamiamo quello 
che troppo si astiene aUo usar il suo 19. C b pusiUanimo , 22. M P b leggiere 
leggiero 23. b Io so 24. b sopradette 



8. usarlo . . . non usare. Kon si pu5 affermare con sicurezza che la le- 
zione accettata sia la piü vera: ma, se h facile che piü trascrittori abhiana 
aggiunto la particella pronominale quasi trascinata dal prossimo usarlo^ 
mi sembra, per contrario, assai poco probabile che i dne trascrittori di L 
e M, divers!, Tabbiano soppressa tutti e due, dove pareva cosi naturale e, 
a prima vista, necessaria. Ad ogni modo, Tellissi e la varieta si conven- 
gono piü al genio stilistico del Machiavelli. 

24. uno principe ecc. E la lezione unanime dei mss. e delle stampe an- 
tiche: ma non poche delle moderne edizioni portano: in uno principe tro- 



I 
4 



IL PRINCIPE 71 

_§i jossono^ avere, ne interamente os^ervare, p^r le jCQödizioni 
j^umane che non lo corifeentono, li e necessario essere tanto 
prudente, che sappia fuggire l'infamia di quelle che li tor- 
rebbano lo stato, e da quelle che non gnene tolgano guar- 
darsi, se elli et possibile; ma, non possendo, vi si pu5 con 5 
meno respetto lasciare andare. Et etiam non si curi di in- 
corr ere nella ^ma di quelli vizii, sanza quali p.osaa difficil- 
mente salvare lo stato; perche, se si considerrä bene tutto, 
si troverrä qualche cosa che parra virtü, e seguendola sa- 
j[ebbe la ruiiif^ Äoa,. e qualcuna altra che parrä vizio, e se- lO 
guendola ne riesce la securtä et il bene essere suo. 

[xvi] 
De liberalitate et parsimonia 

§ 1 Gominciandomi adunque alle prime soprascritte qualitä, 

dico come sarebbe bene esser tenuto liberale: non di manco, 
la liberalitä, usata in modo che tu sia tenuto, ti offende; perche, 15 

I. M le non si 3. L di queUi M di quelli [vitii] b di quella 4. 

L H B da quelli 4-5. b gliel tolgano guadagnarsene se gli ö possibile 5. 

- M seglie b possendovi, si pu6 5-6. b con minor 6. b Et ancora 7. C M 

b nella infamia b senza i quali 8. B considera 9-10. P che seguendola.... 

che seguendola 10. C viziosa, 11. b ne resulta 

12. C De la liberalitä et parsimonia P Della liberalitä et della parsimonia 
b Della liberalitä et miseria 13. M Gominciandomi alle prime 15. b che tu 
non sia temuto, 

varsi: che h correzione per nnlla necessaria, quando si consideri di tut- 
te ecc. comp, di qualitä,, e quelle ecc. apposizione reatrittiva di qualitä. 

3-4. di quelle ... da quelle. Mi par chiaro che il Mach, abbia inteso delle 
qualitä; e il turbamento e la giunta vieii di alcnni mss. devono essere de- 
rivati dal non aver subito compreso il riferimento a ciö che precede, e 
dair aver guardato piü a^ vieii che seguono, poco innanzi (r. 7). 

7. fama. Lezione piü facile e infamia di C M b, e perö da esclndere. 
Del resto, fama, nella lingua nostra, h usata anche in cattivo senso. 

9-10. 8 seguendola . . . e seguendola. La correzione di P c^e . . . che, toglie 
di yigore e speditezza airespressione, ne ha ragion d* essere alcuna.. 

15. tenuto. II h, non avendo inteso il concetto del Mach., o avendo letto 
male, stampd temuto, a cni aggiunse una negativa, per dare nn certo senso 
al testo: la qnal negativa fu tolta dalla Giuntina e Testina, che non ci ca- 
pivano nnlla; ma temuto rimase in quelle e nelle successive edizioni. 



72 IL PRINCIPE 

se ella si usa yirtuosamente e come la si debbe usare, la 
non fia couosciuta, e non ti cascherä rinfamia del suo con- 
trario. E perö, a volersi mantenere infra li uomini el nome 
del liberale, e necessario non lasciare indrieto alcuna qualitä 

5 di suntuositä; talmente che, sempre, uno principe cosf fatto 
consumera in simili opere tutte le sua facultä ; e sarä neces- . 
sitato alla fine, se si vorrä mantenere el nome del liberale, 
gravare e' populi estraordinariamente et essere fiscale e fare 
tutte quelle cose che si possono fare per avere danari.,11 che 

10 comincerä a farlo odioso con sudditi, e poco stimare da nes- 
suno, diventando povero; in modo che, con questa sua libe- 
ralitä, avendo oflFeso li assai e premiato e' pochi, sente ogni 
primo disagio, e periclita in qualunque primo periculo: il che 
conoscendo lui, e volendosene ritrarre, incorre subito nella 

15 infamia del misero. Uno principe, adunque, non potendo usare § 2 
questa virtii del liberale sanza suo danno, in modo che la 
sia conosciuta, debbe, s' elli e prudente, non si curare del 
nome del misero: perche col tempo sarä tenuto sempre pid 
liberale, veggendo che con la sua parsimonia le sua intrate 

20 li bastano, puö defendersi da chi li fa guerra, puö fare im- 
prese sanza gravare e' populi ; talmente che yiene ad usare 
liberalitä a tutti quelli a chi non toglie, che sono infiniti, e 
Uiiseria a tutti coloro a chi non da, che sono pochi. Ne' no- 
stri tempi noi non abbiamo veduto fare gran cose, se non 

25 a quelli che sono stati tenuti miseri; li altri essere spenti. . 
Papa lulio II, come si fu servito del nome del liberale per 

1. B C B b la si usa L ella si debbe C H debba 1» deve 2. b non ti 
cadrä 3. M volendosi mantenere 4. B C F K di liberale 6-7. c B necessitato 
se si Torrä mantenere alla fine el nome 7. b s' el si vorrä B C P B di liberale 
9. C B tutto quello che si pu6 fare 10. b comincia .... con li sudditi b da 
ciascuno 11. M divenendo 11-12. B b avendo con questa sua liberalitä offeso 
12. b offeso molti M premiato pochi 14. M volendosene rimanere 15. H Non 
potendo adunque un principe usare 22. b la liberalitä 24. b abbian visto 
25. a coloro che 2Ö. B C B b di liberale 

L* espressione non h per nnlla oscura; e qael che segne conferma che il 
Mach. Yoleva ammonire, che non bisogna usare qnella liberalitä manifesta, 
del donare a tutti e scinpare, per cai ta se* tenuio liberale. (Cfr. p. 72, r. 18). 
26. del liberale, che si ripete piü innanzi, come del misero^ ö la lezione 
portata sempre da* migliori mss. e talvolta da tutti. Ma non h portata sem- 
pre, n^ sempre da'migliori mss., Taltra di liberale, di misero. 



IL PRINCIPE 73 

aggiugnere al papato, non pensö poi a mantenerselo per po- 
tere fare guerra al re di Francia: et ha fatto tante guerre 
sanza porre uno dazio estraordinario a' sua, perche alle su- 
perflue spese ba sumministrato la lunga parsimonia sua. El 
re di Spagna presente, se fussi tenuto liberale, non arebbe s 
fatto ne vinto tante imprese.^ 

§ 3 Per tanto, uno principe debbe existimare poco, per non 

avere a rubare e' sudditi, per potere defendersi, per non di- 
ventare povero e contennendo, per non essere forzato di di- 
ventare rapace, di jncorrere nel nome del misero; perche que- lo 
sto e uno di quelli vizii che lo fanno regnare. E, se alcuno 
dicessi : Cesare con la liberalitä pervenne allo imperio, e molti 
altri, per essere stati et essere tenuti liberali, sono venuti a 
gradi grandissimi : respondo : o tu se' principe fatto, _o tu se' 
in via di acquistarlo. Nel primo caso, questa liberalitä e dan- is 
nosa: nel secondo h bene necessario essere tenuto liberale. 
E Cesare era uno di quelli che voleva pervenir e al principato 
di Roma; ma, se, poi che vi fu venuto, fussi sopravvissuto e 
non si fussi temperato da quelle spese, arebbe destrutto quello 
imperio. E, se alcuno replicassi: molti sono stati principi, e 20 
con li eserciti hanno fatto gran cose, che sono stati tenuti 
liberalissimi : ti respondo : el principe spende del suo e de' 
sua sudditi, o di quello d' altri. Nel primo caso debbe essere 
parco ; nell' altro non debbe lasciare indrieto alcuna parte di 

§ 4 liberalitä. E quel principe che va con li eserciti, che si pasce 25 
di prede, di sacchi e di taglie, maneggia quel di altri, li e 
necessaria questa liberalitä; altrimenti non sarebbe segulto 

2. C guerra. II re di Francia ha fatte tante guerre M Francia presente 
3. b estraordinario, perchö 4. P b sua parsimonia. 6. M n4 facto n6 vinto 
7. C b stimar 9. b forzato diventar 10. B B b di misero 12. M prevenne 
14. H a grandissimi gradi: 16. H necessario ad essere et essere tenuto 20-22. 
P molti sono stati tenuti liberalissimi 21. H e nelli eserciti B grande 22-23. 
B di sua R di M del suo di quello d' altri 24. B b parte alcuna 26. 
b e maneggia 27. P non saria 

2. al re di Francia: et ha. La lez. del C, per cui si attribuisce al re 
di Francia eiö che 11 Mach, intese di papa luUo II, non pnö essere che 
falsa Interpret, del trascrittore. Secondo la storia, infatti, Luigi XII co- 
minciö a gnerreggiare solo nn anno (1499) dopo la sua elezione, ma Giulio II 
dopo sei anni (1509). Di chi dunque la lunga parsimonia ? 



74 IL PRINCIPE 

da' soldati. Ejii_^ello che non ^ tuo o di sudditi tua si p uo 

..5§5^?_P^Ai??S5J?£!^*^^®» ^ö^® ^^ Giro, Cesare et Älessandro ; 
perche lo spendere quello d^altri non ti toglie reputazione, ma 
te ne aggiugne; siolamente lo spendere eLt.no e.. Quello che 

5 twnjacß^ E non ci e cosa che consumi se stessa quanto la 
liberalitä; la quäle mentre che tu usi, perdi la facultä di 
usarla; e diventi o povero e contennendo, o, per fuggire la 
povertä, raggii^j^t^odioso. Et intra tutte le cosa di che uno 
principe si debbe guardare, e^lo esser^contennend^^ e 

10 la liberalita all'una e 1' altra cosa ti cönduce. Per tanto, e piii 
sapienzia tenersi el nome del misero, che partorisce una in- 
famia sanza odio, che, per volere el nome del liberale, essere 
necessitato incorrere nel nome di rapace, che partorisce una 
infamia con odio, 

[xvii] 

15 De crudelitate et pietate, et an sit melius amari 

quam timeri, vel e contra 

Scendendo appresso alle altre preallegate qualitä, dico che § ^ 
ciascuno principe debbe desiderare di esser tenuto pietoso e 



1. B di tua sudditi C b o de' tuoi sudditi 3. b non toglie 4-5. B el tuo 
ti nuoce 5. M non ö 6. b T usi 7. B C L M F B b o contennendo 8. b da 
che 10. C et a r una et a r altra B B et ad r altra b r altra di queste 
cose Ib conduci. 10-11. P £; per tanto piä sapientia ll. C B b di misero 
12. H P b di liberale 12-13. B b liberale incorrere per necessitä nel nome 

15-16. De la crudeltä et pietä: et quäl sia meglio: o esser amato o temuto: 
o veramente essere temuto o amato P Della crudeltä et pietä, o s' elli ö meglio 
esser amato che temuto, o piü tosto temuto che amato b Della crudeltä e de- 
mentia, e se egli ä meglio esser amato o temuto 15. B pietate, an 17. b De- 
scendendo b qualitä preallegate 18. b pietoso tenuto L piatoso 



7. e contennendo. Tutti i mss. e le stampe leggono o contennendo, lo 
credo necessario correggere in e queiro, che mi par trascinato dal vi eine 
povero . . . o rapace ; perch6 contennendo b conseguenza di povero, e sta 
in antitesi con et odioso conseguenza di rapace; e di sopra, al r. 9 della p. 73, 
si legge povero e contennendo, nnanimemente, non povero o contennendo. 
Forse errö il Machiavelli stesso, scrivendo o; ma V intenzione sna doveva 
essere diversa. 



IL PRINCIPE 76 

^on crudele : non di manco debbe avvertire di non usare male 
questa pieta. Era tenuto Gesare Borgia crudele; non di manco, 
quella sua crudeltä ayeya racconcia la Romagna, unitola, ridot- 
tola in pace et in fede. U che se si considerra bene, si vedrä 
quello essere stato molto piii pietoso che il populo fiorentino, 5 
il quäle per fuggire el nome di crudele lasciö destruggere Pi- 
atoia. JOebbe, per tanto, uno principe non si curare della infa- 
^^jaaia di^crudele, per teuere e'sudditi sua uniti et in fede: perche 
con pochissimi esempli sara pid pietoso che quelli, e^ quali, 
per troppa pietä, lasciono seguire e' disordini, di che ne nasca lo 
occisioni o rapine : perche queste sogliono ofiPendere una uni- 
versalitä intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe 
.^flfendono uno particulare. Et infra tutti e' principi, al principe 
nuovo e impossibile fuggire el nome di crudele, per essere 
li stati nuovi pieni di pericoli. E Virgilio nella bocca di Di- is 
done dice: 

Res dura, et regni novitas me talia cogunt 
Moliri, et late fines custode tueri. 

Non di manco, debbe esser grave al credere et al muo- 
yersi, ne si fare paura da se stesso, e procedere in modo 20 
temperato con prudenzia et umanitä, che la troppa confidenzia 
non lo facci incauto e la troppa diffidenzia non lo renda in- 
tollerabile. 
§ 2 Nasce da questo una disputa: s^ elli e meglio essere amato 

che temuto, e converso. Respondesi, che si vorrebbe essere »^ 

1. F nondimeno 3. M racconcia Roma^a 8. B li b i 9. P li quali 
10. 1» disordini, onde naschino 11. B e b universitä 11-12. C universalitä in 
terra, 12-13. M principe uno 13. P tutti principi 15-16. b ; onde Virgilio 
per la bocca di Didone escusa le inumanitä del suo regno per esser quel nuovo 
dicendo: 18. B molire 19. b Non di meno deve B credersi 19-20. H mo- 
yersi et procedere 24. M di questo M b se glie 25. b che temuto, o te- 
muto che amato. Respondesi M Respondoti 

15. 8 Virgilio ecc. La Innga giunta di h e inntilissima chiosa, che ripete 
11 concetto precedente e qnanto si dice ne* yersi di Virgilio. 

' 25. « converso h formola scolastica frequente neirnso del linguaggio dia- 
lettico, che si riscontra anche nel Yillanl, 342 e nel Gnicciardini Opere 
inedite, 1, 12 e m, 196, e nel Giannotti Op, 2, 396: classico h Tesempio di 
Dante, Bime^ 198 «.... Siccome b il cielo, dovunque la Stella; Ma ciö non 



l 
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76 IL PRINCIPE 

Tuno e Taltro; ma, perche elli e difficile accozzarli insieine, 

y '^ e molto piü sicuro essere temuto che amato, quando si abbia 

^ ,. a mancare dell' uno de' dua. Perche delli uomini si pu6 dire 

questo generalmente : che sieno ingrati, volubili, simulatori, 

5 fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro 
bene, sono tutti tua, offeronti el sangae, la roba, la vita, e' 
figliuoli, come di sopra dissi, quando el bisogno e discosto; 
ma, quando ti si appressa, e' si rivoltano. E quel principe, 
che si e tutto fondato in suUe parole loro, trovandosi niido 

10 di altre preparazioni, royina; perche le amicizie che si ac- 
quistono col prezzo e non con grandezza e nobilitä di animo, 
si meritano, ma eile non si hanno, et a' tempi non si pos- 
sano spendere. E li uomini hanno meno respetto ad offendere 
pno che si facci amare che uno che si facci temere ; perche 

15 r amore e tenuto da uno vinculo di Obligo, il quäle, per es- 
sere li uomini tristi, da ogni occasione di propria utilitä. e 
rotto ; ma il timore e tenuto da una paura di pena che non 
abbandona mai. Debbe, non di manco, el principe farsi temere § 3 
in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga 1' odio ; 

20 perche puö molto bene stare insieme esser temuto e non 

^^ odiato ; il che farä sempre, quando si astenga dalla roba de' 

sua cittadini e de' sua sudditi, e dalle donne loro : e quando 

1. b gli ö difficile che gli stiano insieme 2. b T esser 3. b doi 4. [C] M 
simulatori et dissimulatori 5. B de guadagni; 6. b ti offeriscono 6-7. b et 
i figli 8. B F b appressa, si rivoltano H ti si rivoltano 10. b d* altri 
preparamenti, 12. B ma non le si K P b ma le non F b possono 13. b 
d* offendere 17. B che non ti 18. b Deve F b non di meno 19. b amor 
e' fugga 21. B b il che sarä B b sempre che si 22. B L H F B e delle donne 



€ converso ». Inutile quindi ed arbitraria 6 la lezione di b o temuto che 
amato. 

4. simulatori. In C dissimulatori 6 in margine ; ed io la credo ginnta ar- 
bitraria anche in M e nata per generazione spontaaea da simulatori, sem- 
brandomi poco probabile che tanto L P K quanto B b rabbiano inavver- 
tentemente saltata. 

22. e dalle donne. Manoscritti delle tre famiglie diverse, B, L P B ed 
M portano delle donne: e si puö affermarecon quasi certezza che C b ab- 
bian corretto in dalle donne per ragion di genso. La quäl ragione, troppo 
forte, induce anche me a credere che tutti i copisti, e forse il Machiavelli 
Btesso contro Tintenzione sua, abbiano scritto per isbaglio de^^e, trascinati 



IL PRINCIPE 77 

pure li bisognassi procedere contro al sangue di alcuno, farlo 
quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta; ma, 
sopra a tutto, astenersi dalla roba d'altri; perche li uomini '%Q 

sdimenticano piii presto la morte del padre che la perdita del 
patrimonio. Di poi, le cagioni del törre la roba non mancono & 
mai ; e sempre, colui che comincia a vivere con rapina, truova 
cagione di occupare quello d'altri; e per avverso, contro al 
sangue sono piü rare, e mancono piii presto. 

§ 4 Ma, quando el principe e con li eserciti et ha in governo 

multitudine di soldati, allora al tutto h necessario non si curare i» 
del nome di crudele; perche sanza questo nome non si tenne 
mai esercito unito ne disposto ad alcuna fazione. Intra le 
mirabili azioni di Annibale si connumera questa, che, avendo 
uno esercito grossissimo, misto di infinite generazioni di uo- 
mini, condotto a militare in terre aliene, non vi surgessi mai 15^ 
alcuna dissensione, ne infra loro ne contro al principe, cosl 
nella cattiva come nella sua buona fortuna. II che non posse 
nascere da altro, che da quella sua inumana crudeltä, la quäle 
insieme con infinite sua virtü lo fece sempre nel conspetto 
de' sua soldati venerando e terribile ; e sanza quella, a fare 2» 
quello eflfetto, le altre sua virtü non li bastavano. E li scrit- 
tori poco considerati, dalP una parte ammirano questa sua 

§ & azione, dall' altra dannono la principale cagione di essa. E 
che sia vero che T altre sua virtü non sarebbano bastate, si 

1. B abblsognasi b di qualcuno 3. P 1» sopra tutto 3-4. M perche pitü 
presto li homini si dimenticano la morte 4. b dimenticano B piü tosto 10. 
B b ö al tutto 11. B b non si tiene 11-18. b tiene un esercito 12. B Infra 
15. b le terre d' altri, 15-16. b mai una 16. b contro el 17. b nella trista 
come C E b potö 20-21. b e senza queUa T altre sue virtü a far queUo effetto 
non gli bastavano 21. B tale effecto 22. considerati [in questo] 22-23. 
b queste sue azioni e dair altra 23. B dall' altro H dall* altra parte b di 
esse 21. b U vero b non gli sarieno 



dai due de' precedenti; ovvero che i copisti abbiano male interpretato un'ab« 
breviazione di dalle. Lo scrittore qui vnol parlare di due cose ben distinte, 
che non bisogna togliere a' sudditi, roha e onore: difatti nel principio del 
Cap. XIX mss. e stampe leggono nnanimi : Odioso lo fa, sopr' a tutto, come 
io dissi, lo esser rapace et usurpatore della roha e delle donne de' sud- 
diti: di che si debhe astenere; e qudlunque volta alle universalitä delli uo- 
mini non si toglie ne roha ni onore, vivono contenti ecc. 

16. aliene ö corretto da b in d' altri come altre volte : cfr. cap. xni» 
p. 63, r. 4 e 25. 



78 IL PRINCIPE 

pub considerare in Scipione, rarissimo non solamente neHempi 
sua, mä in tutta la memoria delle cose che si sanno, dal 
quäle li eserciti sua in Ispagna si rebellorono. II che non 
nacque da altro, che dalla troppa sua pietä, la quäle aveya 

9 data a^ sua soldati piü licenzia che alla disciplina militare 
non si conveniva. La quäl cosa li fu da Fabio Massimo in 
Senato riraproverata, e chiamato da lui corruttore della ro- 
mana milizia. E' Locrensi, sendo stati da uno legato di Sci- 
pione destrutti, non furono da lui vendicati, ne la insolenzia 

10 di quello legato corretta, nascendo tutto da quella sua na- 
tura facile; talmente che, volendolo aicuno in Senato escu- 
sare, disse come elli erano di molti uomini, che sapevano 
meglio non errare, che correggere li errori. La quäl natura 
arebbe col tempo violato la fama e la gloria di Scipione, se 

15 elli avessi con essa perseverato nello imperio; ma, vivendo 
sotto el governo del Senato, questa sua qualitä dannosa non 
solum si nascose, ma li fu a gloria. 

Concludo adunque, tornando allo essere temuto et amato, § 6 
che, amando li uomini a posta loro, e temendo a posta del 

^0 principe, debbe uno principe savio fondarsi in su quello che 
e suo, non in SU quello che e d'altri: debbe solamente inge- 
gnarsi di fuggire lo odio, come e detto. 



1. B considerare Scipione 2. B si fanno 4. b sua troppa 5. B b 
dato B nella disciplina 6-7. b nel senato rimproverata nominandolo cor- 
ruttore 8. b I b essendo 9. F n^ la yiolentia 10. M tutto nascendo 
11-12. H in senato disse 12. B F b erano molti 13. B b gli errori d* altri. 
15. M comepsa 16-17. B non solo b non solamente 17. B di gloria 
18. b Conchiudo 21. C et non M che d' altri 



7. e chiamato. La stampa, correggendo in nominandolo, non solo tolse 
via 11 soggetto del gerundio e commise una sgrammaticatura, ma guastd anche 
la yarietä e V elegante speditezza che deriva air espressione dall* ellissi 
deir ausiliare e dal mntamento di soggetto, com* h spesso nel Mach. 

19. a posta . . . a posta, portati qui unanimemente dai mss. e dalle 
fitampe, confermano quanto fu detto a p. 47, nella nota alla r. 5. 



IL PRINCIPE 79 



[xviii] 

QUOMODO FIDES A PRINCIPIBÜS SIT SERVANDA 

§ 1 Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e 

vivere con integritä e non con astuzia^ ciascuno lo intende: non 
di manco, si vede per esperienzia ne' nostri tempi quelli prin- 
cipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco s 
conto, e che hanno saputo con V astuzia aggirare e' cervelli 
delli uomini; et alla fine hanno superato quelli che si sono 
fondati in sulla lealtä. 

§ 2 Dovete adunque sapere come sono _dua generazione di 

cömbattere: l'uno con le J^ggi, Taltro con la forza: quel }o 
primo e proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma, 
perche el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al se- 
condo. Per tanto, a uno principe e necessario sapere bene usare 
la bestia e lo uomo. Questa parte e suta insegnata a^ prin- 
cipi copertamente clalli antiqui scrittori ; li quali scrivono come i5 
Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a 
nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li 
costudissi. II che non vuol dire altro, avere per precettore 
uno mezzo bestia et uno ^ezzo uomo, se non che bisogna a 
uno principe sapere usare l'una e Taltra natura; e l'una sanza «o 

1. C Come li Principi debbino observare la fede P la che modo e prin- 
•cipi abbino ad mantenere la fede 1» In che modo i principi debbiano osser- 
vare la fede B servata 3. P et con astutia 3-4. B : tarnen Hb: non di 
meno 6. M conto, che hanno B P b con astutia b i cervegli 7. c F B su- 
perati 8. B fondati sulla 10. F bPuna... Taltra bleforze: 11. b primo 
modo 6 delli uomini, C B huomo, T altro delle b ö delle bestie: 12. b spesse 
Yolte B b ; bisogna ricorrere 13. C L P B usare bene 14. c b ö stata 18. 
C b custodissi. M dire avere b r aver 19. B C P B b bestia et mezo 20. 
€ B principe usare 

10-11. Tuno... r altro... quel primo. Evidentemente 11 M., pnre scriTendo 
dua generiizione, ebbe nel pensiero generi o modi : il che ei spiega la con- 
structio ad synesin. P incominciö la correzione, ma non ebbe il coraggio 
di proseguire, come b, che aggiunse modo a primo, 

18. costudissi, portato da tutti i mss. meno che da C, dev^essere la forma 
originale. Anche oggi in Toscana, specie nel contado, si sente costudire, 

19. uno mezzo uomo. In L ed M, mss. di famiglie diverse, queir^no non 



i 



80 IL PRINCIPE 

r^altra non e durabile. Sendo adunque uno principe necessitato § a 
sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe 
et il lione ; perche il Hone non si difende da'- lacci^ la golpe 
non si difende da^ lupi. Bisogna adunque essere golpe a co- 

5 noscere e' lacci, e lione a sbigottire e' lupi. Coloro che stanno 

semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Nonpuö, 

, per tanto, uno signore prudente ne debbe osservare la fede, 

quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le 

cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino 

10 tutti buoni, que.sto precetto non sarebbe buono; ma, perche 
sono tristi e non la osservarebbano a te,^tu etiam non V hai ad 
osservare a loro. Ne mai a uno principe mancorono cagioni 
legittime di colorare la inosservanzia. Di questo se ne po- 
trebbe dare infiniti esempli moderni, e monstrare quante pace, 

lA quante promesse sono state faite irrite e vane per la infidelitä 
de' principi : e quello che ha saputo meglio usare lagolße^ 
meglio capitato. Ma e necessario questa natura saperla bene 
colorire, et essere gran simulatore e dissimulatore: e sono 
tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessitä 

20 presenti, che colui che inganna troverrä sempre chi si la- 
scerä ingannare. 

lo non voglio delli esempli freschi tacerne uno. Ales» § 4 
sandro VI non fece mai altro, non penso mai ad altro che 
ad ingannare uomini, e sempre trovo subietto da poterlo fare. 

25 E non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseve- 
rare, e con maggiori giuramenti affermassi una cosa, che 



1. b Essendo M aumprincipe necessario 2. C debba 2-3. b volpe . . . 
leone; 4-5. P conoscere lacci 5. P sbigottire lupi 6. L in su lione 10. b 
non saria 11. L P B osserverebbono b ancora b hai da 12. P mancano 
13. B potrebbon b potrien 14. b paci 15. b sieno State 16-17. b et a 
quello . . . ö meglio successo. 16. M meglio saputo 18. B grande 23-24. B b 
non fece mai altro che ingannare homini, n6 mai pensö ad altro 24. b e trov6 
suggetto 26. b e che con maggiori M , nö che b , e che 



pu6 essere entrato da se, sopra tntto doye sarebbe parso men necessario : 
e io credo che i dne uno si abbiano da intendere come semplici articoli 
indeterminativi. Secondo Taltra lezione uno sarebbe pronome. 

16-17. quello... ö meglio eapitato fa corretto arbitrariamente da b nella 
piü aulica fräse: a quello.,, h meglio successo. 



IL PRINCIPE 81 

V osservassi meno ; non di meno, sempre li succederono V ia- 
ganni ad votum, perche conosceva bene questa parte del 
mondo. A uno principe, adunque, non e necessario avere tutte 
le soprascritte qualitä, ma e bene necessario parere di averle. 
Anzi, ardirö di dire questo, che, avendole et osservandole * 
sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile; come 
garere pietosp, fedele, umano, intero, relligioso, et essere; 
ma stare in modo edificato con V animo, che, bisognando non 
essere, tu possa e sappi mutare el contrario. Et hassi ad in- 
tendere questo, ^he uno principe, e massime uno principe lo 
nuoTo, non puö osservare tutte quelle cose per le quali li 
uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per man- 
tenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla caritä, 
contro alla umanitä, eontro alla relligione. E perö bisogna 
che elli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch' e' venti is 
e le variazioni della fortuna li comandono, e, come di sopra 
dissi, non partirsi dal bene,. potendo, ma sapere intrare nel 
male, necessitato. 
§ 5 Debbe, adunque, avere uno principe gran cura che non li 

esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle sopra- 20 
scritte cinque qualitä, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietä, 
tutto fede, tutto integritä, tutto relligione. E non e cosa piü 
necessaria a parere di avere che questa ultima qualitä. E li 
uomini in universali iudicano piü alli occhi che alle mani; 

1. b non di manco B , si succederono sempre C P B b li succederono 
sempre 1-8. b gli inganni, perchS 3. B dunque M non ö necessario adun- 
que 4. 9 ma ö necessario 7. b religioso, intero 8-9. b bisognando essere 
9. C B sappia b da intendere 11. M in facto tutte 12. b essendo 15-16. 
M e venti della fortuna et le variationi delle cose gli 19. b Deve C B aver 
dunque M P un principe avere L gran eure 81. b para 22. b tutto in- 
tegritä, tutto humanitä, tutto relligione. 23-84. b Perche gli uomini 



1. sempre li suceederono. La collocazione di sempre innanzi al verbo gU 
dar rilievo; e credo naturale trasposizione li succederono sempre di B C P R b. 

22. tutto integritä, tutto relligione. La giunta di b, tutto umanitä, h lo- 
gica, avendo riguardo alle soprascritte cinqite qualitä e a' cinque aggettivi 
della r. 7. Ma chi osserva che anche poco prima, r. 13-14, il Mach, delle cin- 
que qualitä dimentiüd V integritä, deve ammettere che Tautore stesso ne di- 
menticö una tutte e due le volte : n6 io credo lecito correggerlo. 

23-24. E li uomini. Tutta la vivace vigoria che al concetto e airespressione 
deriva dair unione polisindetica, ö perdnta neir unione causale, Perche, di b. 

MACHbkVBLLI C 



82 IL PRINCIPE 

perche tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. O gnun o 
vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se'; e 
quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti, che 
abbino la maestä dello stato che li difenda: e nelle azioni 
di tutti li uomini, e massime de^principi, dove non e iudizio 
da reclamare, si guarda al fine. Facci dunque uno principe 
di vincere e mantenere lo stato : e^ mezzi sempre saranno iu- 
dicati onorevoli e da ciascuno laudati; perche el yul^o. ne„va_ 
preso con quello che pare e con lo ^Jfiflto della cosa; e iieL 



;^ 10 mondo non 6 se nqnjrulgo ; e li pochuci hanno luogo, quando 
^ xli assai hanno dove appoggiarsi. Aleuno principe de' presenti 



i 



tempi, quäle non e bene nominare, non predica mai altro 
che pace e fede, e dell'una e dell'altra e inimicissimo ; e Tuna 
e Taltra, quando e' V avessi osservata, li arebbe piü volte tolto, 
15 la reputazione o lo stato. 

[xix] 
De contemptu et odio fugiendo 

Ma, perche cirea le qualitä di che di sopra si fa menzione § 
io ho parlato delle piu importanti, l'altre voglio discorrere 

1. b a ciascuno, 3. C non si ardiscono 6. C a chi reclamare B P b 
adunque 7. B b di vivere b i B P b saranno sempre M fieno iudicati 
8. M saranno laudati 8-9. b va sempre preso 10. M et pochi b pochi han 
loco, 10-11. G B vulgo quando li assai 11. b li assai non hanno 11-12. b di 
questi tempi 12. b il quäle 13. G B pace, non ha mai in bocca altro che fede , 
14. G B elli r avessi B b quando T avessi B osservato si 14-15. B P tolto 
la b tolto lo stato o la reputazione. 

16. G Come il dispregio et T odio si debba fuggire P In che modo si abbia 
ad fuggire lo essere sprezato et odiato b Che e si debbe fuggire lo essere 
disprezzato et odiato 18. G , voglio discorrere T altre 

7. vincere. Errore materiale del protot. di B b fe vivere, che mal fu 

ereditato dalle stampe antiche e moderne. La Testina anzi, segnita pol 

dalle moderne ed., ampliö stampando: facci conto di vivere, 

^ 11. li assai hanno. Intendendo ci hanno luogo « ci fanno alcun effetto », 

• \/ • / parrebbe giustificata la giunta non di b: e il concetto sarebbe: «i pochi 

f^ -L^S ^ possono qualcosa, se il volgo non ha in chi si fidi e appoggi ». Ma, poich6 

V y^vy J la negativa h taciuta da tutti i mss., credo bene intendere : « i pochi val- 



V 



gono, quando i piü trovano appoggio per seguirli ». Entrando nel campo 
delle ardite ipotesi, si pu6 pensare a un non tralasciato da tutti innanzi a 
ci hannOf e Intendere il concetto ripetiz. di quelle espresso nelle r. 3-4. 



1 



IL PRINCIPE 83 

brevemente sotto queste generalitä, che il principe pensi, 
come di sopra in parte e detto, di fuggire quelle cose che 
lo faccino odioso o contennendo; e qnalunque volta fuggirä 
questo, arä adempiuto le parti sua, e non troverra nelle altre 
Infamie periculo alcuno. Odioso lo fa, sopr' a tutto, come io 5 
dissi, lo ess er ra^ace et usurpatore della roba e delle donne 
de' sudditi: di che si debbe astenere: e qualunque volta alle 
«niversalitä delli uomini non si toglie ne roba ne onore, vi- 
Yono contenti, e solo si ha a combattere con la ambizione 
4i pochi, la quäle in molti modi e con facilitä si raffrena. . lo 
€ontennendo lo fa esser tenuto vario, leggieri, eflfeminato, 
pusillanime, irresoluto: da che uno principe si debbe guar- 
dare come da uno scoglio, et ingegnarsi che nelle azioni sua 
si riconosca grandezza, animositä, gravitä, fortezza, e circa 
maneggi privati de' sudditi volere che la sua sentenzia sia is 
irrevocabile ; e si mantenga in tale opinione, che alcuno non 
pensi ne ad ingaunarlo ne ad aggirarlo. 
§ 2 Quel principe che da di se questa opinione, e reputato — 

assai; e contro a chi e reputato con difficultä si congiura, 
con difficultä e assaltato, purche s' intenda che sia eccellente 20 
e reverito da' sua. Perche uno principe debbe avere dua paure: 
una dentro per conto de' sudditi, 1' altra di fuora per conto 
de' potentati esterni. Da questa si difende con le buone arme 
e con li buoni amici; e sempre, se arä buone arme, arä buoni 
amici; e sempre staranno ferme le cose di dentro, quando «s 
^tieno ferme quelle di fuora,. se giä le non fussino pertur- 

1. b generalitati 5. M lo fa come io B C sopratucto 6. c et esser Usur- 
pator 7. B C debba B alla 8. b universitä M uö onore n4 roba, 10. B 
<le' pochi 11. b lo esser C tenuto leggiere 14. b circa i 15. M con sud- 
diti 19. C R b reputato assai P si conspira, 20. b e con B s' intende 
21. H et che sia riverito 22. B fuori 23. b de* potent! )^. B b e buoni amici 
wg5-26. P quando staranno quelle 26. b fossero 



19. a Chi § reputato. La giunta di assai dev^ esser nata dal prossimo re- 
jputato asmi, tanto in b quanto nel protot. di CR: altrimenti non potreb- 
bero essersi accordati a tacerlo B, L P, M di tre famiglie diverse. 

25-26. quando stieno. In L stieno h correzione marginale del testo staran- 
no: in P staranno h lezione del testo, che io non accetto; perche mi par 
4ifficile che tanto C K, quanto B ed M, mss. di tre famiglie diverse, si siano 
■accordati ad evitare la ripet. di staranno. 



84 IL PRINCIPE 

bäte da una congiura: e, quando pure quelle di fuora moves- 
sino, s^ elli e ordinato e vissuto come ho detto, quando non 
si abbandoni, sempre sosterrä ogni impeto, come io dissi che 
fece Nabide spartano. Ma, circa sudditi, quando le cose di § 3 

5 fuora non muovino, si ha a temere che non coniurino secre- 
tamente: di che el principe si assicura assai, fuggendo lo 
essere_o_diatoj) disprezzato, e tenendosi el populo satisfatto 
di lui: il che e necessario conseguire, come di sopra a lungo 
si disse. Et uno de' piii potenti remedii che abbi uno prin- 

10 cipe contro alle coniure, fe_nqn essere odiatj) dallo JoiÜYersale; 
perche sempre chi congiura crede con la morte del principe 
satisfare al populo; ma, quando creda offenderlo, non piglia 
animo a prendere simile partito, perche le difficultä che sono 
dalla parte de' congiurati, sono infinite. E per esperienzia si 

15 vede molte essere state le coniure, e poche avere avuto buon 
fine; perche chi coniura non pu5 essere solo, lie puö pren- 
dere compagnia, se non di quelli che creda esser malcontenti; 
e subito che a uno malcontento tu hai scoperto V animo tuo, 
li dai materia a contentarsi, perche manifestamente lui ne 

20 puö sperare ogni commoditä: talmente che, veggendo el gua- 
dagno fermo da questa parte, e dall'altra veggendolo dubio 
e pieno di periculo, conviene bene o che ^ia raro amico, o che 
sia al tutto ostinato inimico del principe, |d..üsseryarti la 
_fede. E, per ridurre la cosa in brevi termini, dico che dalla § 4 

2^ parte del coniurante non e se non paura, gelosia, sospetto 
di pena che lo sbigottisce; ma dalla parte del principe e la 
maesta del principato, le leggi, le difese delli amici e dello 
stato che lo difendano: talmente che, aggiunto a tutte queste 
cose la benivolenzia populäre, e impossibile che alcuno sia si 

^' temerario che congiuri. Perche, per lo ordinario, dove uno 
coniurante ha a temere innanzi alla esecuzione del male, in 

1-2 b movessero e gli sarä 2. M et ha vixuto B C B b come io ho 2-3. 
b sempre quando non si abbandoni sosterrä 3. C P B b sosterrä sempre b 
como dissi 4. b circa i 5. B non innovino, b s' ha da 6. b del che 7. 
b odiato e B disprezzato o 8-9. C a lungo di sopra si disse. b si disse a 
lungo. 9. B c abbia 10. b contro le 11. bsi creda 14. Ccongiuranti b 
Per 19. b perch4 manifestandolo 21. M veggendo dubio 23. F inimico obsti- 
nato 27. b maiestä 30-31. M Perche dove ordinatamente uno coniurante 31. 
b ha da 



IL PRINCIPE 85 

questo caso debbe temere ancora poi, avendo per inimico el 
populo, seguito lo eccesso, ne petendo per questo sperare 
refugio alcuno. 

^5 Di questa materia se ne potria dare infiniti esempli; ma 

YOglio solo esser contento di uno, seguito alla memoria de' 5 
padri nostri. Messer Annibale Bentivogli, avolo del presente 
Messer Annibale, che era principe in Bologna, sendo da' Can- 
neschi che li coniurorono contro suto ammazzato, ne rima- 
nendo di lui altri ehe Messer Giovanni, che era in fasce, subito 
dopo tale omicidio, si levö el populo et ammazzö tutti e' Can- lo 
neschi. II che nacque dalla benivolenzia populäre che la casa 
de' Bentivogli aveva in quelli tempi: la quäle fu tanta, che, 
non restando di quella alcuno in Bologna che potessi, morto 
Annibale, reggere lo stato, et avendo indizio come in Firenze 
era uno nato de' Bentivogli che si teneva fino allora figliuolo i5 
d' uno fabbro, vennono e' Bolognesi per quello in Firenze, e 
li dettono el governo di quella cittä: la quäle fu governata . 
da lui fino a tanto che messer Giovanni pervenissi in eta 
conveniente al governo. 

•§ 6 Concludo, per tanto, che nnp priT^^ipp» dfib^p tfin^rft delle «o 
congiure poco conto, quando el populo li sia benivolo; ma, 
quando li sia inimico et abbilo in odio, debbe temere d' ogni 
cosa e d' ognuno. E li stati bene ordinati e li principi savi 
hanno con ogni diligenzia pensato di non desperare e' grandi 

1. b ancor da poi 5. b voglio esser &-ö. M esser contento d'uuo. Messer 
b de* nostri padri 6. G Anniballe 7. b essendo 8. C L P R che coniuro- 
rono contro di lai ammazzato, M b contro ammazzato, 9. C B altro M b 
quale era 12. B b in quelli tempi in Bologna 13. B b non vi restando alcuno 
che 15. b figlio 16. B vennono per quello e bolognesi C P B vennono bolo- 
gnesi 17. H et dettongli b quäl fu 18. CBfussiinetä b pervenne 20. 
h Conchiudo adunque 23. B b da ognuno, 24. b di non far cadere in dispera- 
zione i grandi 



8. li coniurorono contro suto ammazzato. In h nn li b tirato un frego: 
il che mi fa sospettare che il testo originale avesse Zt, e il copista del 
protot. di C L P R agginngesse a contro il compimento che pareva man- 
«are. Come poi tutti, meno B, sopprimano sutOy s* intende, per essere que- 
sto participio, o sembrare, pleonastico: se non fosse deir originale, non si 
capirebbe donde B T avesse tratto. 

24. desperare. La correzione della stampa ha tolto questo verbo, che 
nel significato di « ridurre alla disperazione > 6 del Trecento e Cinque- 



86 IL PRINCIPE 

• 

e di satisfare al populo e tenerlo contento; perche questa e 
una delle piü importaati materie clie abbia uno principe. 
Intra regni bene ordinati e governati a'tempi nostrie quello § "^ 
di Francia. Et in esso si truovano infinite constitnzione buone, 

5 donde depende la libertä e sicurtä del re; delle quali la prima 
e il parlamento e la sua autoritä ; perche quello clie ordinö 
quel regno, conoscendo V ambizione de^ potenti e la insolenzia 
loro, e iudicando esser loro necessario uno freno in bocca 
che li correggessi, e da altra parte, conoscendo Todio dello 

10 universale contro a^ grandi fondato in suUa paura, e volendo 
assicurarli, non volse che questa fussi particulare cura del 
re, per torli quel carico che potessi avere co' grandi favo- 
rendo li populari, e co' populari favorendo e' grandi ; e pero^ 
constitui uno iudice terzo, che fussi quello che sanza carico 

15 del re battessi e' grandi e favorissi e' minori. Ne pote essere 
questo ordine migliore ne piü prudente, ne che sia maggiore 
cagione della securtä del re e del regno. Di che si pu5 trarre 
un altro notabile: che li principi debbono le cose di carico 
fare sumministrare ad altri, quelle di grazia a loro medesimi. 

20 Di nuovo concludo che uno principe debbe stimare e' grandi, 
ma non si fare odiare dal populo. 

3. b Intra i M ben governati et ordinati 5. b donde ne 7. B quello re- 
gno 8-9. B b esser necessario loro un freno che li correggessi 9. G b e da 
r altra B altra Todio 10. b contro i 11-12. M esser loro cura per torli 
18. C che e 18-13. P favorendo populari 15-16. B N4 pot^ essere questa 
ordine meglio considerato nö che sia 16-17. b n6 maggior cagion di sicurtä 
18-19. b carico metter sopra d* altri, e le cose di grazia a so medesimi. 



cento. Anche 11 Guicciardini Tusd nelle Op. ined, X, 371 : « Non considerate 
Toi . . . qnauto sia male, a proposito di questo stato, disperare tanti citta- 
dini notabili ? » 

8. in bocca h tralasciato da B h; e Tespressione ne perderebbe di effi- 
cacia rappresentativa. 

19. sumministrare. La^rima stampa, sostitnendo metter sopra, volle evl- 
tare il latinismo sumministrare, che del resto qui 6 il verbo piü proprio a 
significare Tazione deirammlnistrare e dispensareal popolo, per conto del 
principe, la giustizia e la grazia, le pene e i premi. Alla Giuntina e alla 
Testina non fioddisfece quel metter soj^ra/ lezlone goffa e, direi, insensata: e 
portarono la lezione manoscritta: la qnale non soddisfece ne pur essa al 
Tauzini e Tassi [Italia, 1813], che mutarono in amminisirare, Ora il com- 
pimento piü yicino e a^li altri, che sono magistrati ma sudditi: e per6 
credo che il Mach, abbia scritto sumministrare. 



IL PRINCIPE 87 

§ 8 Parrebbe forse a molti, considerato la vita e morte di 

alcuno imperatore romano, che fussino esempli contrarii a 
questa mia opinione, trovando alcuno esser vissuto sempre 
egregiamente e monstro grande virtü d^animo, non di meno 
avere perso rimperio, o vero esser stato morto da' sua, che 5 
li hanno coniurato contro. Yolendo, per tanto, rispondere a 
queste obiezioni, discorrerö le qualitä di alcuni imperatori, 
monstrando le cagioni della loro ruina, non disforme da quello 
che da me si e addutto; e parte mettero ia considerazione 
quelle cose che sono notabili a chi legge le azioni di quelli 10 
tempi. E voglio mi basti pigliare tutti quelli imperatori che 
succederono allo imperio da Marco filosofo a Massimino: li 
quali furono, Marco, Gommodo suo figliuolo, Pertinace, lu- 
liano, Severo, Antonino Caracalla suo figliuolo, Macrino, Elio- 

§ 9 gabalo, Alessandro e Massimino. Et e prima da notare che, 15 
doye nelli altri principati si ha solo a contendere con la am- 
bizione de' grandi et insolenzia de' populi, 1' imperatori romani 
aveyano una terza difficultä, di avere a sopportare la cru- 
deltä et avarizia de' soldati. La quäl cosa era si difficile, che 
la fu cagione della ruina di molti; sendo difficile satisfare a' 20 
soldati et a' populi ; perche e' populi amavano la quiete, e per 
questo amavono e' principi modesti, e li soldati amavano el 
principe che fussi d' animo militare e che fussi insolente , 
crudele e rapace. Le quali cose volevano che lui esercitassi 
ne' populi per potere avere duplicato stipendio e sfogare la 25 
§ 10 loro avarizia e crudeltä. Le quali cose feciono che quelli im- 

1-2. b coDsiderata la vita e morte di molti Imperadori romani, fussino 3-1. 
G R vissuto egregiamente 4-5. B virtü avere per T imperio 6. b Volendo adun- 
que 7. M discorro b qualitadi 8. B c B la cagione 9. P da me s' ^ 
detto; b mettarö 10. M quelle actioni 12. C succedettono b succederno 
nello B di Marco 13. b figlio 14. C Antonino: Caracalla b Antonino, Ca- 
racalla suo figlio 20. B della avarizia di molti; 21-22. b amano... amano ... 
amano 22-24. H amavano e principi d* animo qtiilitare et che fussino crudele 
insolente 23-24. b il principe d* animo militare e che sia insolente e crudele 
24. b ch*egli esercitassi 26. b Donde ne nacque che quelli 



14. Antonino Caracalla. Tanto C quanto b ne fecero due imperatori di- 
vers!: ende il Triantafillis ebbe a trarre non so che conseguenze sbagliate 
di derivaziooi e imitazioni del Mach. (Cfr. la nota opera del ViUari, Vol. II, 
App. I). Ma 1 mss. migliori non staccano affatto Tun nome dairaltro. 



88 IL PRINCIPE 

peratori, che per natura o per arte non aveano una grande 
repatazione, tale che con quella tenessino V uno e V altro in 
freno, sempre ruinavono ; e li piü di loro, massime quelli che 
come uomini nuovi venivano al principato, conosciuta la dif- 

^ ficultä di questi dua diversi umori, si volgevano a satisfare 
a' soldati, stimando poco lo iniuriare el populo. II quäle par- 
tito era necessario: perche, nou potendo e^ principi mancare 
di non esser odiati da quaicuno, si debbano prima forzare 
di non essere odiati dalla universitä; e, quando non possono 

^^ conseguire questo, si debbono ingegnare con ogni industria 
fuggire l'odio di quelle universitä che sono piü potenti. E 
perö, quelli imperatori che per novitä avevono bisogno di 
favori estraordinarii, si aderivano a^ soldati piü tosto che a^ 
populi: il che tornava loro, non di meno, utile o no, secondo 

^* che quel principe si sapeva mantenere reputato con loro. Da § il 
queste cagioni sopradette nacque che Marco, Pertinace et Ales- 
sandro, sendo tutti di modesta vita, amatori . della iustizia, 
nimici della crudeltä, umani e benigni, ebbono tutti, da Marco 
in fuora, tristo fine. Marco solo visse e mori onoratissimo, 

*® perche lui succede allo imperio iure hereditario, e non aveva 
a riconoscere quello ne da^ soldati ne da^ populi; di poi, sendo 
accompagnato da molte virtü che lo facevano venerando, tenne 
sempre, mentre che visse, V uno ordine e V altro intra termini 
sua, e non fq mai ne odiato ne disprezzato. Ma Pertinace, 

^^ creato imperatore contro alla voglia de^ soldati, li quali, sendo 
usi a vivere licenziosamente sotto Gommodo, non poterono 
sopportare quella vita onesta alla quäle Pertinace li voleva 
ridurre, onde, avendosi creato odio, et a questo odio aggiunto 
el disprezzo sendo vecchio, ruino ne^ primi principii della sua 

3® amministrazione. E qui si debbe notare, che 1' odio s'acquista § 12 



1-2. b ayevano reputazione ' 4-5. B la diversitä di questi dua umori 5-6. 
b satisfare soldati 8. C b sforzare 9. H universalitä 10-11. H debbono fug- 
gire questo con ongni industria V odio 11. M universalitä b universitati 12. 
B de* 13. b , aderivano b piü volentieri che 15. C teuere 17. C modestia 
17-18. B vita ebbono tutti 18. C B umani benigni b ebbero 20. M successe 
P nello imperio b per ragion d' ereditä, 21. B quello che C b essendo 
22. b virtuti 23. b sempre che visse b V ordine M V uno e V altro ordine 
23-24. b drento a suoi termini 25. b fu creato C contro la b essendo 28-29. 
b aggiunto dispregio per T esser vecchio, 30. b Onde si deve 



IL PRINCIPE 89 

cosf mediante le buone opere, come le triste: e perö, come 
io dissi di sopra, uno principe, volendo mantenere lo stato, e 
spesso forzato a non esser buono ; perche, quando quella uni- 
versitä, o populo o soldati o grandi che sieno, della quäle 
tu iudichi avere per mantenerti bisogno, e corrotta, ti con- 5 
viene seguire Tumore suo per satisfarlo, et allora le buone 
opere ti sono nimiche. Ma vegniamo ad Alessandro : il quäle 
fu di tanta bontä, che intra le altre laude che li sono attri- 
buite, e questa, che in quattordici anni che tenne V imperio, 
non fu mai morto da lui alcuno iniudicato: non di manco, lo 
sende tenuto effeminato et uomo che si lasciassi governare 
alla madre, e per questo venuto in disprezzo, eonspirö in lui 
l'esercito, et aramazzollo. 
§ 13 Discorrendo ora, per opposito, le qualitä di Commodo, di 

Severo, Antonino Caracalla e Massimino, li troverrete crude- is 
lissimi e rapacissimi: li quali, per satisfare a' soldati, non 
perdonorono ad alcuna qualitä di iniuria che ne^ populi si po- 
tessi commettere; e tutti, eccetto Severo, ebbono tristo fine. 
Perche in Severo fu tanta virtd, che, raantenendosi soldati 
amici, ancora che populi fussino da lui gravati, poss^ sempre so 
regnare felicemente; perche quelle sua virtü lo facevano nel 
conspetto de' soldati e de' populi si rairabile, che questi ri- 
inanevano quodammodo attoniti e stupidi, e quelli altri re- 

1. M r opere buone 2. B M P b volendo uno principe 4. C L P B populi 
5. B b giudichi per mantenerti aver bisogno 6. B b et satisfarle C R sati- 
sfarle M per satisfare 7. G b inimiche 8. b*lode 9. b ö che 10. G da 
lui morto b nissuno 11. C lassava 12. B bdallamadre b dispregio b 
contro di lui 15. b Antonino, Caracalla B e di 17. b perdonorno a nessuna 
20. b ancor che i 21. C sue ' 23. b in un certo modo P attoniti et quelli 



2. uno principe, volendo h la collocazione piü difficile, e perö da accet- 
tare anche contro Taccordo di B M P. 

4. populo. n plurale populi di C L P R ml par tratto dal vicino sol- 
dati, grandi, 

6. per satisfarlo. La lezione di B b, e satisfarle, ne fa una ripetizione 
di seguire V umore suo, S* intende bene poi come B C K b abbiano mntato 
lo in le per il riferimento ad universitär ed M, e la Giuntina anche, Tab- 
bia Boppresso, non sapendo che si fare. Evidentemente il Mach, non pensö 
piü ad universitä, ma o air insieme astratto o del popolo o de' soldati o 
de' grandi, ovvero ad umore, e scrisse per satisfarlo. 



90 IL PRINCIPE 

verenti e satisfatti. E perche le azioni di costui furono grandi 
in uno principe nuovo, io voglio monstrare brevemente quanto 
bene seppe usare la persona della golpe e del lione: le quali 
nature io dico di sopra essere necessarie imitare a uno principe. 

5 Conosciuto Severo la ignavia di luliano imperatore, persuase § I4r 
al suo esercito, del quäle era in Stiavonia capitano, che elli 
era bene andare a Roma a vendicare la morte di Pertinace, 
il quäle da^ soldati pretoriani era suto morto ; e sotto que- 
sto colore, sanza monstrare di aspirare allo imperio, mosse 

10 Io esercito contro a Roma; e fu prima in Italia che si sa- 
pessi Ja sua partita. Arrivato a Roma, fu dal Senato, per ti- 
more, eletto imperatore e morto luliano. Restava, dopo questo 
principio, a Severo dua difficultä, volendosi insignorire di tutto 
Io stato: Tuna in Asia, dove Nigro, capo delli eserciti asia- 

15 tici, s^ era fatto chiamare imperatore, e Paltra in Ponente, 
dove era Albino, quäle ancora lui aspirava allo imperio. E, 
perche iudicava periculoso scoprirsi inimico a tutti a dua, 
delibero di assaltare Nigro et ingannare Albino. AI quäle 
scrisse come, sendo dal Senato eletto imperatore, voleva par- 

90 ticipare quella dignitä con lui; e mandoUi el titulo di Cesare, 
e per deliberazione del Senato se Io aggiunse coUega: le 
quali cose da Albino furono accettate per vere. Ma, poiche 
Severo ebbe vinto e morto Nigro, e pacate le cose orientali, 
ritornatosi a Roma, si querelo in Senato, come Albino, poco 

1. M grandi et notabili 2-3. b quanto egii seppe ben 4. b nature dico 
come di sopra esser necessario C dixi M necessarie a B b ad imitare a un 
P a UDO principe imitare. 5. b Conosciuta 6. M capitano in Istiavonia 8. 
b il quäle era stato morto dalla guardia imperiale: G stato 11-12. G senato 
eletto 12. B decto B L m P luliano restava 12-13. B restava a Severo b 
Restavano a Severo doppo questo principio doe difflcultä a volersi insignorire 
14. [C] M Pescennio Nigro 15-16. b ponente, de Albino il quäle 17. M sco- 
prirsi a tutti due 19. B decto imperatore 22. b furno accettate da Albino 
BGB furono da Albino 22-23. P poich^ elli ebbe 23. G placate 24. b Se- 
nato, di Albino che come poco 

12. Restava. Non posso accettare V interpunzione di B L M P, non solo 
perche dopo questo principio ripiglia il periodo, ma anche per un errore 
storico che ne verrebbe, sembrando che luliano sia morto per opera di 
Severo, non per decreto del senato, come fu in rcaltä e come si legge an- 
che nella versione latina che il Poliziano fece di Erodiano, (v. Op. lat. del 
Foliziano, Barbara, 1867, 11, 41) e che, per questa parte de' dieci imperatori, 
servi di fönte al Machlavelli. 



IL PRINCIPE 91 

coQOScente de^ benefizii riceyuti da lui, aveva dolosamente cerco 
di ammazzarlo, e per questo era necessitato andare a punire 
la sua ingratitudine. Di poi andö a trovarlo in Francia, e li 
tolse lo stato e la vita. 

§ 15 Chi esaminerä adunqae tritamente le azioni di costui, lo ^ 

troverrä uno ferocissimo leone et una astutissima volpe, e 
yedrä quello temuto e reverito da ciascuno e dalli eserciti 
non odiato, e non si marayiglierä se lui, uomo naovo, arä 
possuto tenere tanto imperio ; perche la sua grandissima re- 
putazione lo difese sempre da quello odio ch^ e^ populi per lo 
le sue rapine ayevano potuto concipere. Ma Antonino suo 
figliuolo fu ancora lui uomo che aveva parte eccellentissime 
e che lo facevano maraviglioso nel conspetto de' populi e 
grato a' soldati ; perche era uomo militare, sopportantissimo 
d'ogni fatica, disprezzatore d'ogni cibo delicato e d' ogni al- iJ^ 
tra moUizie : la quäl cosa lo faceva amare da tutti li eserciti. 
Non di manco, la sua ferocia e crudelta fu tanta e si inau- 
dita, per avere, dopo infinite occisioni particulari, morto gran 
parte del populo di Roma e tutto quello di Alessandria, che 
diventö odiosissimo a tutto il mondo; e cominciö ad essere 20 
temuto etiam da quelli che elli aveva intorno: in modo ehe 
fu ammazzato da uno centurione, in mezzo del suo esercito. 

S 16 Dove e da notare che queste simili morti, le quali seguano 
per deliberazione d'uno animo ostinato, sono da' principi ine- 
vitabili, perche ciascuno che non si curi di morire lo puö 25 
oflFendere; ma debbe bene el principe temerne meno, perche 

1. b conoscente de benefici ricevuti da lui aveva a tradimento cerco 6. G P 
golpe 7. G R reverito e temuto 8-9. P ha possuto 10. G che e b che i 
12. M figliuolo, uomo che ancora lui aveva 12-13. b flgliolo, fu ancor lui ec- 
cellentissimo et aveva in s6 parti che lo facevano ammirare nel cospetto 13. 
P et lo facevano 15. P cibi dilicato 17. b Non di meno G ferocitä 18. 
b doppo molte occasioni 19. M populo romano e 21. b da quelli ancora 
ch* egli P di modo 23. b seguitano 2i. P di animo 24-25. b deliberato 
et ostinato non si possono da* principi evitare, perche 25-26. b lo puö fare 
ma deve 

1. dolosamente. Par quasi che b non capisse ravverbio, se lo mut6 iu 
a tradunento; come poco prima (p. 90, r. 8) aveva sostituito 1h guardia 
imperiale al' pretoriani, e altrove trasformato in diversa guisa la curiale 
formola latina iure hereditario (p. 88, r. 20 e p. 92, r. 9). 

24. da' principi inevitablll. Per la correzione di b cfr. Cap. VII, p. 37, r. 18. 



92 IL PRINCIPE 

le soDO rarissime. Debbe solo guardarsi di non fare grave 
iniuria ad alcuno di coloro de' quali si serve, e che elli ha 
d'intorno al servizio del sno principato: come aveva fatto 
Antonino, il quäle aveva morto contumeliosamente uno fra- 

5 tello di quel centurione, e lui ogni giomo minacciava ; tarnen 
lo teneva a guardia del corpo suo: il che era partito teme- 
rario e da ruinarvi, come li intervenne. 

Ma vegtiiamo a Commodo, al quäle era facilitä grande § 1<^ 
teuere Pimperio, per averlo iure hereditario, sendo figliuolo 

10 di Marco; e solo li bastava seguire le vestigie del padre, et 
a' soldati et a' populi arebbe satisfatto; ma, sendo d'animo 
crudele e bestiale, per potere usare la sua rapacitä ne' po- 
puli, si volse ad intrattenere li eserciti e farli licenziosi ; dal- 
l'altra parte, non tenendo la sua dignitä, discendendo spesso 

16 ne' teatri a combattere co' gladiatori, e facendo altre cose vi- 
lissime e poco degne della maestä imperiale, diventö conten- 
nendo nel conspetto de' soldati. Et essendo odiato dall' una 
parte e disprezzato dall'altra, fu conspirato in lui, e morto. 
Restaci a narrare le qualitä di Massimino. Costui fu uomo bei- § 18 

so licosissimo; et, essendo li eserciti infastiditi della moUizie di 
Alessandro, del quäle ho di sopra discorso, morto lui, lo eles- 
sono allo imperio. II quäle non molto tempo possede; perche 
dua cose lo feciono odioso e contennendo: l'una essere vilis- 
simo per avere giä guardato le pecore in Tracia (la quäl cosa 

«5 • era per tutto notissima, e li faceva una grande dedignazione 
nel conspetto di qualunque); l'altra, perche, avendo nello in- 
gresso del suo principato diflferito lo andare a Roma et in- 
trare nella possessione della sede imperiale, aveva dato di se 
opinione di crudelissimo, avendo per li sua prefetti, in Roma 

30 et in qualunque luogo dello imperio, esercitato molte crudeltä. 
Tal che, commosso tutto el mondo dallo sdegno per la viltä 

1-2. B i) ingiuria grave * 2. C alcuni M a coloro 5-6. b ; e niente di meno 
lo teneva alla guardia del suo corpo : 9. )> averlo ereditario, h essendo 10. 
b vestigia 10-11. B b et a populi et a soldati 15. b nelli R cou 17-18. C B 
b da una parte 18. B d'altra b e dall' altra disprezzato, M et odiato dal- 
Taltra b contro di lui 19. b la qualitä 20. C M R infastiditi li eserciti 
B b dalla 21. b quäle ö di sopra 22. b possedette 23. b T esser lui 24. b 
aver guardate 25. B b gran 26. b di ciascuuo) ; 27. b entrare 28. B nella 
sede b sedia 28-29. b dato opinione 31. b A tal che 



IL PRINCIPE 93 

del suo sangue, e dallo odio per la paura della sua ferocia, 
si rebellö prima AflFrica, di poi el Senato con tutto el populo 
di Borna; e tutta Italia li conspiro contro. A che si aggiunse 
el suo proprio esercito ; quäle, campeggiando Aquileia e tro- 
vando difficultä nella espugnazione, infastidito della crudeltä & 
sua, e per vederli tanti inimici temendolo meno, lo ammazzo. 

§ 19 lo non voglio ragionare ne di Eliogabalo ne di Macrino 

ne di luliano, li quali, per essere al tutto contennendi, si spen- 
sono subito; ma verrö alla conclusione di questo discorso. 
E dico, che li principi de' nostri tempi hanno meno questa lo 
difficultä di satisfare esträordinariamente a' soldati ne' governi 
loro ; perche, non ostante che si abbi ad avere a quelli qual- 
che considerazione, tarnen si resolve presto, per non avere 
alcuno di questi principi eserciti insieme che sieno inveterati 
con li governi et amministrazione delle provincie, come erano i^ 
li eserciti dello imperio romano. E perö, se allora era neces- 
sario satisfare piii a' soldati che a' populi, era perche soldati 
potevano piü che e' populi ; ora e piü necessario a tutti e' prin- 
cipi, eccetto che al Turco et al Soldano, satisfare a' populi 

§ 20 che a' soldati, perche e' populi possono piü di quelli. Di che 20 
io ne eccettuo el Turco, tenendo sempre quello intorno a se 
dodici mila fanti e quindici mila cavalli, da' quali depende la 
securtä e la fortezza del suo regno ; et e necessario che, po- 
sposto ogni altro respetto, quel signore se li mantenga amici. 
Similmente el regno del Soldano, sendo tutto in raano de' sol- 2» 
dati, conviene che ancora lui, sanza respetto de' populi, se li 
mantenga amici. Et avete a notare, che questo stato del Sol- 
dano e disforme da tutti li altri principati; perche elli e si- 
mile al pontificato cristiano, il quäle non si puö chiamare ne 



1. b sangue, dalP altra parte dall'odio B b p«r paura 1-2. )> ferocia, prima 
TAfrica 2-3. P popolo romano; 3. B b la Italia b Al che 4. b 11 quale 
5-6. M crudeltä di Maximino, 8. b i quali 10. B del nostro tempo M di 
questi tempi nostri 11. C a soldati esträordinariamente 12. b s' abbi da 13. 
b , pure si risolve 15. b administrazioni 17. b a soldati piö che 18. B C P 
B che populi; 20. b piü che quelli. 21. M quello sempre 21-22. P intorno 
XII mila b intorno dodeci milia .... quindeci milia 24. b respetto de' popoli, 
se li mantenga 25. b Simile h il regno del Soldano quale essendo 27-28. C 
R stato ^ 28. b disforme a 29. C cristianissimo, b chiamar principato 



94 IL PRINCIPE 

principato ereditario, ne principato nuovo ; perche non e' fi- 
gliuoli del principe vecchio sono eredi e rimangono signori, 
ma colui che e eletto a quel grado da coloro che ne hanno 
autoritä. Et, essendo questo ordine antiquato^ non si puö 

^ chiamare principato nuovo, perche in quello non sono alcune 
di quelle difficultä, che sono ne'nuovi; perche, se bene el 
principe e riuovo, li ordini di quello stato sono vecchi et or- 
dinati a riceverlo, come se fussi loro signore ereditario. 

Ma torniamo alla materia nostra. Dico, che qualunque § 21 

10 considerrä el soprascritto discorso, vedrä Todio il di- 
sprezzo esser suto cagione della ruina di quelli imperadori 
prenominati, e conoscerä ancora donde nacque che, parte di 
loro procedendo in uno modo e parte al contrario, in qua- 
lunque di quelli, uno di loro ebbe felice e li altri infelice 

*5 fine. Perche a Pertinace et Alessandro, per essere principi 
nuovi, fu inutile e dannoso volere imitare Marco, che era nel 
principato iure hereditario; e similmente a Caracalla, Gom- 
modo e Massimino essere stata cosa perniziosa imitare Se- 
vero, per non avere avuto tanta virtü che bastassi a segui- 

^0 tare le vestigie sua. Per tanto, uno principe nuovo in uno 
principato nuovo non puo imitare le azioni di Marco, ne an- 
cora e necessario seguitare quelle di Severo ; ma debbe pigliare 
da Severo quelle parti che per fondare el suo stato sono ne- 
cessarie, e da Marco quelle che sono convenienti e gloriose 

25 a conservare ano stato che sia giä stabilito e ferrao. 

1-2. t perchä non i figli del principe morto rimangono eredi e signori 2. 
B principe sono 3. L quello M da chi ne ha 6. )> difficultati 9. b no- 
stra, dico 10. M l) considererä b al B b sopradicto 11. C b stato b 
causa 13. B ad uno 14. B uno ebbe 16. C dannoso e inutile b il voler 
17. b principato ereditario; P et finalmente a Garacalla 20. b vestigia 
20-21. b in un principato non puö G in uno stato nuovo 22. B necessario 
imitare quelle 23. P lo stato suo li sono 25. B C R b di giä P stabilito. 



1-2. perchö non e' figliuoli ecc. La stampa oon intese la ginsta e sottile 
differenza tra sono eredi e rimangono signori, e, credendo ad nna ripe- 
tizione di concetto, li rimescolö e uni portando: rimangono eredi e signori. 



IL PRINCIPE 95 

[XX] 

An arges et multa alia qüae cotidie a principibüs 
fnjnt ütilia an inütilia sint 

§ 1 Alcnni principi, per tenere securamente lo stato, hanno 

disarmato e' loro sudditi; alcuni altri hanno tenuto diviso le 
terre subiette; alcuni hanno nutrito inimicizie contro a se & 
medesimi; alcuni altri si sono volti a guadagnarsi quelli che 
li erano suspetti nel principio del suo statq ; alcuni hanno edifi- 
cato fortezze; alcuni le hanno ruinate e destrutte. E, benche 
di tutte queste cose non vi possa dare determinata sentenzia, 
se non si viene a' particulari di quelli stati dove si avessi a lo 
pigliare alcnna simile deliberazione, non di manco io pa^rlerö 
in quel modo largo che la materia per se medesima sopporta. 

§ 2 Non fu mai, adunque, che uno principe nuovo disarmassi 

e^ sua sudditi; anzi, quando li ha trovati disarmati, li ha 
sempre armati; perche, armandosi, quelle arme diventono tua, 15 
diventono fedeli quelli che ti sono sospetti, e quelli che erano 
fedeli si mantengono, e di sudditi si fanno tua partigiani. E, 
perche tutti sudditi non si possono armare, quando si bene- 
fichino quelli che tu armi, con li altri si puö fare piü a si- 
curtä : e quella diversitä del procedere che conoscono in loro 20 
li fa tua obbligati : quelli altri ti scusano, iudicando essere 
necessario quelli avere piü nierito che hanno piii periculo e 
piü Obligo. Ma, quando tu li disarmi, tu cominci ad offenderli, 
monstri che tu abbi in loro diffidenzia, o per viltä o per poca 
fede: e Tuna e l'altra di queste opinioni concepe odio contro 25 
di te. E, perche tu non puoi stare disarmato, conviene ti volti 

1-2. C Se sono utili o inutilL le fortezze : et molte altre cose ohe ogni di da 
PriDcipi si fanno P Se le fortezze et molte altre cose che ogni giorno si fanno 
da Principi per conservatione del loro stato sono utili no b Se le fortezze 
et molte aitre co«e che spesse volte i Principi fanno sono utili o dannose B R 
quotidie 4. C L P B disarmati H alcuni hanno B hanno diviso b tenute 
C H P b divise 4-5. C tenute le terre subdite divise ; b in parti le terre sug- 
gette; 5. B C B b alcuni altri 10. b di questi stati 10-11. b da pigliare 
11. b non di meno 12. M quello 14. C b suoi B li ha disarmati b tro- 
vato 14-15. H sempre li ha 15. M sua, 17. b , e gli sudditi C b tuoi 
18. b tutti i 19. C tutti quelli 21-23. H iudicando quelli avere piü merito 
che hanno piü Obligo. 23. b incominci 24. B b et mostri b o poca 26. C 
che tu ti volti B b che ti volti 



96 IL PRINCIPE 

alla milizia mercennaria, la quäle e di quella qualitä che di so- 
pra e detto; e, quando la fussi buona, non pao essere tanta, che 
ti difenda da^ nimici potent! e da^ sudditi sospetti. Pero, come § a 
io ho detto, uno principe nuovo in uno principato nuovo 

5 sempre vi ha ordinato Tarme. Di questi esempli ne sono 
piene le istorie. Ma, quando uno principe acquista uno stato 
nuovo che, come membro, si aggiunga al suo vecchio, allora 
e necessario disarmare quello stato, eccetto quelli che nello 
acquistarlo sono suti tua partigiani ; e quelli ancora, col tempo 

10 e con le occasioni, e necessario renderli molli et effeminati ; 
et ordinarsi in modo, che tutte Tarme del tuo stato sieno 
in quelli soldati tua propra, che nello stato tuo antiquo vi- 
Yono appresso di te. 

Solevano li antiqui nostri, e quelli che erano stimati savi, § 4 

15 dire come era necessario teuere Pistoia con le parte e Pisa 
con le fortezze ; e per questo uutrivano in qualche terra loro 
suddita le differenzie, per possederle piü facilmente. Questo, 
in quelli tempi che Italia era in uno certo modo bilanciata, 
doveva essere ben fatto; ma non credo che si possa dare 

«» oggi per precetto: perche io non credo che le divisioni fa- 
cessino mai bene alcuno; anzi e necessario, quando il nimico 
si accosta, che le cittä divise si perdino subito ; perche sempre 
la parte piü debole si aderirä alle forze esterne, e V altra 

1-2. b , della quäle di sopra abbian detto qaale sia; 8. b ella B b tanto 
4. B detto, uno principato b in uno nuovo principato 4-5. M uno principe 
nuovo sempre 5. P vi ha sempre b essempi son 9. b acquistarlo si sono 
per te scoperti, e questi ancora sono stati tuoi 10. B necessario farli 
molli 11-12. M in modo che solo le arme di tucto el tuo stato sieno in quelli 
tua soldati propra che nello stato tuo antico 12. B in quelli soll tua 13. C L P 
R vivevano 17. b possederla 18. b in quel tempo 19. B B credo si b ma 
non mi pare si possa dar 20. b divisioni fatte B b faccino 22-23. per- 
che la parte piü debile sempre si aderirä 23. P le parte . . . si aderiranno 
H si aderisce b s^accosterä alle , 

2. tanta. II fenomeno d'attrazione, per cui gli avverbi tanto^ moltOf poco 
ecc. si accordano col nome cui yanno riferiti, ö cosi noto e freqnente nella 
lingua classica e popolare, che il protot. di B b poteya risparraiare la cor- 
rezione tanto. Ma qui io credo che tanta Bia aggett. di quantitä: e il con- 
cetto del Mach, sarebbe: « non puö essere cosi forte e numerosa ». 

13. vivono. Nel protot. di C L P B vivevano dev* esser stato tratto da 
antiquo : b troppo chiaro che i soldati debbono essere contemporanei al 
principe che se ne serve. 



IL PRINCIPE 97 

§ 5 non poträ reggere. E' Viniziani, mossi, come io credo, dalle 
ragioni soprascritte, nutrivano le sette guelfe e ghibelline 
nelle cittä loro suddite ; e, benche non li lasciassino mai venire 
al sangue, tarnen, nutrivano tra loro questi dispareri, accio 
che, occupati quelli cittadini in quelle loro differenzie, non si 5 
unissino contro di loro. II che, come si vide, non tornö loro 
poi a proposito ; perche, sendo rotti a Yailä, subito una parte 
di quelle prese ardire, e tolsono loro tutto lo stato. Argui- 
scano, per tanto, simili modi debolezza del principe: perche 
in uno principato gagliardo mai si permetteranno simili di- 10 
visioni ; perche le fanno solo profitto a tempo di pace, poten- 
dosi mediante quelle piü facilmente maneggiare e^ sudditi ; 
ma, venendo la guerra, monstra simile ordine la fallacia sua. 

§ 6 Sanza dubio e^ principi diventano grandi, quando superano 

le difficulta e le opposizioni che sono fatte loro : e pero la for- 15 
tuna, massime quando vuol fare grande uno principe nuovo, 
il quäle ha maggiore necessitä di acquistare reputazione che 
uno ereditario, gli fa nascere de' nimici, e li fa fare delle im- 
prese contro, accib che quello abbi cagione di superarle, e su 
per quella scala che li hanno pörta e' nimici sua, salire piü 20 
alto. Perö molti iudicano che uno principe savio debbe, quando 
ne abbi la occasione, nutrirsi con astuzia qualche inimicizia, 
accio che, oppresso quella, ne seguiti maggiore sua grandezza. 

§ 7 Hanno e' principi, et praesertim quelli che sono nuovi, tro- 
vato piü fede e piü utilitä in quelli uomini che nel principio 25 
del loro stato sono suti tenuti sospetti, che in quelli che nel 
principio erano confidenti. Pandolfo Petrucci, principe di Siena, 
reggeva lo stato suo piü con quelli che li furono sospetti che 
con li altri. Ma di questa cosa non si puo parlare largamente, 
perche la varia secondo el subietto. Solo dirö questo, che quelli so 
uomini che nel principio di uno principato erono stati inimici. 



1. H uoa pu6 3. B b sopradicte 3. b cittati H non 11 lascino b non 
le lassasser 4. b pure 5. b quelle differenzie, 6. b non si movessero con- 
tro B vidde 6-7. H b poi loro 10. b tali di visioni, 11. B perch^ fanno 
15-16. P la fortuna quando 16. H la vuol 18. H et fagli fare 20. b por- 
tata 21. B b E per6 C P debba B b savio quando 22. B b debbe nu- 
trirsi 23. b oppressa 24. b , e spetialmente 26. B b sono tenuti R 
stati 27. C Petrucci, tyranno di Sieiia, 30. b ella 

Machiavelli 7 



98 IL PRINCIPE 

che sono di qualitä, che a mantenersi abbino bisogno di ap- 
poggiarsi, sempre el principe con facilita grandissima se li 
poträ guadagoare: e loro maggiormente sono forzati a ser- 
virlo con fede, quanto conoscano esser loro piü necessario can- 
5 cellare con le opere quella opinione sinistra che si aveva di 
loro. E cosi el principe ne trae sempre piü utilita, che di 
coloro che, servendolo con troppa sicurtä, straceurono le cose 
sua. £, poiche la materia lo ricerca, non voglio lasciare in- § B 
drieto ricordare a' principi, che hanno preso uno stato di nnovo 

10 mediante e' favori iütrinseci di quello, che considerino bene 
quäl cagione abbi mosso quelli che lo hanno favorito, a fa- 
Yorirlo ; e, se ella non e affezione naturale verso di loro, ma 
fussi solo perche quelli non si contentavano di quello stato, 
con fatica e difficnltä grande se li poträ mantenere amici, per- 

15 che e^ fia impossibile che lui possa contentarli. E discorrendo 
bene, con quelli esempli che dalle cose antiche e moderne si 
traggono, la cagione di questo, vedrä esserli molto piü facile 
guadagnarsi amici quelli uomini che dello stato innanzi si con- 
tentavono, e pero erano sua inimici, che quelli che, per non 

20 se ne contentare, li diventorono amici e favorironlo ad oc- 
cuparlo. 

^ suta consuetudine de^ principi, per potere teuere piii § 9 
securamente lo stato loro, edificare fortezze, che sieno la 
briglia et il freno di quelli che disegnassino fare loro contro, 

25 et avere uno refugio securo da uno subito impeto, lo laudo 
questo modo, perche elli e usitato ab antiquo: non di manco, 
ra esser Niccolö Vitelli, ne' tempi nostri, si e visto disfare dua 
fortezze in Cittä di Castello per teuere quello stato. Guido 

1. C B b se sono 1-2. b bisogno d' appoggio, 2. P grande 4. H essere piü 
7. b i quali servendolo H servendo 9. b il ricordare a un principe che ha 
preso 10. C b intrinsechi b consideri 11. B che hanno 12. b verso di 
quello, 15. C P B perchö fia P che possa 17. B b si vedrä esser 18. b 
il guadagnarsi b quelli i quali 20. b favorirno 22. b £: stata 24. b 
briglia e freno 25. b aver refugio B subdito impeto. b un primo impetq. 
b lodo 26. b anticamente: 27. P Vitelli si d visto ne' tempi nostri disfare 28. 
B per potere teuere 

1. che sono. lo credo che se sono sia derivato a b e G B da yoglia di 
rompere la monotonia dei quattro che troppo yicini. 

17. vedrä. La lez. si vedrä di B b si rivela falsa per il resto del periodo, 
che segalta sempre con lo stesso costrntto personale. 



IL PRINCIPE 99 

Ubaldo, duca di Urbino, ritornato nella sua dominazione, donde 
da Cesare Borgia era suto cacciato, ruinö fanditus tutte le 
fortezze di quella provincia; e iudicö sanza quelle piü diffi- 
ciltnente riperdere quello stato. Bentivogli, ritornati in Bolo- 
gna, usorono simili termini. Sono dunque le fortezze utili o 5 
no, secondo e^ tempi; e se le ti fauno bene in una parte, ti 
§ 10 offendano in un^altra. E puossi discorrere questa parte cosi. 
Quel principe che ha piü paura de' popnli che de' forestieri, 
debbe fare le fortezze; ma quello che ha piü paura de' fo- 
restieri che de' populi, debbe lasciarle indrieto. Alla casa to 
Sforzesca ha fatto e farä piü guerra el castello di Milano, 
che vi edificb Francesco Sforza, che alcuno altro disordine 
di quello stato. Perö la migliore fortezza che sia e non essere 
odiato dal populo : perche, ancora che tu abbi le fortezze, et 
il populo ti abbi in odio, le non ti salvono ; perche non ifian- 15 
cano mai a' populi, preso che li hanno 1' arme, forestieri che ' 
li soccorrino. Ne' tempi nostri, non si vede che quelle abbino 
profittato ad alcuno principe, se non alla Contessa di Furli, 
quando fu morto el conte Girolamo suo consorte; perche me- 
diante quella posse fuggire 1' impeto populäre et espettare el «<> 
jsoccorso di Milano, e recuperare lo stato : e li tempi stavono 
allora in modo, che il forestiere non posseva soccorrere el 

]. B Urbino nel suo stato, donde -b ritornato nel suo stato, donde 2. C 
b stato b rovinö da' fondamenti 3-4. b e giudic6 senza quelle avere a rid- 
dere pid dlfflcilmente P sanza quelle potere piü difflcilmente B riperdere 
piü difflcilmente 4. b I Bentivogli 5. b usorno* sinaU termine. K adun- 
que 6. B b se ti 7. M ti offenderanno 9. P ma quando quello ha 12. 
b , che ve lo edificö 14. b da populi: b la fortezza 15-16. M non mancö 
mai a populi preso che hanno P perche a popoli non mancano b mancono 
16. B che elli hanno 17. H Ne' nostri tempi 17-18. b abbin fatto profitto ad 
19. Hyeronimo 20. P b pot4 C b aspettare 21. B B b da Milano 21- 
22. II allora stavono 22. P forestiero poteva 



3-4. iudici... riperdere. Gosi leggono unanimi C L M R: e le differenti cor- 
rezioni di B P e b si spiegano per essere il concetto di dovere incluso nella 
fräse, ma non espresso ohiaramente. 

18. profittato. La correzione di b in abbin fatto profitto non ha ragion 
cl* essere, giacch^ profittare ad uno nel senso di Portar profitto ad uno e 
della lingua del '300 e '500. Cfr. Crmca, Impress. IV e Tommaseo. 

21. soccorso di Milano h chiaro; ma non da Milano, che potrebbe di- 
pendere da espettare^ secondo Bb e CR. 






100 IL PRINCIPE 

populo; ma di poi, valsono ancora poco a lei le fortezze^ 
quando Cesare Borgia Fassaltö, e che il populo suo inimica 
si coniunse co' forestieri. Per tanto, allora e prima sarebbe * 
suto piü sicuro a lei non essere odiata dal populo, che avere 
5 le fortezze. Considerato, adunque, tutte queste* cose, io lau- 
dero chi farä le fortezze e chi non le farä, e biasimer5 qua- 
lunque, fidandosi delle fortezze, stimerä poco essere odiato 
da^ populi. 

[xxij 

QUOD PRINCIPEM DECEAT UT EGBEGIUS HABEATÜR 

10 Nessuna cosa fa tanto stimare uno principe, quanto fanno § l 

le grande imprese e dare di se rari esempli. Noi abbiamo 
ne' nostri tempi Ferrando di Aragonia, presente re di Spagna. 
Gostui si puo chiamare quasi principe nuovo, perche d^ uno 
re debole e diventato per fama e per gloria el primo re de^ 

15 Cristiani: e, se considerrete le azioni sua, le troverrete tutte 
grandissime e qualcuna estraordinaria. Lui nel principio del 
suo regno assaltö la Granata; e quella impresa fu el fonda- 
mento dello stato suo. Prima, e' la fece ocioso e sanza so- 
spetto di essere impedito: tenne occupati in quella li animi 

1. B da poi P ma di poi banno giovato ancora poco a lei OHR an- 
cora a lei poco 1-2. B 1» a lei, quando 2. B 1» inimico suo 3. B B con 
P b col 1> et allora 4. b stato 5. 1» Considerate adunque queste 6. P 
laudo B cbe farä b farä forteze B che non 7. B b fidandosi di quelle» 
C R nelle fortezze b lo esser 

9. C Che si conviene a un principe perchö sia stimato P Quello che s'ap- 
partenga fare a uno principe per essere stimato et reputato b Come si debba 
governare un principe per acquistarsi reputazione 11. b et il dar di b6 essempi 
rari. 12. B b re di B de 14. B et gloria 15. K considerate b con- 
siderarete b trovarete 16. b e qualunche estraordinaria. b Egli 18. 
elli lo fece ocioso 19. B occupato b animi de baroni 



1. valsono ancora ecc. P mutö valsono in hanno giovato per amore di 
piü volgare ohiarezza ; il protot. di B b ha taciato fortezze agevole a sot- 
tintendere; C R ed M hanno accoatato a lei ad ancora, a cui piü logica- 
mente sembraya uuirsi. Ma Taccordc^ universale contro P, raccordo di 
C L M P B contro B b poi, in flne di B L P contro CRM, mss. piü guasti,. 
m' inducono ad accettare la lezione piü diiBcile. 



IL PRINCIPE 101 

di quelli baroni di Castiglia; li quali, pensando a quella guerra, 
non pensavano ad innovare; e lui acquistava in quel mezzo 
reputazione et imperio sopra di loro, che non se ne accor- 
gevano. Posse nutrire con danari della Chiesa e de' populi 
«serciti, e fare nno fondamento con quella guerra lunga alla 5 
milizia sua, la quäle lo ha di poi onorato. Oltre a questo, 
per possere intraprendere maggiori imprese, servendosi sem- 
pre della relligione, si volse ad una pietosa crudeltä, cacciando 
€ spogliando el suo regno de' Marrani : ne pu6 esser questo 
esemplo pid miserabile ne piü raro. Assalto sotto questo me- lo 
desimo mantello P Affrica: fece Pimpresa di Italia: ha ulti- 
mamente assaltato la Francia : e cosi sempre ha fatte et or- 
dite cose grandi, le quali sempre hanno tenuto sospesi et 
ammirati li animi de' sudditi et occupati nello evento di esse^ 
E sono nate queste sua azioni in modo Puna dalPaltra, che 15 
non ha dato mai, infra V una e V altra, spazio alli uomini 
^ 2 di potere quietamente operarli contro. Giova ancora assai a 
uno principe dare di se esempli rari circa governi di dentro, 
simili a quelli che si narrano di messer Bernabo da Milano, 
quando si ha V occasione di qualcuno che operi qualche cosa 20 
estraordinaria, o in bene in male, nella vita civile, e pigliare 
uno modo, circa premiarlo punirlo, di che s' abbia a parlare 
assai. E sopra tutto uno principe si debbe ingegnare dare di 

2. b in questo 3. H imperio et reputatione 5. B b e con quella guerra 
luDga fare b fare fondamento P con quella lunga 6. b di poi Tha C b 
Oltre questo B L Oltra di questo 9. B P di Marrani 10. b e pi6 raro. 11. 
b medesimo pretesto B in Italia 12-13. BP fatto et ordito b e cosl sem- 
pre ordito 13. B b hanno sempre B tenute 15-17. b che non hanno dato 
mai spazio a li uomini di poter quietar et operarli contro. B non ha mai 
dato B poterli . . . operare 17. b assai ancora 18. P esempli circa b el 
governo 19. H b Bernardo 80. H alcuno B qualcosa 21-22. , e tro- 
vare uno modo 22. M circa al b circa il P et punirlo 



9. de* Marrani. Probabilmente B P corressero in di Marrani ad evi- 
tare Tambiguitä, per cui de^ Marrani puö dipendere tanto da regno quanto 
da spogliando: ma suo toglie via ogni difficolta. 

10. miserabile. Non intendo perchö le moderne ed. (Italia 1813, Polidori, 
Firenze 1853 ecc.) di questa coBa miserabile abbian fatto ana mirabite. 

11. mantello porta anebe la Giuntina : ma b, mutandolo nel volgare pre- 
testo^ tolse via la naturale rappresentativa metafora. 

19. Bernabö. M e b si sono casaalraente incontrati a scrivere Bernardo 
per semplice ignoranza. 



^ 



102 



IL PRINCIPE 



se in ogni sua azione fama di uomo grande e di uomo ec- 
cellente. 

E ancora stimato uno principe, quando elli e vero amico § a 
e yero inimico, cioe quando sanza alcuno respetto si scuopre 

5 in favore di alcuno contro ad un altro. II qualejartito 
fia sempre ^^i u utile c he^ stare neuj rale; perche, se dua po- 
tenti tua vicini vengono alle mani, o sono di qualita che, 
vincendo uno di quelli, tu abbia a temere del vincitore, o 
no. In qualunque di questi dua casi, ti sarä sempre piü utile 

10 Ig scoprirsi e fare buona guerra; perche, nel prima caso, se 
tu non ti scuopri, sarai sempre preda di chi vince, con piacere 
e satisfazione di colui che e stato vinto, e non hai ragione 
ne cosa alcuna che ti difenda ne che ti riceva. Perche chi 
vince, non yuole amici sospetti e che non lo aiutino nelle 

15 awersitä; chi perde, non ti riceve, per non avere tu voluto 
con le arme in mano correre la fortuna sua. Era passato in § ^ 
Grecia Antioco, messovi dalli Etoli per cacciarne Bomani. 
Mando Antioco ambasciatori alli Achei, che erano amici de^ 
Bomani, a confortarli a stare di mezzo ; e da altra parte Bo- 

20 mani li persuadevano a pigliare V arme per loro. Yenne questa 
materia a deliberarsi nel concilio delli Achei, dove el legato 
di Antioco li persuadeva a stare neutrali: a che el legato 

1-2. [C] M di huomo g^raude e d' ingegno excellente. B dl homo grande et 
excellente. 1» di grande et eccellente. 5. b contro un 6. B sempre fia 7. 
b o essi sono 8. B a temerne 10. C B b scoprirti 12. b e non arai 14. 
K vince con H amici e sospetti 14-15. B nä che nelle adversitä lo adiutina 
b n^ r adversitati non r aiutino, chi per non ti riceve 16. C soccorrere la 
fortuna M alla fortuna 17. b Antioco in Grecia b i Roman! H cacciare 
e romani 18. H b oratori 19. H dair altra parte B altre 20-21. b questa 
cosa a 21. C il K Achei Ellegati di 21-22. B legato li 



1. uomo... uomo. La ripetizione a breve distanza di uomo deve ayer 
indotto b a sopprimerli tutti e due, R uno solo, C ed M a sostituire ingegno- 
al secondo. Ma Taccordo di B ed L P ci 6 sufficiente garanzia della diffi- 
cile lezione accettata. 

16. correre la fortuna, modo non inteso da G ed M, fece mutare airun» 
in soccorrere, all' altro piü goffamente alla fortuna: ma esso si riscontra 
nelle Storie n, 28 del Bembo; e correr pericolo nelle Ist, Fior. n, 16ö. 

18. ambasciatori. lo oredo assai piü facile che oratori di M b, comunis- 
simo nel ^500 in tal senso, si sia sostituito ad ambasciato^'i, anzi che il 
contrario. 



IL PRINCIPE 103 

ronmao respose: c Quod autem isti dicunt non interponendi 
Yos hello, nihil magis alienum rehus vestris est; sine gratia, 

§ 5 sine dignitate, pnMmium victoris eritis >. E sempre interverra 
che colui che non e amico, ti ricercherä della neutralita, e 
quello che ti e amico, ti ricbiederä che ti scuopra con le 5 
arme. E li principi mal resoluti, per fuggire e' presenti pe- 
riculi, seguono el piü delle volte quella via neutrale, et il piü 
delle Yolte rovinano. Ma, quando el principe si scuopre ga- 
gliardamente in favore d'nna parte, se colui con chi tu ti 
aderisci vince, ancora che sia potente e che tu rimanga a lo 
8ua discrezione, elli ha teco Obligo, e vi e contratto V amore : 
e li uomini non sono mai si disonesti, che con tanto esemplo 
di ingratitudine ti opprimessino. Di poi le vittorie non sono 
mai si stiette, che il yincitore non abbia ad avere qualche 
respetto, e massime alla giustizia. Ma, se quello con il quäle i6 
tu ti aderisci perde, tu se' ricevuto da lui ; e mentre che puö 
ti aiuta, e diventi compagno d' una fortuna che pu6 resur- 
gere. Nel secondo caso, quando quelli che combattono in- 
sierae sono di qualitä che tu non abbia da temere, tanto e 
maggiore prudenzia lo aderirsi; perche tu vai alla ruina d'uno ^ » 
con lo aiuto di chi lo doverrebbe salvare, se fussi savio; e 
yincendo, rimane a tua discrezione; et e impossibile, con lo 
aiuto tuo, che non vinca. ^ 

§6 E qui e da notare, che uno principe debbe avvertire di-f,^^^^ 

non fare mai compagnia con uno piü potente di se per offen- 25 

1. B li respose 1-3. P respose ; quello che costoro dicono di non vi trava- 
gliare della guerra, non puö essere ü6 piä contro n4 pit dannoso alle cose vo- 
stre, perche sanza gratia, sanza dignitä sarete preda di chi vinoerä. b ri- 
spose: quanto alla parte che si dice esser ottimo et utilissimo allo stato vostro 
il non vi intromettere nella guerra nostra, niente vi ä pi& contrario; imperö che 
non vi ci intromettendo senza grazia e senza riputazione alcuna resterete pre- 
mio del vincitore. H dicunt interponendi 3-4. II E sempre che colui 4. b 
che quello che non ti h amico ti richiederä 5. b , ti ricercherä P amico che 
ti scuopra 6. B B male 8. C pi& gaghardamente 9-10. b tu aderisci 10. 
C B aderisci ancora che sia potente vince 11. b egli 12. B mai disonesti 14. 
b mai si prospere, che 16. b tu aderisci C sei ritenuto da lui; 18. H quelli 
e quali 19-20. b tanto piü ^ gran prudenzia lo aderire; 21. B doverebe b 
deverrebbe 22. b alla tua 22*23. b impossibile che 24. C debba b deve 
24-25. P advertire non 

1. interponendi, secondo la sintassi latina, h un errore. Tito Livio al 
L. XXXV, 48 ha veramente interponi. 



/ 



104 IL PRINCIPE 

dere altri, se non quando la necessitä lo stringe, come di 
sopra si dice ; perche, vincendo, rimani suo prigione : e li prin- 
cipi debbono fuggire, quanto possono, lo stare a discrezione 
di altri. Yiniziani si accompagnorono con Francia contro al 
duca di Milano, e potevono fuggire di non fare quella com- 
pagnia; di che ne resulto la ruina loro. Ma, quando non si 
puö fuggirla, come intervenne a' Fiorentini, quando el papa 
e Spagna andorono con li eserciti ad assaltare la Lombardia, 
allora si debba el principe aderire per le ragioni sopradette. 

10 Ne creda mai alcuno stato potere pigliare partiti securi, 
anzi pensi di avere a prenderli tutti dubii ; perche si truova 
questo nell' ordine delle cose, che mai si cerca fuggire uno 
inconveaiente che non si incorra in uno altro; ma la pru- 
denzia consiste in sapere conoscere le qualitä delli inconve- 

15 nienti, e pigliare el men tristo per buono. 

Debbe ancora uno principe monstrarsi amatore delle virtd § 7 
et onorare li eccellenti in una arte. Appresso debbe aniraare 
li sua cittadini di potere quietamente esercitare li esercizii 
loro, e nella mercanzia e nella agricultura, et in ogni altro 

20 esercizio delli uomini, e che quello non tema di ornare le saa 
possessione per timore che li sieno tolte, e quell' altro di aprire 
uno traffico per paura delle taglie; ma debbe preparare premii 
a chi vuol fare queste cose et a qualunque pensa in qualunque 
modo ampliare la sua cittä o il suo stato. Debbe, oltre a que- 

25 sto, ne' tempi convenienti dell' anno, teuere occupati e' populi 
con le feste e spettaculi. E, perche ogni cittä e divisa in arte 

1. 01» strigae 2. b vincendo lul tu rimane a sua discrezione: 4 b I Vin. 
9. b adlora vi deve B C P si debbe b sopraditte ragioni. 10. H pigliare 
sempre partiti 12. b mai non si B di fuggire 14. M consiste sapere b 
qualitati 15. b el modo tristo pel buono. 16. b virtuti 16-17. C de le 
virt& {dando ricapito a li homini virtuosi] et onorare 17. B excellentissimi b 
in ciascuna arte. 18. C b suoi M quietamente operare li exercitii ld-20. 
P agricultura et che quello 20. b, acciö che quello non si astenga d' ornare 
M temi H la sua 21. C R per paura che B timore le li b che non gli 
sien H la gli sia tolta 21-22. P aprire traffichi 22. P ordinäre premii 21. 
K P b di ampliare P et il suo 25-26. b li popoli con feste 26. b o in arti 
H arti 

16. virtü. La giunta di C si rivela goffa creazione del trascrittore, non 
fiolo per rinutilitä del concetto, ma anche per la yolgaritä e imprecisione 
della fräse dar ricapito , dov^ il Mach, avrebbe adoperato intrattenere. 



IL PRINCIPE 105 

o in tribü, debbe tenere conto di quelle universitä, raunarsi 
con loro qualche volta, dare di se esempli di umanitä e di 
munificenzia, tenendo sempre ferma non di manco la maestä 
della dignitä sua, perche questo non vuol mancare in cosa 
alcuna. 



5 



[xxii] 
Db his quos a secretis principes habent 

§ 1 Non e di poca importanzia a uno principe la elezione de^ 

ininistri: li quali sono buoni o no secondo la prudenzia del 
principe. E la prima coniettura che si fa del cervello d'uno 
sigjiore, e vedere li uomini che lui ha d'intorno; e quando lo 
sono sufficienti e fedeli, sempre si puo reputarlo savio, perche 
ha saputo conoscerli sufficienti e mantenerli fideli. Ma, quando 
sieno altrimenti, sempre si puo fare non buono iudizio di 
lui: perche el primo errore che fa, lo fa in questa elezione. 
Non era alcuno che conoscessi messer Antonio da Venafro, is 
per ministro di Pandolfo Petrucci, principe di Siena, che non 
iudicassi Pandolfo esser valentissimo uomo, avendo quello 

§ 2 per suo ministro. E, perche sono di tre generazione cervelli, 

1. H tribü tenere 1» Universität!, adunarsi C ragunarsi 8. B R esem- 
plo M umanitä di 2-3. b e magnificenzia, 3. B tenendo nondimanco b 
tenendo non di meno 4. H P mai mancare 4-5. b non si vuole mai che 
manchi in cosa alcuna. 

6. C De li Secretarii de Principi P De Secretarii che Principi hauno ap- 
presso di loro b Delli segretarii de Principi 0-10. B b si fa d' uno signore 
e del cei*veUo suo, 10. C B ch' elli H che li 12. C conoscer li sufficienti et 
mantener li fedeli. b mantenerseli 14. b il primo error ha fatto in questa 
elettione. 16. C Petrucci Tyranno di Siena B essere 17. b esser prüden- 
tissimo uomo, 18. P sono tre generatione di cervelli, 



9-10. del cervello d'uno. Non mi pare abbia ragion d'essere Tendiadi, fatta 
da B b, per il suo carattere troppo artificioso. 

12. conoscerli... mantenerli. LMnterpretazione diversa che di questo passo 
da il C, fitaccando i due li da' verbi e facendone due articoli, credo sia falsa ; 
perch^ stacca un concetto che dovrebbe essere anico, avendo rigaardo a 
sono sufficienti e fedeli di sopra. 

18. di tre generazione cervelli 6 iperbato popolare toscano, frequente 
neue opere del Machiavelli (p. e. Arte d. Gueira, L. V: c perche sono di 



/ 



106 IL PRINCIPE 

V uno intende da se, V altro discerne quello che altri intende^ 
el terzo non intende ne se ne altri, quel primo h eccellentis- 
simo, el secondo eccellente, el terzo inutile, conreniva per 
tanto di necessitä, che, se Pandolfo non era nel primo grado, 

5 che fussi nel secondo: perche, ogni volta che uno ha iudicio 
di conoscere el bene o il male che uno fa e dice, ancora che 
da se non abbia invenzione, conosce 1' opere triste e le buone 
del ministrO; e quelle esalta, e Paltre corregge; et il ministro 
non pu5 sperare di ingannarlo, e mantiensi buono. 

10 Ma, come uno principe possa conoscere el ministro, ci e § ^ 

questo modo che non falla mai. Quando tu vedi el ministro 
pensare piü a se che a te, e che in tutte le azioni vi ricerca 
dentro P utile suo, questo tale cosi fatto mai fia buono mi- 
nistro, mai te ne potrai fidare : perche quello che ha lo stato 

15 d^uno in mano, non debbe pensare mai a se, ma sempre 
al principe, e non li ricordare mai cosa^che non appar- 
tenga a lui. E dalP altro canto, el principe, per mantenerlo 
buono, debba pensare al ministro, onorandolo, facendolo ricco, 
obligandoselo, participandoli li onori e carichi, acciö che vegga 

20 che non puö stare sanza lui, e che li assai onori non li fac- 
cino desiderare piü onori, le assai ricchezze non li faccino 

1-2. b intende per s^, T altro intende quanto da altri gli 6 monstro, il terzo 
uon intende n6 per s4 stesso n^ per demonstrazione d' altri, 5. b il iudicio 6. 
M o dice 7. M V opere buone e le triste 11. P modo. Quando 12-13. P b ri- 
cerca r utile 13-14. b mai non fia buon ministro, n^ mai 15-16 b ma al 17. 
b E da r altra parte, 19. M participargli 19-20. M ad ciö cognosca che 19- 
21. e segy. b acciö che li assai onori, le assai ricchezze concesseli sian causa che 
egli non desideri sdtri onori e riccheze, e gli assai carichi gli faccino temere le 
mutazioni, conoscendo non potere reggersi senza lui. 

due ragioni cariaggi): non 6 quindi per nulla giustificata la lez. di P: cer- 
velli di tre generazioni. 

1-2. V altro discerne ecc. La stampa guastö orribilmente il teste, togliendo 
via il proprissimo discerne e ^cendo si che il signore intenda solo quel 
che gli inostrano, laddove, secondo il Machiavelli, egli dovrebbe dißcernere^ 
distinguere il meglio, tra quello che altrt ha capito. Non meno brutta e sla- 
yata e la correzione del modo intensivo, tanto efficace nella sua quasi di- 
spettosa breyitä, non intende ne se ne altri, mutato neir altro, non intende 
nS per sd stesso ne' per dimostrazione d^ altri. 

19-21 e segg. acciö die... e che... faccino ecc. Tutta la correzione di b, pare 
una esegesi del concetto chiarissimo di per se. La stampa, insomma, volle 
esprimere il rapporto tra due concetti, subordinandoli ; dove il M. avea pre- 



IL PJRINCIPE 107 

desiderare piü ricchezze, li assai caricbi li faccino temere le 
mutazioni. Qaando dunque e^ ministri e li principi circa mi- 
nistri sono cosi fatti, possono confidare V uno delP altro, e 
quando altrimenti, el fine sempre fia dannoso o per Tuno o 
per l'altro. 5 

[xxni] 

QUOMODO ADULA TORES SINT FÜGIENDI 

§ 1 Non YOglio lasciarjB indrieto uno capo importante et uno 

errore dal quäle e' principi con difficultä si difendano, se non 
sono prudentissimi, o se non hanno buona elezione. E questi 
sono li adulatori, delli quali le corte sono piene ; perche li uo- 10 
mini si compiacciono tanto nelle cose loro proprie, et in modo 
vi si ingannono, che con difficultä si difendano da questa peste ; 
et a volersene defendere, si porta periculo di non diventare 
contennendo. Perche non ci e altro modo a guardarsi dalle 
adulazioni, se non che li uomini intendino che non ti offen- i& 
dino a dirti el vero; ma, quando ciascuno pu5 dirti el vero, 

§ 2 ti manca la reverenzia. Per tanto, uno principe prudente debbe 
teuere uno terzo modo, eleggendo nel suo stato uomini savi, 
e solo a quelli debbe dare libero arbitrio a parlarli la veritä, 
e di. quelle cose sole che lui domanda e non d^ altro; ma so 
debbe domandarli d' ogni cosa, e le opinioni loro udire ; di 
poi deliberare da se, a suo modo ; e con questi consigli e con 
ciascuno di loro portarsi in modo, che ognuno conosca che 
quanto piü liberamente si parlerä, tanto piü li fia accetto: 

1-2. C piü ricchezze. Quando 2. P B 1» adunque BOPBli 2-3. bi 
principi ed i ministri son cosi fatti 3. P saranno cosi 4. B R, quando 
H sempre el fine fia b il fine sarä sempre 6. Come sono da fuggire li adu- 
latori P In che modo si abbino ad fuggire li adulatori b Come si debbian 
fuggire gli adulatori 8. P difflcilmente e principi si defendano &-10. b E que- 
sto d quello degli adulatori 10. K de' quali b carti 11. P delle cose 19. 
H et solo a quelli electi dare libero albitrio b quelli dove dare 20. C lui li 
21. B b et udire le opinioni 22. H ad modo suo; b modo, con questi 24. 
B liberamente parlerä b gli sarä 

ferlto coordinare le tre propoaizioni a qaella (vegga che ecc) di cui logica- 
mente erano appositive dichiarative. 

10. Corte. Errore di stampa 6 certamente car^i di b : ma tale svista diede 
luogo alle carte nella Giuntina e nella Testina. 



108 IL PRINCIPE 

fuora di quelli, non volere udire alcuno, andare drieto alla 
cosa deliberata, et esser ostinato nelle deliberazioni sua. Chi fa 
altrimenti, o e' precipita per li adulatori, o si muta spesso per 
la variazione de* pareri: di che ne nasce la poca existima- 

5 zione sua. lo voglio a questo proposito addurre uno esemplo § 3 
moderno. Pre' Luca, uomo di Massimiliano presente impera- 
tore, parlando di sua maestä, disse coiue non si consigliava 
con persona, e non faceva mai di alcuna cosa a suo modo : 
il che nasceva dal tenere contrario termine al sopradetto. 

10 Perche V imperatore e uomo secreto, non comunica li sua 
disegni con persona, non ne piglia parere; ma, come nel met- 
terli ad eflfetto si cominciono a conoscere e scoprire, li co- 
minciono ad essere contradetti da coloro che elli ha d*in- 
torno ; e quello, come facile, se ne stoglie. Di qui nasce che 

15 quelle cose che fa uno giorno, destrugge V altro, e che non 
si intenda mai quello si voglia o disegni fare, e che non si 
puö sopra le sua deliherazioni fondarsi. 

Uno principe,, per tanto, dehbe consigliarsi sempre, ma § 4 
quando lui vuole e non quando vuole altri; anzi debbe törre 

^0 animo a ciascuno di consigliarlo d' alcüna cosa, se non gnene 
domanda; ma lui debbe bene esser largo domandatore, e di 
poi circa le cose dömandate paziente uditore del vero; anzi, 
intendendo che alcuno per alcuno respetto non gnene dica, 
turbarsene. E perche molti existimano che alcuno principe, il 

55 quäle da di se opinione di prudente, sia cosi tenuto non per 
sua natura, ma per li buoni consigli che lui ha d'intorno, 
sanza dubio s'inganna. Perche questa e una regola generale 
che non falla mai: che uno principe, il quäle non sia savio 
per se stesso, non puö essere consigliato bene, se giä a sorte 

3. B C M B b precipita 4. b di che nasce 4-5. b estimazione 5. P a 
questo exemplo addurre uno exemplo 7. M sua siguoria disse 8. P mai cou 
persona B mai alcuna cosa c M R di cosa alcuna 0. b da teuer H ter- 
mine contrario 10. C b 11 suoi 10-11. b suoi secreti 11. M disengni et non 
ne piglia 12. b s'incominciano 13. M lui b egli 15. b Tun giorno 16. 
b quel che vogU ' C B vogli M o quello si disengui fare, B quello vogli C 
B di fare 16-17. B b e che sopra le sue deliberazioni non si puö 17. P b fon- * 
dare. 19. b altri vuole; 20. b P animo M b gliene 21-22. M domandatore 
patiente C B , di poi 22. b auditore 23. b per respetto 24. b E perch4 
alcuni stimano stimano 26. P che ha 27. c b s'ingannano. 27-28. b 
perch^ questa non falla mai et ^ regola generale che un principe 



v-^ 



IL PRINCIPE 109 

« 

non si rimettessi in uno solo che al tutto lo governassi, che 
fussi uomo prudentissimo. In questo caso, potria bene essere, 
ma durerebbe poco, perche quello governatore in breve terapo 
li torrebbe lo stato; ma, consigliandosi con piü d ' uno, uno 
principe che non sia savio, non ara mai e^ consigli uniti, non & 
saprä per se stesso unirli ; de^ consiglieri ciascuno penserä alla 
proprietä sua: lui non li saprä correggere ne conoscere. E 
non si possono trovare altrimenti; perche li uomini sempre 
ti riusciranno tristi, se da una necessitä non sono fatti buoni. 
Perö si conclude, che li buoni consigli, da qualunque ven- lo 
ghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non 
la prudenzia del principe da^ buoni consigli. 

[xxiv] 
Cur Italiae principes regnüm amiserunt 

§ 1 Le cose soprascritte, osservate prudentemente, fanno pa- 

rere uno principe nuovo antico, e lo rendono subito piü si- i* 
curo e piü fermo nello stato, che se vi fussi antiquato dentro. 
Perche uno principe nuovo e molto piü osservato nella sua 
azioni che uno ereditario; e, quando le sono conosciute vir- 
tuose, pigliono molto piü li uomini e molto piü li obligano 
che il sangue antico. Perche li uomini sono molto piü presi ^ 
dalle cose presenti che dalle passate, e quando nelle presenti 

2-3. 1» , poträ bene esser ben governato, ma durerebbe 3. K quel governare 
4. B li torrebbe in breve tempo 5. 1» uniti consigli, 5-6. b nä saprä 6-7. P 
alle proprietä 7. H ; lui non gli saperrä cognoscere 1» : et egU non saprä 
B correggere non conoscere. 13. C Perchö hanno perso lo stato li Principi di 
Italia P Per quäl cagione li Principi di Itaiia hanno perso li stati loro b Per- 
chö i principi de Italia abbino perdutp i loro stati 14. b supraditte 15. b ren- 
deno B rendono sempre piü 16. b drento. 19. b virtuose, si guadagnano 
molto pi& 20. P Perch^ sono B sono assai piü £1. P dalle cose passate 



2. potria bene essere. I mss. tacciono unanimi governato aggianto dalle 
stampe dopo essere, e che falsa 11 concetto deir autore. H Machlavelli, 
depo aver detto In questo caso, ha come inciso una sua riflefisione : « e 
questo caso potria hene essere » ; pol ö saltato subito al concetto principale 
durerebbe poco, innanzi a cui 6 nato il ma, per essere quello ayversativo 
deir inciso. 



110 IL PRINCIPE 

truovono el bene, vi si godono e non cercano altro; anzi pi- 
glieranno ogni difesa per lui, quando nön manchi nell'aUre 
cose a se tnedesimo. E cosi arä daplicata gloria di avere dato 
principio a uno principato nuoTO, et ornatolo e corrobora- 

5 tolo di buone legge, di buone arme e di buoni esempli, come 
qiiello ha duplicata vergogna, che, nato principe, lo ha per 
sua poca prudenzia perduto. 

E, se si considerrä quelli signori che in Italia hanno per- § 2 
duto lo stato a' nostri tempi, come il re di Napoli, duca di Mi- 

10 lano et altri, si troverrä in loro, prima uno comune defetto 
quanto alle arme, per le cagioni che di sopra si sono di- 
scorse; di poi si vedrä alcuno di loro, o che arä avuto ini- 
mici e' populi, o, se arä avuto el populo amico, non si sarä 
saputo assicurare de^ grandi : perche, sanza questi defetti, non 

15 si perdono li stati che abbino tantö nervo, che possino trarre 
uno esercito alla campagna. Filippo Macedone, non il padre 
di Alessandro, ma quello che fu vinto da Tito Quinto, aveva 
non niolto stato, respetto alla grandezza de^ Bomani e di 
Grecia che lo assaltö: non di manco, per esser uomo mili-- 

20 tare e che sapeva intrattenere el populo et assicurarsi de' 
grandi, sostenne piü anni la guerra contro a quelli: e, se 
alla fine perde el dominio di qualche cittä, li rimase non di 
manco el regno. 

Per tanto, questi nostri principi che erano stati molti § 3 

25 anni nel principato loro, per averlo di poi perso, non accu- 

1. b ci trovano K vi godono 1-2, 1> pigliano 2. h quando il principe non 
3. M duplicato 4. B principato et 5. C b leggi, di buoni amici, di buoni 
esempi 6. B che ha C K 1» quello arä 6-7. b che S nato principe, e per sua 
poca prudenzia V ha perduto. 8. b considera P considerranno 9. b ne' no- 
stri 10. P altri troverrä B C ■ B prima in loro 11-12. C b si sono a lungo 
discorse, 12. ■ alcuni 13. b amico il popolo, 15. b tanti nervi, C b pos- 
sino teuere uno 16. B Filippo il 17. C B b Alessandro Magno, b ma quello 
che fu da Tito quinto vinto, 19. P di tutta Grecia 19-20. P homo et che B 
militare che 20. ■ b e popoli 22-23. b nientedimeno 24-25. M principi quali 
erono . . . . ne loro principati, b principi i quali di molti anni erano stati nel 
loro principato, 25. M persi 



5. arme. La lez. amici di C b dev^ essere derivata o da falsa interpre- 
tazione o da desiderio di non ripetere. In C amici ^ corretto suUa parola 
arme. Ad ogni modo, siccome i buoni amici non sono che effetto della po- 
tenza d'ano stato, ossia delle buone arme, io credo che il Mach, abbia na- 
turalmente dato piü importanza alla causa che air effetto. 



* '1 



IL PRINCIPE 111 

sino la fortuna, ma la ignavia loro: perche, non avendo mal 
ue^ tempi qnieti pensato che possono mutarsi, (il che e co- 
mune defetto delli uomini, non fare conto nella bonaccia della 
tempesta), quändo poi vennono tempi avversi, pensorono a 
fuggirsi e non a defendersi ; e sperorono ch' e' populi, infa- 5 
stiditi dalla insolenzia de^ vincitori, li richiamassino. II quale 
partito, quando mancano li altri, e buono; ma e bene male 
avere lasciati li altri remedii per quello; perche non si vor- 
rebbe mai cadere, per credere di trövare chi ti ricolga. II che, 
o non avviene, o, s'elli avviene, non e con tua sicurtä, per essere 10 
quella difesa suta vile e non dependere da te. E quelle di- 
fese .solamente sono buone, sono certe, sono durabili, che 
dependono da te proprio e dalla virtü tua. 

\ [xxv] 

Quantum fortuna in rebus humanis possit, bt quomodo 

illi sit occurrendum 15 

§ 1 E' non mi e incognito come molti hanno avuto et hanno 

opinione, che le cose del mondo sieno in modo governate 
dalla fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro 
non possiuo correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno ; 
e per questo, potrebbono iudicare che non f ussi da insudare 20 
molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. Questa 

1. 1» possino 4. M P b e tempi 5. 1» pensorno a fuggirsi, non 1» spe- 
rorno 6. C R violenzia 1> per la insolenzia 7. c quando non 8. C las- 
sato R lasciato P altri per quello 9. L credere trovare b creder poi 
trovar II. C stata b difesa sua vile 12. b buone certe e durabili. 14-15. 
€ Quanto possi nelle cose humane la fortuna: et come se li debbi opporre P 
Quanto possa la fortuna nelle cose umane, et in che modo se li habbia a resi- 
stere b Quanto possa nelle umane cose la fortuna, et in che modo se gli possa 
Obstare 16. B b Non mi ö 19. M possono 20. M fussiao 21. H alla for- 
tuna. b dalla sorte. 



3-4. nella bonaccia della tempesta. In L ii teste ha della bonaccia nella 
tempesta \ e sopra vi fu corretto, logicamente, secondo la lez. degli altri mss. 

12. sono certe, sono durabili. La ripet. da forza e vigote airaffermazio- 
ne del Machiavelli; e assai inopportunamente b soppresse il verbo. 

21. alla sorte. Qaello che si disse del costratto medesimo.col verbo fare 
<Cap. Xn, p. 57, r. 8-10) si puö ripetere qui per lasciare. 



112 IL PRINCIPE 

opinione e siita piü credata ne^ nostri tempi per la variazione 
grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni di, fuora 
d^ogni umana coniettura. A che pensando io qualche volta, 
mi sono in qualche parte inclinato nella opinione loro. Non § - 

5 di manco, perche el nostro libero arbitrio non sia spento, 
iudico potere esser vero che la fortuna sia arbitre della 
metä delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci gover- 
nare Taltra metä, o presso, a noi. Et assomiglio quella a uno 
di questi fiumi rovinosi, che, quando s^adirano, allagano e^ 

10 piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da questa parte 
terreno, pongono da quelPaltra: ciascuno fugge loro dinanzi, 
ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcana parte 
obstare. E, benche sieno cosi fatti, non resta perö che li 
uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare prov- 

15 vedimenti e con ripari et argini, in modo che, crescendo poi, 
andrebbono per uno canale, o V impeto loro non sarebbe 
ne si licenzioso ne si dannoso. Similmente interviene della § ^ 
fortuna; la quäle dimonstra la sua potenzia dove non e or- 
dinata virtü a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la 

20 sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla. E, se 
vpi eonsiderrete Tltalia, che e la sedia di queste variazioni 
e quella che ha dato loro el moto, vedrete essere una cam- 
pagna sanza argini e sanza alcuno riparo : che, s^ ella fussi 
reparata da conveniente virtü, come la Magna, la Spagna e 

25 la Prancia, o questa piena non arebbe fatto le variazioni 

1-2. C B variazione delle cose grande che si sono 3. 1» Al che, 4. b , sono.. . 
inchinato 6. B C 1» arbitra 7. b ancora ella ne 8. b o poco meno a noi. 
8-13. b a un flume rovinoso che quando e' s' adira allaga i piani, rovina gli arbori 
e li ediflcii, lieva da questa parte terreno ponendolo a quell* altra, ciascuno gli 
fugge davanti, ognun cede al suo furore senza potervi obstare» e bench^ sia cosl 
fatto, 10. H li albori, levano 11. H ponghonne a quelPaltra 14. b vi pos- 
sino 15. b e con argini, 16. C o egli b anderebbe b V impeto suo 16-17. 
b sarebbe sl licenzioso e dannoso. 19. ■ b ad resistere, P da resisterle, C 
suoi B impeti sua, 19-20. M dove non sa 20. C n4 li 21. B considerare 
M considerate b considerarete b sede 23. C b se la 24. b come ö la 
21-25. C Spagna la 25. b questa inondazione C fatte 



8-9. a uno di questi fiumi. Tutta la yariazione del b derlvö da queWunOf 
a cui logicamente h paragonata la fortuna: ma h chiaro che il Machia- 
velli 81 lasciö tcasportare dal compimento partitivo fiumi rovinosi, e se- 
guitö Timagine in plurale. 



IL PRINCIPE 113 

grande che ha, o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio 
basti quanto allo avere detto allo opporsi alla fortuna in 
universali. 

-§ 4 Ma, restringendomi piu a' particulari, dico come si vede 
oggi questo principe felicitare, e domani ruinare, sanza arerli s 
veduto mutare natura o qualita alcuna: il che credo che na- 
sca, prima dalTe cagioni che si sono lungamente per lo adrieto 
discorse, cio^ che quel principe che s^ appoggia tutto in sulla 
fortuna, rovina, come quella varia. Credo ancora che sia fe- 
lice quello che riscontra el modo del procedere suo con le lO 
qualita de^ tempi, e similmente sia infelice quello che con il 

•§ 5 procedere suo si discordano e' tempi. Perche si vede li uo- 
mini, nelle cose che li ^nducano al fine, quäle ciascuno ha 
innanzi, cioe glorie e ricchezze, procedervi variamente: l'uno 
con respetto, l'altro con impeto, l'uno per violenzia, l'altro is 
con arte, Puno per pazienzia, Paltro con il suo contrario: e 
ciascuno con questi diversi modi vi puö pervenire. Vedesi 
ancora dua respettivi, V uno pervenire al suo disegno, V altro 
no, e similmente dua equalmente felicitare con dua diversi 
studii, sendo Puno respettivo e l'altro impetuoso: il che non 20 
nasce da altro, se non dalla qualita de' tempi, che si confor- 
mano o no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto, 
che dua, diversamente operando, sortiscano el medesimo ef- 
fetto, e dua equalmente operando, 1' uno si conduce al suo 

^^ fine, e l'altro no. Da questo ancora depende la variazione 25 
del bene; perche, se uno che si governa con respetti e pa- 

1. 1» che rha JC che ella fa, B o ella M o non 2. B mi basti b ba- 
sti aver detto quanto air opporsi B dello opporsi 3. H b universale, 4. H 
b al particulare, 5-6. b senza vederli aver mutato 6. b credo nasca 7-8. 
b adrieto trascorse, 8. C P M quello 9. P quella muta. 10-12. b quello il 
modo del cui procedere si riscontra con la qualita de* tempi .... quello dal cui 
procedere si discordano i tempi. 13. b che li conducono al 14. B C R b glo* 
ria ■ , procedere 15. H b respetti, H impeti, lö. M b per arte, b con 
pazienza 17.b E vedesi 19. M b con diversi 19-20, P diversi modi, 21. b 
da qualitati 22. P con 11 B quello che ho 24. M effecto di dua M conduca 
25. B b , r altro 26. b , se a uno che si governa 



10. quello che riscontra ecc. La stessa espressione si ritrova nella Lett. 
Farn. CXVI, p. 222. La stampa, correggendo, fece si che 11 modo si riscon- 
trasse co'iej^jH, e i tempi si discordassero dal procedere, Ma quanto 6 piü 
spontanea e logica, con tatto il forte anacolato, la lezione manoscritta! 

Macbtavslli 8 



114 IL PRINCIPE 



\ 



zienzia, e^ tempi e le cose girono in modo, che il goTemo suo 
sia buono, e^ viene felicitando ; ma, se e* tempi e le cose si 
mutano, royina, perche non muta modo di procedere. Ne si 
truova uomo sl prudente, che si sappi accomodare a questo; 

5 Sl perche non si puö deviare da qnello a che la natura V in- 
clina, sl etiam perche, ayendo sempre uno prosperato cam- 
minando per una via, non si puö persuadere partirsi da quella. 
E perö lo uomo respettivo, quando elli e tempo di venire allo 
impeto, non lo sa fare; donde rovina; che, se si mutassi di 

10 natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna. 
Papa lulio II procede in ogni sua cosa impetuosamente ; e § T 
trovö tanto e^ tempi e le cose conforme a quello suo modo 
di procedere, che sempre sortf felice fine. Considerate la prima 
impresa che fe* di Bologna, vivendo ancora messer Oiovanni 

15 Bentivogli. Viniziani non se ne contentavono : el re di Spagna 
quel medesimo: con Francia aveva ragionamenti di tale im- 
presa; e non di manco, con la sua ferocia et impeto, si mosse 
personalmente a quella espedizione. La quäle mossa fece stare 
sospesi e fermi Spagna e Viniziani, quelli per paura, e quel- 

20 l'altro per il desiderio aveva di recuperare tutto el regno di 
Kapoli; e dalP altro canto si tirö drieto el re di Francia ; 
perche, vedutolo quel re mosso, e desiderando farselo amico 
per abbassare Viniziani, iudicö non poterli negare le sua gente 
sanza iniuriarlo manifestamente. Gondusse adunque lulio con § 8^ 

25 la sua mossa impetuosa quello che mai altro pontefice, con 
tutta la umana prudenzia, arebbe condotto; perche, se elli 
aspettava di partirsi da Boma con le conclusione ferme e 

1-2. M ghoverno sia 2. B , viene B se tempi 3. b , egli rovina 4. 
M P sappia 5. B. quello che 5-6. b ci inchina, si ancora, 6-7. ■ , si per- 
che havendo eziam uno prosperato sempre camminando C uno sempre 7. b 
persuadere che sia bene partirsi 8. b gU ö M tempo venire 9-10. b se mu- 
tasse natura 11. b procedette C P B in ogni cosa M b in ogni sua actione 
impetuosamente ; 12. M b conformi 13. b del procedere 14. C b fece P vi- 
vente 15-16. b Spagna similmente con Francia 16. C B medesimo. Con Fran- 
cia b ragionamento 17. b e lui non H b ferocitä 18. P ad quella impresa. 
19. b e Spagna et i M Viniziani et Spagna, 19-20. C b , qaeir altro 20. b de- 
siderio di 21. b dall*altra parte 23. B P non 11 potere b lasua 26. b 
avria b egli 27. M aspectava partirsi 

7. persuadere partirsi. Cfr., per la giunta di b, la nota a iudicö riper- 
dere al Cap. XX, p. 99, r. 3-4. 







IL PRINCIPE 116 

tutte le cose ordinate, come qualunque altro pontefice arebbe 
fatto, mai li riusciva; perche el re di Francia arebbe avuto 
mille scuse, e ii altri messo mille paure. lo voglio lasciare stare 
Paltre sua azioni, che tutte sono state simili, e tutte li sono 
successe bene ; e la brevitä della vita non li ha lasciato sen- 
tire el contrario; perche, se fussino yenuti tempi che fussi 
bisognato procedere con respetti, ne seguiva la sua ruina ; ne 
mai arebbe deviato da quelli modi, a^ quali la natura lo in- 
§ ö clinaya. CoDcludo> ad unque. che, variando la fortuna, e stando 
li uomini ne' loro modi ostinati, sono felici, mentre Concor- To 
dano insieme, e, come discordano, infelici. lo iudico bene 
questo, che sia meglio essere impetuoso che respettiyo, perche 
la fortuna h donna; et e necessario, volendola teuere sotto, 
batterla et urtarla. E si vede che la si lascia piii vincere da 
questi, ebenda qudli che freddamente procedano. E perö sem- is 
pre, come donna, e amica de' giovani, perche sono meno re- 
spettivi, piü feroci, e con piii audacia la comandano. 

[xxvi] 

EXHORTATIO AD CAPESSENDAM ItALIAM IN LIBERTATEMQÜE [^y^ 

A BARBARIS VINDICANDAM 

§ 1 Considerato, adunque, tutte le cose di sopra discorse, e pen- «> 
sando meco medesimo se in Italia, al presente, correvano tempi 
da onorare uno nuovo principe, e se ci era materia che dessi 
occasione a uno prudente e virtuoso di introdurvi forma, che 
facessi onore a lui e bene alla universita delli uomini di 

A/> -^quella, mi pare corrino tante cose in benefizio d'uno prin- as 

2. b mai non P il re arebbe 2-3. b avria trovate mille 3. b e gli altri 
gli arebbero messo 3-4. B tutte V altre 4. M li sono State 6. M fussi b 
fussero H b sopravenuti 7. P la rovina sua; 7-8. b rovina, perch^ mai 
non 9. b Gonchiudo 9-10. b gli uomini stando 11. b sono infelici. 15. K 
procedano freddamente. 16. C non sono respettivi 17. B B 11 c le 

18-19. C Exhortatione ad pigliar la Italia et da mano de i barbari liberarla 
P Exhortatione ad pigliare la difesa di Italia et liberarl?. dalle mani de barbari 
b Esortatione a liberareP Italia da* barbari 21. M se al presente in Italia 22. 
b uno principe nuovo, 22-23. C che si desse occasione 24. B et onore 24- 
25. B universita di quella 25. b concorrino 

25. corrino h portato unanimemente da' mss. Concorrino ö troppo facile 
correzione di b. La ragione della lectio difficiUs (e in qaeBto caso credo 



i. 



116 IL PRINCIPE 

cipe nuoTO, che io non so quäl mal tempo fussi piii atto a 
questo. E se, come io dissi, era necessario, volendo vedere 
la virtiii dr Moise, che il populo d*Isdrael fussi stiavo in 
Egitto, et a conoscere la grandezza dello animo di Giro, ch^ e^ 
5 Persi fussino oppressati da^ Medi, e la eccellenzia di Teseo, 
che li Ateniensi fussino dispersi; cosl al presente, yolendo co- 
noscere la virtü d^uno spirito italiano, era necessario che la 
Italia si riducessi nel terminß che elP h di presente, e che la 
fussi piü stiaya che li Ebrei, piü serya ch' e' Persi, piu di- 

10 spersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine, battuta, 
spogliata, lacera, corsa, et ayessi sopportato d^ ogni sorte 
ruina. E , benche fino a qui si sia monstro qualche spira- § ^ 
culo in qualcuno, da potere iudicare che fussi ordinato da 
Dio per sua redenzione, tarnen si e yisto da poi come, nel 

15 piii alto corso delle azioni sua, e stato dalla fortuna repro- 
bato. In modo che, rimasa sanza yita, espetta quäl possa 
esser quello che sani le sua ferite, e ponga fine a^ sacchi di 
Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la gua- 
risca di quelle sue piaghe giä per lungo tempo infistolite. 

so Vedesi come la prega Dio che le mandi qualcuno, che la 

1. h che non C quäl tempo mal 2. 1> disse 3. b d' Israel fusse schiavo 
4. 1» e Io animo 5. C R 1» oppressi b et ad illustrarte la eccellenzia 8. P l^ 
si conducessi P ad termine che V ä b ne' termini presenti, H che ö 9. 
M piü severa II. P lacerata et avessi H lacerata 12. b insino 13. P da 
potere sperare che b iudicare fussi 14. b niente di manco M di poi 1^ 
come di poi 16. B [C] b rimasa come sanza vita b aspetta 17. H fedite 
17-18. b ponga fine alle direpzioni e sacchi di Lombardia, alle espilazioni e taglie 
19. b da quelle b il lungo SiO. C P E che mandi 



jpejor) mi fa pensare che il Machiavelli, scrivendo corrino tante cose, avesse 
piü la mente a correvano tenijpi di sopra. 

5. oppressati. Anche nelle Ist Fior. ni, 12 e YII, 23 si riscontra il 
veiho oppressare: e oppressi di C R b mi pare arbitrario. Dal *300 al '600» 
massime dagli storici, qaesto verbo h adoperato assai spesso. 

8. si riducessi 6 certo assai piü proprio a indicare abbassamento, che 
non sia si conducessi; nel quäle si sono incontrati per caso P e b. 

11. lacera. Mi par piü facile che M e P abbiano corretto per maggior 
chiarezza lacera in lacerata, anzi che al contrario tatti gli altri mss. Ctr. 
lihera e liherata al Cap. XTTT, p. 64, r. 9. 

16. rimasa sanza vita. La ginnta come di B C b attenna IMmagine: ma 
gli esperti dello stile e de' modi del Machiavelli sanno com' egli preferisca 
le frasi crnde, esagerate anche, alle piü precise e meno lortl. 



% 



IL PBINCIPE 117 

redima da queste crudeltä et insolenzie barbare. Yedesi an- 
cora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che 
§ 3 ci sia uno che la pigli. Ne ci si vede al presente in quäle 
lei possa piii sperare che nella illustre casa vostra, quäle cbn 
la sua fortuna e virtü, favorita da Dio e dalla Ghiesa, della 5 
quäle e ora principe, possa farsi capo di questa redenzione. 
II che non fia niolto difficile, se vi recherete innanzi le azioni 
e vita dei soprannominati. E, benche quelli uomini sieno rari 
e maravigliosi, non di manco furono uomini, et ebbe cia- 
scuno di loro minore occasione che la presente: perche Pim- lo 
presa loro non fu piü iusta di questa ne piü facile, ne fu a 
loro Dio piü amico che a Toi. Qui e iustizia grande : « iustum 
enim est bellum quibus necessarium, et pia arma ubi nuUa nisi 
in armis spes est >. Qui i disposizione grandissima; ne pu6 es- 
sere, dove e grande disposizione, grande difficultä, pur che i5 
quella pigli delli ordini di coloro che io ho proposti per mira. 
Oltre a questo, qui si veggano estraordinarii, sanza esemplo, 
condotti da Dio : el mare s' h aperto ; una nube vi ha scbrto el 

1. b crudeltadi 2. b tutta prona e C al seguire 3. M b alcuno che 
3-7. b Nö si vede al presente che ella possa sperare altra che la illustre casa 
Tostra potersi fare capo di questa redenzione, sendo questa dalla sua virtti e 
fortuna tanto suta esaltata, e da Dio e dalla Chiesa della quäle tiene ora il prin- 
cipato, favorita.. £ questo non vi sarä molto 4. C M R.la quäle 6. C P B la 
possa 8. b vite 11-12. C fu Dio piti loro amico 12. P a noi. 12-14. P 
grande, et la guerra ö iusta a chi ö ella necessaria, et le arme iustissime a chi 
ha perso ogni altra speranza. b grande, perche quella guerra ö iusta che gli 
ö necessaria, e quelle arme son pietbse dove non si spera in altro che in eile. 
15. B donde 16. b vi ho M preposti b preposto 

2. pronta. Cosi leggono unanimi 1 mss. ed esclndono senz' altro prona 
di b, che a prima vista parrebbe assai bella lezione. Ma, o prona ö nel senso 
di Inchinevole, e allora pronta ci sta megllo ; o vaol dire Inchinata : e in 
qnesto caso, a pensarci bene, perche Tltalia dev^essere inchinata per se- 
gaire nn principe, ana bandiera? 

3. Nö ci 81 vede ecc. La trasformazione che b fece snbire a qaesto pe- 
riodo, fu caasata certo dal tre pron. relativ! che vi si armffano noiosa- 
mente : ma b fece peggio; ed ha ragione il Bonghi (Perche la Lett ecc. XII, . 
140) a rimproverare il bruttissimo periodo, non al Machiavelli, ma alla 
stampa. Secondo qaesta, vien perduto il magnifico rilievo dato al concetto di 
redenjsione posto in fine. 

12. iustum enim ecc« La sentenza, riportata anche ne' Disc. III, 12, ö di 
Livio, IX, 1; e fu male interpretata da b nella prima parte, e mal Tolgariz- 
zata da P nella seconda. Enim, che si trova anche ne* Discorsi, in C L M 
R h abbreviato in an semplice .n. 



i 

i 



118 IL PRINCIPE 

cammino ; la pietra ha versato acqua ; qui e piovuto la manna ; 
ogni cosa e concorsa nella vostra grandezza. El rimaneate 
dovete fare voi. Dio non vuole fare ogni cosa, per non ci 
törre el libero arbitrio e parte di quella gloria che tocca a 

s noi. E non e marayiglia se alcnno de^ prenominati Italiani § ^ 
non ha possuto fare quello che si puo sperare facci la illu- 
stre casa Tostra, e se, in tante revolazioni di Italia et in tanti 
maneggi di guerra, e^ pare sempre che in quella la virtÄ 
militare sia spenta. Questo nasce, che li ordini antichi di essa 

10 non erano buoni, e non ci e suto alcuno che abbia saputo 
trovare de' nuovi : e yeruna cosa fa tanto onore a uno uomo 
che di nuoYO si vegga, quanto fa le nuove legge e li nuovi 
ordini trovati da lui. Queste cose, quando sono bene fondate 
et abbino in loro grandezza, lo fanno reverendo e mirabile: 

1^ et in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma. 
Qui e virtii grande nelle membra,. quando la non mancassi 
ne' capi. Specchiatevi ne' duelli e ne' congressi de' pochi, quanto 
li Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con 
lo ingegno. Ma, come si viene alli eserciti, non compariscono. 

^ E tutto procede dalla debolezza de' capi; perche quelli che 
sanno non sono obediti, et a ciascuno pare di sapere, non 
ci sendo fino a qui alcuno, che si sia saputo rilevare e per 
virtü e per fortuna, che li altri cedino. Di qui nasce che, in 



1. b la pietä ha 1» V acque C piovuta 2. H S concessa nella B alla 
5. H pronomini 7-9. B vostra. E se in tante .... spenta, questo nasce 9. P 
manch! et sia spenta. b spenta: perchö questo 9-10. b di quella non 10. 
C stato 10-11. b che Tabbi saputo truovare de' nuoi. Nessuna 11. B nessuna 
12. C b di nuoYO surga, quando b fanno P quanto le nuove b e nuovi 
14. B admirabile: 16. B b ella non 17. b nelli duelli 18. P con la forza, 
18-19. P et con lo 21. b par sapere 82. C L P K b essendo C fino a qui 
stato alcuno P b fino a qui suto alcuno 22-23. b che si sia revelato tanto 
e per virtü. 



7-9. e 86, . . . Questo nasce. L^ interpnnzione di B non mi sembra la mi- 
gliore, poich^ le dae prop. ipotetiche sono piü nataralmente coordinate tra 
loro; e Questo va riferito ad ambedue i concetti. 

22. non ci sendo fino a qui alcuno. lo credo che C P e b abbiano spon- 
taneamente aggiunto suto e stato per 11 successivo che si sia saputo, B, 
li Jt e M, mss. di tre famiglie' diverse, lo tacciono : .e 11 gerundio presente 
mi pare stia meglio in rapporto con procede^ sanno, pare e cedino. 



IL PRINCIPE 119 

tanto tempo, in tante guerre fatte ne' passati venti anni , 
quando elli e stato uno esercito tutto italiano, sempre ha 
fatto mala pruova. Di che e testimone el Taro ; di poi Ales* 
sandria, Capua, Genova, Väilä, Bologna, Mestri. 

^ 5 Volendo dunque la iUustre casa vostra seguitare quelli ec- * 

cellenti uomini e redimere le provincie loro, e necessario, in- 
nanzi a tutte 1' altre cose, come vero fondamento d' ogni im- 
presa, provvedersi d' arme proprie ; perche non si puö avere ne 
piü fidi ne pid veri ne migliori soldati. E, benche ciascuno di 
essi sia buono, tutti insieme diventeranno migliori, quando lo 
si vedranno comandare dal loro principe e da quello onorare 
et intrattenere. E necessario, per tanto, prepararsi a queste 
arme, per potere con la yirtü italica defendersi dalli esterni. 

^ 6 E, benche la fanteria svizzera e spagnola sia existimata ter- 
ribile, non di meno in ambo dua e difetto, per il quäle uno is 
ordine terzo potrebbe non solamente opporsi loro, ma con- 
fidare di superarli. Perche li Spagnoli non possono sostenere 
e' cavalli, e li Svizzeri hanno ad avere paura de^ fanti, quando 
li riscontrino nel combattere ostinati come loro. Donde si e ve- 
duto e vedrassi per esperienzia, li Spagnoli non potere soste- 20 
nere una cavalleria franzese, e li Svizzeri essere ruinati da una 
fanteria spagnola. E, benche di questo ultimo non se ne sia 



1. ■ guerre ne* passati 2. 1> gli ö 3. b testimonio C ■ R b testimone 
prima el Taro 5. ■ adunque 6. C homini che redimirno le b huomini 
-che redimerono le 8. b e perchö 11. b da loro 13. b pot^rsi con virtä 
italiana defendersi ■ dalli exerciti. 14. C stimata B b estimata 15. c 
B b non di manco 16. B non solo B , et confidare 18. ■ e Svizzeri M 
davere B da avere 19. C B obstinat! nel combattere 



3. testimone el Taro. La giunta di prima in G M b e nataralmente por- 
tata dalla enumerazione e dal di poi che segne. 

6. e redimere le provincie loro. SMntenda loro < degli Italiani », come 
■apparisce chiaro dal passo che vien dopo (p. 120, r. le^-lT): con quäle amore 
•€' fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito ecc. Non e 
<|uindi probabile la lez. di G b che redimerono, derivata, credo, dal non es- 
eersi inteso il concetto. 

13. con la virtü italica, ossia « con an yaloroso esercito tutto italiano », 
fli contrappone a dalli estemi poco appresso. La soppressione dairarticolo, 
secondo b, attribuisce alla fräse an senso ben diverso. 



120 IL PRINCIPE 

visto intera esperienzia, tarnen se n' e veduto uno saggio nella 
giornata di Kavenna, qnando le fanterie spagnole si affronto- 
rono con le battaglie todesche, le quali seryono el medesimo or- 
dine che le syizzere : dove li Spagnoli, con la agilitä del corpcv 

5* et aiuto de'loro broccliieri,erano intrÄÜ tra le picche loro sotto, 
e stavano securi ad offenderli, sanza che Todeschi vi avessino 
remedio; e, se non fussi la cavalleria che li urtö, li arebbana 
consumati tutti. Puossi, adunque, conosciuto el defetto delPuna 
e dell'altra di queste fanterie, ordinarne una di nuovo, la ^ 

10 quäle resista a^ cavalli e non abbia paura de^ fanti : il che 
farä la generazione delParme e la variazione delli ordini. E 
queste sono di quelle cose che, di nuovo ordinate, danno re- 
putazione e grandezza a uno principe nuovo. 

Non si debba, adunque, lasciare passare questa occasione, § 7 

15 acciö che Pltalia, dopo tanto tempo, vegga uno suo reden- 
tore. Ne posso esprimere con quäle amore e' fussi ricevuto in 
tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni 
esterne; con che sete di Vendetta, con che ostinata fede, con 
che pietä, con che lacrime. Quali porte se li serrerebbano ? 

so quali populi li negherebbano la obedienzia? quäle invidia se 
li opporrebbe? quäle Italiano li negherebbe l'ossequio? A 
ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli, adunque, la 
illustre casa vostra questo assunto con quello animQ e con 
quella speranza che si pigliano le imprese iuste; accio che,. 

1. b vista * b , niente di meno M se n'h visto uno 3. b tedesche 4. H 
che Svizzeri: H donde gli 5. H b et aiuti ■ loro sotto tra le piche 7. 
B fussi che la cavalleria li 10-11. b il che lo farä 15. H b vegga dopo b 
apparire uu suo 16. B amore fussi 18. b con quäl sete 21. B quali italiani 
24. b quelle speranze 



11. la generazione dell' arme ecc. i, qnesta la lez. dei mss. d' accordo 
coD la prima stampa : ma la Giantina e la Testina, segnite da tutte le edi- 
zioni, non esclasa quella del Tanzini e Tassi, adottarono nn^altra versione: 
non la generazione delle arm% ma la variazione degli ordini, Ma, vera- 
mente, tanto la variazione delli ordini, quanto la generazione, la qualitä 
delle armi, possono dar luogo ad ana superioritä materiale ; come di certo 
volle dire il Machiavelli, avendo giä ricordato che gli Spagnaoll, con Faiuto 
de^ loro hrocchieri e delle spade corte (non chiaramente espresse), erano 
entrati tra le lunghe picche, Inoffensive, sotto le battaglie todesche, e in que- 
sto modo li arebhano consumati tutti. 



IL PBINCIPE 121 

sotto la sua insegna, e questa patria ne sia nobilitata, e sotto 
li sua auspizii si verifichi quel detto del Petrarca: 

Virtii contro a fiarore 
Prenderä, l'arme; e fia el combatter corto: 
Ch6 Tantico valore 
Nelli italici cor non b ancor morto. 



1. H sobto sua 2. B quello c Petrarca quando diese: 3. b contro al 
6. B G L H F a cori H ancora 



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INDIOE 



Dedica Pag. III 

AVVEBTENZA V 

InTRODUZIONE ORITICA VII 

Nicolaus Maclavellns ad Magnificmn Laurentium Medicem 3- 

DE PKINCIPATIBUS 

|I] Quot sint genera principataum et quibus modis acquirantur. & 

[II] De prineipatibas bereditariis 6 

[III] De principatibuB mixtis 7 

[IV] Cur Darii regnum quod Alexander occupaverat a successo- 
ribuB suis post Alexandri mortem non defecit 17 

- [^] Quomodo administrandae sunt civitates Tel principatus qui, 

antequam oceuparentur, suis legibus vivebant 22 

[VI] De principatibns novis qui armis propriis et ylrtute acqui- 

runtur 24 

[YII] De principatibus novis qui alienis armis et fortuna aequi- 

rnntur 28 

[Vin] De bis qui per scelera ad principatum pervenere 39" 

[IX] De principatu civili 4& 

[X] Quomodo omnium principatuum vires perpendi debeant . . 49- 
[XI] De principatibus ecclesiasticis 52 

[XII] Quot sint genera militiae et de mercenariis militibus ... 5& 

[Xni] De militibus auxiliariis mixtis et propriis 61 

[XIVJ Quod principem deceat circa militiam 66 

[XV] De bis rebus quibus bomines et praesertim principes laudan- 

tur aut vituperantnr 69^ 

[XVI] De liberalitate et parsimonia 71 

[XYII] De crudelitate et pietate,. et an sit melius amari quam timeri, 

vel e contra 74 

[XYIII] Quomodo fides a principibus sit servanda 7^ 

[XIX] De contemptu et odio fugiendo 82 

[XX] An arces et multa alia qnae cotidie a principibus fiunt utilia 

an inutilia sint : 95 

tXXI] Quod principem deceat ut egregius babeatur lOO 

[XXn] De bis quos a secretis principes babent 105 

[XXm] Quomodo adulatores sint fugiendi 107 

[XXIY] Cur Italiae principes regnum amiserunt 109 

[XXV] Quantum fortuna in rebus bumanis possit et quomodo illi sit 

occurrendum 111 

[XXVI] Exbortatio ad capessendam Italiam in libertatemque a barba- 

ris vindicandam 11& 




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